Pubblicato da: rolandociofi | 9 maggio 2012

Spostamento del Blog

Ricordo a tutti i miei lettori che sto trasferendo il Blog. Il nuovo indirizzo è http://www.rolandociofi.blogspot.it/ Invito i lettori che vogliano continuare a ricevere gli aggiornamenti via mail ad andare sulla home page del nuovo blog . Sulla destra troveranno “subscribe” e lì se vorranno dovranno inserire nuovamente il loro indirizzo mail. Tutti i post qui pubblicati verranno gradualmente trasferiti sul nuovo sito, che ha migliori funzionalità e una volta terminato il lavoro questo account verrà chiuso. Da qui dunque non vi saranno più aggiornamenti. Mi auguro che questo lavoro di ammodernamento sia gradito ai lettori.

Pubblicato da: rolandociofi | 7 maggio 2012

Costruzione del nuovo Blog

Alla luce dei numerosi attestati di apprezzamento ho iniziato in questi giorni la costruzione del nuovo blog. E’ mia intenzione procedere ad un lavoro di maggiore qualità, inserendo in ogni articolo testi di lettura consigliati. Sarà un lavoro lungo e difficili poichè dovrò trasportare circa 1200 articoli, oltre che pubblicarne di nuovi e per ognuno dovrò cercare i testi appropriati, ma lo faccio volentieri in quanto il mio impegno diventerà maggiormente fruibile. Di seguito pubblico un link ad una pagina tipo. Invito i miei lettori a leggere qualche articolo (la pagina è sul tema della dipendenza affettiva) e magari mandarmi qualche feedback (se l’impostazione piace, come potrei migliorare etc…) Cercherò comunque di mantenere la mia presenza su facebook con la consueta quotidianità.

Pubblicato da: rolandociofi | 4 maggio 2012

Introdotto nella pagina Facebook un pulsante per eventuali donazioni

Il mio lavoro sulla pagina facebook, sul blog e sugli altri social network, si ispira alla filosofia professionale del Mo.P.I. – Movimento Psicologi Indipendenti (www.mopi.it) – Associazione che dirigo dall’anno della sua fondazione nel 1993. In sintesi il Mo.P.I. si propone di far conoscere alla Società quali sono gli ambiti della psicologia professionale, cosa fanno e chi sono gli Psicologi. Si propone altresì di organizzare gli Psicologi in reti specialistiche operanti su tutto il territorio nazionale.

Principali collaboratori di queste pagine sono dunque gli Psicologi soci del Mo.P.I. presso i quali, in qualunque parte d’Italia, viene dirottata la domanda di psicologia professionale che gli utenti della pagine possono rivolgermi sia in forma pubblica che privata.

L”assistenza e la consulenza ai colleghi che a vario titolo facciano parte della grande famiglia delle professioni di aiuto viene garantita attraverso lo stesso Mo.P.I. da me diretto ed attraverso AssoCounseling, associazione professionale di categoria (www.assocounseling.it), della quale Associazione un mio “storico” collaboratore, Tommaso Valleri, è Segretario Generale.

Il grande successo che la pagine hanno ottenuto presso il pubblico mi ha però indotto ad ampliare le collaborazioni selezionando partner appartenenti al mondo della psicologia che possano arricchire la pagine stesse con nuovo materiale, spunti di riflessione, dibattiti etc.. che contribuiscano insomma alla divulgazione, all’orientamento e all’approfondimento. Dunque eventuali colleghi od Enti interessati non esitino a contattarmi ciofi@mopi.it

Il mantenimento di un buono standard qualitativo ed il costante aggiornamento richiedono un notevole dispendio di energie. Naturalmente tutto ciò, rispondendo a finalità istituzionali dell’associazione, è gratuito per l’utenza. Abbiamo pensato però di mettere in condizione gli utenti che ritengano utile e meritevole questo nostro lavoro e che vogliano e possano darci una mano, di contribuire con una donazione al mantenimento di questi siti

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Pubblicato da: rolandociofi | 4 maggio 2012

Disturbo Borderline di Personalità di Roberto Ruga

Secondo il DSM IV il disturbo di personalità borderline è un disturbo delle aree: affettiva, cognitiva e comportamentale.
“Sono fatto così”, “non ci posso fare niente”, “io sono così… prendere o lasciare”, “non sono io il malato sono gli altri”. Queste sono le frasi tipiche del paziente, se gli si suggerisce di curarsi. Questo significa che il disturbo è egosintonico. Ed è proprio il non riconoscimento della disfunzionalità dei propri comportamenti, che rivela la complessità del fenomeno e il fatto che esso sia radicato nel modo di percepire ed agire della persona.
Le caratteristiche essenziali sono una modalità pervasiva di instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e dell’umore e una marcata impulsività presenti in vari contesti.

Mi presento:

Dr. Roberto Ruga Psicologo e Psicoterapeuta, Primario del Servizio di Psicologia e Psicoterapia presso il Dipartimento di Cardiochirurgia del S. Anna Hospital di Catanzaro, centro di riferimento del Servizio Sanitario Nazionale per l’Alta Specialità del Cuore.
Docente di Psicoterapia alla Scuola di Specializzazione in Psicoterapie Brevi ad Approccio Strategico I.S.P. di Roma, riconosciuta ex art. 3, legge 56/1989.

Allievo di Aldo Carotenuto, con il quale ha collaborato svolgendo esami e seminari per diversi anni, presso la cattedra di Psicologia della Personalità all’Università di Roma “La Sapienza”.

Abilitato all’esercizio della professione di Psicologo.
Iscritto all’Ordine degli Psicologi della Regione Calabria.
Autorizzato all’esercizio della psicoterapia.
Specializzato in psicoterapia con il massimo dei voti e lode con pubblicazione della tesi nella rivista online Quale Psicologia, n. 28.
E’ socio ordinario della Società Italiana di Psicoterapia Strategica e della Società Italiana per l’Orientamento (S.I.O.).

Esperto in:
Analisi ed interpretazione dei sogni, tecniche di rilassamento, training autogeno, ipnosi, PNL (Programmazione Neuro Linguistica), test di personalità, psicoterapia corporea e bioenergetica.

Mi occupo di:
Problematiche della coppia in crisi, disturbi del desiderio, disfunzioni sessuali, fobie, disturbi d’ansia, disturbi affettivi e dell’umore, bulimia, anoressia, insonnia, depressione, tecniche di rilassamento, induzioni ipnotiche, disadattamento scolastico, problematiche adolescenziali, analisi delle relazioni familiari, disturbo antisociale, ossessioni, tossicodipendenza, sostegno e riabilitazione psicologica, psicoterapia breve ad approccio strategico.

Collaborazioni:
Redigo articoli per il Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura fondato da Aldo Carotenuto, edito da Giovanni Fioriti.

Pubblicazioni:
Aldo Carotenuto: Psicologia di uno psicoterapeuta pp. 126, 12€ casa editrice Armando.
Il libro è stato presentato il 13 Febbraio 2009 presso la Libreria Bibli di Roma via dei fienaroli, 28; in collaborazione con il Centro Studi di Psicologia e Letteratura fondato da Aldo Carotenuto.
I video dell’evento sono disponibili nel sito http://www.robertoruga.it nella sezione: I miei video. Il video N. 73 esprime una sintesi critica e articolata del libro. A seguito troverete numerosi commenti di chi lo ha letto.

Contatti:
Ricevo a Bivona di Vibo Valentia in Largo Marinella, 8. Cap. 89911.
Tel. 0963 571801 – Cell. 338 1692473.
email r.ruga@virgilio.it

La mia filosofia…

Se vuoi vincere devi osare e osando aver fede nella vittoria.
(Rosario Ruga, mio padre)

Ci sono tre grandi forze nella natura: le montagne, gli oceani ed un uomo impegnato.
(A. Carotenuto, il mio maestro)

Quando un male ci colpisce, noi possiamo venirne a capo o eliminandone la causa, oppure modificando l’effetto che esso opera sul nostro sentimento: cioè interpretando il male come un bene, la cui utilità sarà forse visibile soltanto più tardi.
(F. Nietzsche)

Divieni ciò che sei.
(F. Nietzsche)

La più grande sfortuna che può capitare ad un uomo è… credere nella fortuna.
(Anonimo)

Nessun uomo può rivelarvi nulla, se non quello che già sonnecchia nell’alba della vostra conoscenza. Il maestro non offre il suo sapere ma piuttosto la sua fede e il suo amore. Se egli è saggio non vi inviterà ad entrare nella dimora del suo sapere, ma vi guiderà piuttosto verso la soglia della vostra propria mente.
(Gibran)

Dolore è il rompersi del guscio che racchiude la vostra intelligenza. E’ l’amara pozione con la quale il medico che è dentro di voi guarisce il vostro io malato.
(Gibran)

Tu solo puoi farcela… ma non puoi farcela da solo.
(Anonimo)

tratto da http://www.robertoruga.it

Pubblicato da: rolandociofi | 1 maggio 2012

PER NON DIMENTICARE (a cura di Maria Luisa Valenti)

Dalle mie parti (Piana degli Albanesi, in provincia di Palermo), la festa del Primo Maggio si coniuga sempre con la rievocazione di una delle pagine più dolorose della storia italiana del dopoguerra : la strage di Portella della Ginestra, a pochi chilometri da casa mia, avvenuta proprio il Primo Maggio 1947.

Una strage efferata, che costò la vita a 11 persone, fra cui bambini e adolescenti, e il ferimento di altre 27 vittime, alcune delle quali morirono in seguito per le ferite riportate. Autore materiale della strage fu il tristemente famoso bandito Salvatore Giuliano, con i suoi seguaci, ivi compreso il cugino Gaspare Pisciotta ; ma sui “mandanti” di quella azione terroristica sono sempre rimasti atroci dubbi, più volte suscitati da storici e giornalisti, che hanno chiamato in causa le stesse forze governative, in accordo con la borghesia latifondista e, forse, con la Mafia, ostili alla coloritura politica ed alle rivendicazioni sociali antilatifondiste dei lavoratori agricoli che si erano riuniti in quel luogo per celebrare la vittoria del “Blocco del Popolo”, ad orientamento Social-Comunista, riportata nelle elezioni dell’ Assemblea Regionale Siciliana, il 20 Aprile 1947.

Portella della Ginestra era, ed é, un luogo saturo di storia. Prima del tragico episodio del 1947 era stato teatro dei memorabili comizi di Nicola Barbato, fondamentale esponente dei Fasci Siciliani dei Lavoratori nel 1893, poi arrestato e tenuto recluso per due anni sotto il governo Crispi, per le sue idee socialiste a difesa dei lavoratori soprattutto agricoli. In quel luogo vi era già un monumento in suo onore, méta abituale delle riunioni dei lavoratori. Dopo la strage del 1947, lo scultore Ettore De Conciliis vi aggiunse un vero e proprio “Memoriale” rievocativo del terribile episodio.

Nella mia personale memoria di donna che a quell’epoca non era ancora nata, quel momento così drammatico della storia italiana è sempre stato tenuto vivo dai racconti di mio padre, che si trovò a viverlo in prima persona, essendo anche egli presente a Portella della Ginestra con altri concittadini di Piana degli Albanesi. Egli era allora un ragazzo di 13 anni, e spesso mi ha rievocato con intensa e vibrante commozione il clima di gioia e di speranza per una nuova epoca di giustizia sociale che si era diffuso fra tutti i lavoratori agricoli dopo l’esito delle elezioni regionali.

Quel primo Maggio aveva assunto il particolarissimo valore di una svolta storica, e nel cuore di tutti si era diffusa una nuova leggerezza, come se ormai fosse diventato possibile per ogni lavoratore scrollarsi di dosso il peso di secolari, ingiuste oppressioni e miserie inenarrabili. La possibilità di vedere finalmente scomparire il latifondo, per poter pervenire ad una nuova distribuzione della terra agli agricoltori che per secoli l’avevano coltivata in condizioni di schiavitù, sembrava a molti non più un romantico miraggio, ma una realtà concreta ormai a portata di mano. E soprattutto ai ragazzi e ai giovani era come se si schiudessero nuovi orizzonti di operoso e stabile lavoro in una atmosfera di nuova libertà e di equità sociale. Uomini, donne, bambini, ragazzi, giovani, vecchi, tutti si erano recati a Portella come ad una festa, a piedi, a dorso di mulo, a cavallo, cantando, con la banda musicale in testa, per celebrare questo evento meraviglioso.

Ma, mentre un sindacalista illustrava ai presenti il programma di riforme fondiarie che la vittoria elettorale avrebbe reso possibile, improvvisamente, dalle alture circostanti, partirono numerose e devastanti raffiche di mitra, dirette alla cieca su persone, cose e animali, come in un tragico e terribile tiro al bersaglio. L’Assemblea si sciolse immediatamente in un fuggi fuggi generale fra disperate urla di terrore, mentre sul terreno rimanevano numerosi morti e feriti.

Mio padre, a distanza di tanti anni, impallidisce ancora e viene preso da un tremito inarrestabile nella voce e nei gesti quando mi narra di questa insensata carneficina, alla quale egli assistette terrorizzato, nascondendosi dietro un masso e vedendo cadere morta vicino a sé la signora Margherita Clesceri, madre di cinque bambini, che egli conosceva bene, mentre a poca distanza da lui, morivano anche due suoi coetanei, Giuseppe Di Maggio e Giovanni Grifò, assieme a Vincenza La Fata, una bambina di appena 8 anni.

I nomi di queste vittime, assieme a tutti gli altri, sono oggi scolpiti per sempre nel monumento memoriale di Portella della Ginestra.

Furono vittime di una insensata speranza di giustizia sociale, alla quale fu risposto con una altrettanto insensata e cieca violenza?

Quando leggo l’articolo 1 della nostra Costituzione, che dice :

“L’Italia é una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” ; e poi, l’articolo 2, che dice : “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, sono convinta che quella speranza di giustizia sociale non fu insensata, ma anzi, paradossalmente, fu proprio esaltata e confermata dai colpi di mitra che cercarono brutalmente di contrastarla e di spegnerla.

Ma se c’é un compito che oggi non dobbiamo assolutamente evitare di svolgere, é quello della conservazione della memoria di quanto successe il Primo Maggio 1947 a Portella della Ginestra. Le speranze di giustizia sociale che ancora aleggiano in quella scabra e rocciosa vallata sono infinitamente più potenti delle raffiche di mitra che cercarono di soffocarle.

Mio padre, dopo 65 anni, superato il terrore di allora, ci crede ancora, ed io con lui. Spero che anche i nostri governanti di oggi ci credano e lavorino in tal senso, al di là di ogni sconfortante segnale.

Pubblicato da: rolandociofi | 1 maggio 2012

L’ approccio psico corporeo in oncologia di Efrem Sabatti

– Introduzione
Prima di entrare nel vivo del tema che intendo trattare, l’impiego di tecniche ad approccio psico corporeo all’interno della cura delle patologie oncologiche, con particolare attenzione all’approccio bioenergetico, ritengo essenziale introdurre alcuni aspetti teorici, fondamentali per avvicinare alla realtà oncologica e psiconcologica anche coloro che ne sono totalmente estranei. In questo senso introdurrò il concetto di psiconcologia, legittimato da un nuovo modello teorico che progressivamente si sta affermando nel campo dell’oncologia, il modello Biopsicosociale. Successivamente l’articolo affronterà il tema della psicosomatica e dell’impiego di tecniche a mediazione corporea, con particolare attenzione agli esercizi bioenergetici, per i quali, a differenza di altre tecniche, non ho trovato documentazione. L’intento è quello di aprire una riflessione sulle possibilità applicative delle tecniche corporee in questo ambito ancora estremamente giovane e per questo stimolante.

– Dal modello Biomedico al modello Biopsicosociale
Affinché si sia potuto legittimare e diffondere il concetto di psiconcologia è stato essenziale un cambiamento paradigmatico nell’approccio alla patologia oncologica, determinato dal rivoluzionario passaggio da un modello Biomedico ad un modello Biopsicosociale . Nel modello Biomedico l’aspetto predominante era l’interesse alla patologia dal punto di vista esclusivamente organico e l’attenzione del medico era dunque rivolta alla malattia e non alla persona malata, considerata solo nella sua dimensione fisica. Va da sé che, in un modello di questo tipo, la patologia oncologica era pensata esclusivamente come un fattore biologico e l’intervento terapeutico limitato spesso ad un controllo delle variabili biologiche della malattia. Il passaggio ad un approccio Biopsicosociale ha permesso una profonda “ristrutturazione del campo”, generando una stimolante dialettica che ha dato il via alla legittimazione di nuove figure professionali che rivestono un ruolo fondamentale, sia nel modulare l’impatto della malattia sul paziente e nell’agevolare il processo di cura, sia nel rivolgere una attenzione più umana al paziente. Costui non viene più inteso solo come “portatore di una malattia”, ma come una persona certamente dotata di un corpo fisico, ma allo stesso tempo considerata anche dal punto di vista psicologico ed emotivo. E’ solo grazie a questa rivoluzione teorica che oggi è possibile anche solo pensare di proporre un intervento ad approccio bioenergetico all’interno dell’ambito oncologico.

– La psiconcologia
Considerando l’essere umano una unità fondamentale e inscindibile, è possibile intendere la neoplasia come la risultante di un insieme di fattori interagenti che implicano delle modificazioni importanti a livello psico- neuroimmunologico .
Secondo tale visione, continuate e reciproche interazioni tra la psiche, il sistema nervoso e il sistema immunitario, avrebbero anche degli effetti sulla patologia oncologica.
Grazie a questo nuovo scenario, la psiconcologia si è gradualmente strutturata come una disciplina di collegamento tra l’oncologia, da un lato, e la psicologia e la psichiatria dall’altro, affermandosi e individuandosi come disciplina nuova e specialistica, in grado di collegare l’approccio medico organicistico ai delicati risvolti psicologici che l’evento cancro comporta nella vita del paziente, nelle sue relazioni sociali e soprattutto nell’impatto, spesso violentemente destrutturante, che l’iter terapeutico scatena nell’ammalato e nella sua immagine corporea, che spesso subisce mutilazioni chirurgiche o trattamenti chemioterapici. L’obiettivo che si delinea nel trattamento del paziente oncologico è quello di migliorare la sua Qualità di Vita e di limitare il rischio di conseguenze psicopatologiche che ne condizionino la vita futura.

– Il rapporto psiche soma dall’origine ai giorni nostri
L’idea che la psiche giochi un ruolo determinante nella genesi delle patologie organiche nasce di fatto con la medicina stessa. Galeno, intorno al secondo secolo d.c. individua una relazione tra la melanconia e la genesi delle neoplasie, mentre, nella medicina tradizionale cinese, la dimensione olistica non viene mai messa in discussione e la visione dell’essere umano come un sistema energetico dinamico è fortemente consolidata .
In Occidente, l’interesse si è riacceso solo di recente, grazie ai contributi di Selye che, nel 1936, ha introdotto in medicina il concetto di stress e di Mason che, nel 1975, ha iniziato a definire con maggiore chiarezza la relazione che intercorre tra l’esposizione allo stressor e la reazione emozionale che si innesca. Da qui in poi sono emersi successivi studi che hanno individuato le sedi fisiologiche delle reazioni emotive nell’asse ipotalamo- ipofisi -corticosurrene e, in ulteriori ricerche, si sono riscontrati gli effetti dello stress anche sugli assi ipotalamo- midollare surrenica, ipotalamo- ipofisi- tiroide, ipotalamo- ipofisi- GH, ipotalamo- ipofisi- gonadi .
In seguito si è delineato il concetto di psiconeuroimmunologia, che illustra le interazioni esistenti tra il sistema nervoso centrale (SNC) e il sistema immunitario (SI) e gli effetti dello stress sul sistema immunitario dimostrati da numerose ricerche. Sappiamo che lo stress è di fatto una reazione fisiologica funzionale ed adattiva, ma che, in circostanze particolari, può debilitare il sistema immunitario esponendo l’organismo ad un maggiore rischio di patologie. Tale processo determina modificazioni fisiche, ma è innescato dalla percezione e dall’interpretazione che un soggetto da di un evento, quindi da un’operazione mentale. Un supporto psiconcologico, e un eventuale percorso psicoterapeutico, possono dunque intervenire sull’unità mente-corpo, sia partendo da un approccio centrato sul vissuto psichico che la persona ha dell’evento cancro, sia attraverso tecniche a mediazione corporea che intervengono sull’attività fisiologica e mediano l’impatto della malattia partendo dal livello fisico.
Esistono ormai prove scientifiche che dimostrano come l’impiego di tecniche psico corporee produca dei cambiamenti significativi a livello fisico. Ne sono degli esempi la riduzione del vomito anticipatorio durante le sedute di chemioterapia attraverso la desensibilizzazione sistematica e il biofeedback, il controllo del dolore attraverso l’ipnosi e un miglioramento significativo della qualità di vita attraverso la terapia immaginativa di Simonton e Simonton . Altre ricerche confermano anche l’efficacia del Training Autogeno e del Rilassamento muscolare progressivo (tecniche che utilizzo abitualmente nel supporto psicologico al paziente), mentre non sono stato in grado di trovare una documentazione sull’impiego di esercizi bioenergetici in questo ambito. Ho scelto di trattare separatamente queste tre tecniche, nei paragrafi successivi.

Il Training Autogeno
Attorno al Training Autogeno esiste, come detto, una ampia documentazione che testimonia la sua utilità . Si tratta di un allenamento graduale che insegna al paziente a raggiungere, attraverso uno stato di concentrazione passiva, una modificazione fisiologica di tutto l’organismo.
I sei esercizi somatici del Training di base, permettono di raggiungere un rilassamento muscolare, una vasodilatazione periferica, una regolarizzazione del flusso respiratorio, una regolarizzazione cardiaca, una distensione viscerale e una regolarizzazione della funzionalità neurovegetativa, endocrina, umorale e tutto ciò contribuisce a ripristinare, nella persona, un equilibrio psico fisico ottimale.

Il Rilassamento Muscolare Progressivo
Anche il Rilassamento Muscolare Progressivo di Jacobson si rivela uno strumento estremamente funzionale. Il principio è “semplice”: viene volontariamente creata una tensione in un distretto corporeo e mantenuta per alcuni secondi; quando poi la tensione viene allentata, subentra, conseguentemente alla tensione precedente, una fisiologica distensione in quella parte del corpo. Partendo dall’osservazione dell’esistenza di un rapporto reciproco tra tensione psichica e tensione muscolare, lo Jacobson induce un rilassamento muscolare graduale, al quale corrisponde uno stato di distensione anche sul piano emotivo .

Gli esercizi bioenergetici
L’Analisi Bioenergetica affonda le proprie radici nell’esperienza reichiana, che dedica uno spazio notevole alla biopatia del cancro. Al momento poi, le ipotesi reichiane sulla relazione tra l’interruzione del movimento pulsatorio e la genesi della patologia, sembrano essere sostanziate anche da contributi più recenti, come la teoria dell’inibizione dell’azione di Laborit e l’impatto patologico che questa condizione, prolungata nel tempo, genera nell’individuo .
L’Analisi Bioenergetica, inoltre, evidenzia delle interessanti corrispondenze, sia con gli effetti distensivi a livello fisico, osservati nel Training Autogeno e nel Rilassamento Muscolare Progressivo, sia con i conseguenti benefici sul piano emotivo (il principio di reciprocità tra l’ aspetto fisico e quello emotivo converge con il concetto, ben noto agli analisti bioenergetici, di identità funzionale).
Il contributo innovativo della Bioenergetica nel campo psiconcologico è dato però dalla sua capacità di “caricare” un paziente che ha poca energia (e non solo di scaricare le tensioni).
La possibilità di “leggere” il corpo della persona, peculiarità dell’Analisi Bioenergetica, permette inoltre di individuare le zone di maggior tensione e di modulare l’intervento in base alla persona che si ha di fronte. Far agire il corpo del paziente favorisce anche la comunicazione, ampliandone la parte analogica e l’espressione emotiva.

-Conclusione
Mi rendo perfettamente conto che il percorso per integrare la Bioenergetica nella terapia (o semplicemente nel supporto) del paziente oncologico è ancora estremamente incerto e indefinito.
Mancano spesso gli spazi adeguati per impostare un lavoro efficace e, anche per la particolarità del setting richiesto, risulta quantomeno improbabile che la maggior parte delle strutture sanitarie possa rispondere favorevolmente a questa proposta terapeutica o supportiva.
Tuttavia, fino a poche decine di anni fa, era forse impensabile anche credere che l’oncologia avrebbe incontrato lungo la sua strada la psicologia in maniera così promettente, eppure è successo.
Non è certamente una strada semplice, né rapida, ma la prospettiva di vedere gradualmente realizzarsi questa fantasia incoraggia a provarci, senza illusioni, voli pindarici o grandi aspettative, ma con la consapevolezza dei propri mezzi, sempre mantenendo, per usare un’espressione molto cara ai terapeuti bioenergetici, “i piedi per terra”.

Bibliografia
 Engel G. “Psychological Development in Health and Disease. Sauders, Philadelphia, 1962
 Ohm D. “Rilassamento Muscolare Progressivo” Red Edizioni, 1992.
 Torta R. Mussa A. “PsicOncologia”.Centro Scientifico Editore, 2004.
 Boadella D. Liss J. “La psicoterapia del corpo” ed Astrolabio, 1986.
 Carbonini A., Sabatti E. “Respiro, Movimento. Equilibrio”, Conferenza tenutasi a Zanano, (Bs) 05/12/07
 Sabatti E. “Il respiro, l’energia e la genesi del carattere” tesi anno accademico 2007/08.

Note
L’articolo è presentato in forma ridotta ( e con un titolo diverso) per esigenze editoriali. Per ricevere l’articolo completo potete contattarmi all’indirizzo sabattiefrem@tiscali.it
Engel G. “Psychological Development in Health and Disease”. Sauders, Philadelphia, 1962
Ader R., Madden K., Felten D. et al. „Psychoneuroimmunology: interactions between the brain and immune system. In Torta R. Mussa A. “PsicOncologia”.Centro Scientifico Editore, 2004.
Carbonini A., Sabatti E. “Respiro, Movimento. Equilibrio”, Conferenza tenutasi a Zanano, (Bs) 05/12/07
Torta R. Mussa A. “PsicOncologia”.Centro Scientifico Editore, 2004.
ibidem
Torta R. Mussa A. op. cit., 2004.
Per una trattazione più completa della tecnica si rimanda al libro di Ohm D. “Rilassamento Muscolare Progressivo”. Red Edizioni, 1992.
Boadella D. e Liss J. “La psicoterapia del corpo” ed Astrolabio, 1986 .

Pubblicato da: rolandociofi | 1 maggio 2012

Il genitore in ascolto di Alfonso Falanga

L’esperienza quotidiana ci suggerisce che, quando comunichiamo, le risposte immediate che diamo ai messaggi (verbali e non verbali) inviatici dall’ambiente relazionale sono, in genere, insufficienti a soddisfare le istanze effettive dei nostri interlocutori.
Da tale carenza deduciamo che comunicare implica, quale inevitabile premessa, l’ascolto dell’altro che significa, sostanzialmente, cogliere il contenuto sotteso all’atteggiamento manifesto di chi ci sta di fronte.
“ Ascoltare “, in sintesi, è rivolgersi al “non detto”, vale a dire a quel complesso di significati che completa il messaggio esplicito pur se a volte, all’apparenza, lo contraddice.
“ Ascoltare”, in questa ottica, non è solo comprendere il significato di un modo di agire bensì è dare senso all’esperienza emotiva e cognitiva di cui quel comportamento è evidenza.
Si intuisce facilmente, allora, come l’ascolto sia il fondamento della relazione di aiuto, ovvero di quel tipo di rapporto che si instaura tra chi, non sempre in modo diretto, chiede sostegno e chi invece (per competenza, ruolo, disponibilità, capacità) fornisce sostegno, o almeno si impegna in tal senso.
Una sorta di automatismo semantico conduce a considerare “ relazioni di aiuto” esclusivamente rapporti istituzionalmente definiti tali: medico – paziente, docente – discente, operatore – utente (anziano, ammalato, portatore di handicap, alcolista, ecc). Questa consuetudine porta a trascurare il fatto che ognuno, nella quotidianità, spesso esplica il ruolo di chi, nella relazioni di aiuto, procura sostegno. Accade nella professione, nel sociale e certamente in famiglia. Quest’ultima, infatti, è la dimensione in cui più vale tale principio al punto che, da questo punto di vista, non si può parlare del ruolo genitoriale se non come quello di un genitore costantemente “ in ascolto”.
Simile affermazione è tanto più aderente alla realtà quanto più il rapporto genitore – figlio difetta di fluidità.
A tale proposito è nostra intenzione evidenziare, nelle note successive, alcuni eventi relazionali che richiedono, da parte di padre e madre, il massimo impegno per “ essere” genitori in ascolto.

“ Non so più come comportarmi con mio figlio…Ogni volta che gli dico, anche con le buone, che deve impegnarsi nello studio, mi guarda fisso, immobile e muto…Mi sta di fronte senza fare nulla, assente, come se fosse da un’altra parte…E’ evidente che non gli importa né dello studio né dei miei discorsi. E’ proprio tempo perso!”(1).
In questo sfogo, che riflette i lamenti con cui spesso i genitori si rivolgono a parenti/ amici/ insegnanti/ consulenti/ psicologi è racchiusa la frustrazione che, a volte, un genitore sperimenta di fronte ad uno specifico modo di agire del figlio: l’astensione.
Con questo termine l’Analisi Transazionale (2) definisce una “passività” ovvero la manifestazione esteriore di un evento intrapsichico: l’astensione, in pratica, è il comportamento di chi utilizza, di fronte ad un problema (3), la propria energia ( fisica e psichica) per impedirsi di agire invece che intraprendere un’azione verso l’esterno e risolvere il dilemma.
Altre forme di comportamento passivo sono l’iperadattamento, l’agitazione e la violenza.
La persona iperadattata è quella che aderisce non alle richieste effettive dell’ambiente ( familiare, professionale, sociale) bensì a quelle che immagina esse siano. In sintesi, questo tipo di comportamento esprime l’adeguarsi a ciò che si crede siano i desideri degli altri ( in genere e nei propri confronti) senza tenere conto né delle esigenze personali né di quelle effettivamente altrui..
L’agitazione, secondo l’ottica analitico-transazionale, è un ulteriore comportamento passivo in quanto, in simile circostanza, il soggetto utilizza la propria energia fisica e psichica contro sé stesso, incapacitandosi attraverso un’iperattività del tutto distante rispetto alla questione da risolvere ( che può consistere anche soltanto nel dare una risposta al genitore). Insomma egli/ ella, in tali circostanze, non si astiene e non anticipa i desideri altrui ma fa tutt’altro, e con energia, rispetto a ciò che andrebbe fatto.
Un altro genere di dinamica si attua nel momento che la persona rivolge la propria vitalità invece che nei riguardi di sé stessa, come nell’agitazione, verso l’esterno.
In tal caso essa manifesta un atteggiamento violento che rischia di ledere sé e agli altri.
L’Analisi Transazionale,pur se può apparire un paradosso, considera pure la violenza un comportamento passivo in quanto l’individuo, anche in questo caso come nell’agitazione, indirizza le risorse fisiche e psichiche verso mete incongrue rispetto alla soluzione del problema.

Data la complessità dell’argomento, in queste note vogliamo limitarci ad esaminare più da vicino un solo tipo di passività e cioè l’astensione, riservandoci di trattare iperadattamento, agitazione e violenza in successive occasioni.

Abbiamo introdotto il tema del comportamento passivo sostenendo che esso è, in pratica, la manifestazione esteriore di un evento intrapsichico e cioè la svalutazione (4) che la persona fa di sé e della propria possibilità di attivarsi in funzione delle esigenze personali.
Egli/ella, nel caso specifico dell’astensione, si percepisce (ed è percepito/a tale dal genitore) incapace di azione e di pensiero mentre, di fatto, pensa ed agisce (l’azione si esplica nell’impedirsi atteggiamenti congrui alla situazione). “Vuole”, o “vorrebbe”, ma non sa come realizzare l’oggetto della sua volontà. Si sperimenta a tal punto inadatto/a da ritenere di non avere nemmeno la capacità di utilizzare l’aiuto fornitogli dall’esterno ( nel nostro caso dal genitore).
In tale circostanza si realizza una fase di quel meccanismo relazionale che Stephen Karpman definisce “triangolo drammatico”: il genitore si riconosce nella posizione di Vittima e percepisce il figlio come Persecutore. Il figlio, dal suo canto, si sente Vittima e avverte il padre o la madre su una posizione persecutoria.
La comunicazione, dunque, resta uno scambio tra ruoli complementari e distanti, dolorosamente distanti, dalle effettive esigenze di entrambi che rimangono celate al di sotto dei comportamenti manifesti. La comunicazione, di fatto, si blocca (5).
L’impasse ha essenzialmente origine dal fatto che padre/ madre reagiscono alla forma ed ai contenuti immediati e manifesti degli atteggiamenti del figlio. La loro è una risposta “ automatica”, certamente comprensibile dato il carico emotivo che permea il rapporto. Eppure soltanto il collocarsi, da parte del genitore, in una posizione di “ascolto” può favorire il riconoscimento, l’accoglienza ed il superamento della svalutazione che il figlio fa di sé, dell’ ambiente familiare e dei motivi che sono all’origine di tale processo interiore.

Nel caso dell’astensione il porsi in ascolto genitoriale si traduce, preliminarmente, nel superamento della convinzione di trovarsi di fronte ad una persona assente, priva di pensiero, estranea al contesto ed indifferente al disagio proprio e dei familiari. Chi si astiene, al contrario, “pensa”, anzi lo fa fin troppo in quanto, ritenendosi incapace di agire, è in contatto esclusivamente con la propria convinzione di inadeguatezza, tra l’altro sempre più confermata dalla risposta del contesto familiare al suo “non fare”.
Il mutismo, invece, dal momento che è una opzione comportamentale al pari di altre, è “messaggio” (6): il figlio, dunque, comunica “ qualcosa” anche attraverso l’apparente indifferenza.
In simili circostanze, al contrario, il genitore tende generalmente o ad insistere affinché il/la ragazzo/a assuma una posizione ben definita (che comunque assecondi le aspettative paterne/materne) oppure a rinunciare in quanto percepisce l’”indifferenza” filiale come una barriera ad ogni ulteriore tentativo di dialogo. Comunque vada, la situazione resta inalterata, con tutto il suo peso emotivo.
Un’alternativa a questo processo consiste, per il genitore, nel concentrarsi non più, o non solo, su cosa “non fa” il figlio ( l’agire) ma su “cosa fa” ( pensare, sentire, emozionarsi) e rendere, così, questa nuova considerazione il punto di partenza per richieste ed osservazioni riguardanti l’oggetto specifico della discussione ( scuola, amicizie, comportamento in famiglia, ecc) ottenendo, in più, un consolidamento della relazione.
Ritorniamo all’esempio utilizzato per introdurre il concetto di astensione: il genitore esorta il figlio a studiare di più in quanto lo studio è importante per costruirsi un futuro ecc. ecc…
Il figlio resta immobile, in silenzio, come se gli incitamenti fossero rivolti ad altri e non a lui/ lei. Il genitore, a questo punto, al posto che insistere ( dunque riproporre lo stesso comportamento ma amplificato) o rinunciare, può spostare il livello della comunicazione e rivolgersi non alla “logica” del figlio ( in questo momento bloccata di fronte al prevalere della svalutazione, con il conseguente manifestarsi della “non azione”) bensì alla sua componente emotiva con espressioni del tipo:
“ Ti dico queste cose non per rimproverarti ma perché sono preoccupato/a per te… Sono preoccupato/a perché ti voglio bene…So che se non ti impegni nello studio non è perché sei incapace ma perché qualcosa non va a scuola o qui in casa…Quando ne vorrai parlare io sarò pronto/a ad ascoltarti”.
Oppure:
“ Se non mi rispondi io non saprò mai cosa pensi di quello che ti ho detto…Cosa posso fare per farti sentire che non hai nulla da temere, da me, nell’esprimere le tue idee?”
Questo genere di affermazioni è ipotizzabile che siano avvertite dal figlio come protettive nei confronti della sua emotività ( in sintesi, il genitore sta accogliendo e prendendosi cura del disagio del/della ragazzo/a). Inoltre ne spingono la componente logica a concentrarsi sul problema che impedisce l’impegno nello studio e/o il manifestare il proprio pensiero, ciò al riparo dal timore di essere giudicato/a.
Anche tali messaggi, in effetti, costituiscono un insistere di fronte all’astensione ma esprimono comunque un muoversi in una direzione diversa rispetto alla stessa che ha prodotto il blocco della comunicazione.

Queste considerazioni non intendono rappresentare la soluzione sicura al dilemma dell’astensione bensì vogliono costituire un’ipotesi di lavoro rispetto al tema in questione. Esse indicano un progetto di cambiamento che in ogni caso rappresenta, per il genitore, un percorso lungo e faticoso realizzabile, come sempre accade nella relazione di aiuto, se si è disposti a farsi carico sia dell’emotività del figlio che della propria ( possiamo facilmente immaginare quali emozioni possa avvertire il genitore di fronte al figlio che si mostra indifferente alle sue esortazioni e quali pensieri e convinzioni, su sé come riferimento familiare nonché sul figlio stesso, possano seguire ad esse).
Ogni volta che ci si pone in ascolto, infatti, si entra in contatto con una realtà emotiva e cognitiva “ altra”. Da questa, però, inevitabilmente, si giunge a “toccare” le proprie emozioni e convinzioni, i propri sentimenti e pregiudizi. Un carico che risulta, a volte, più faticoso da sostenere rispetto a fardelli altrui, pur se riferiti a persone con cui si è in una relazione profondamente affettiva.
Attraverso l’ascolto dell’ “altro”, insomma, si ritorna sempre e comunque a sé stessi.

note:
1) gli esempi utilizzati rispecchiano casi concreti vissuti dall’Autore in qualità di Consulente relazionale

2) cfr. Jacqui Lee Schiff : “ Analisi Transazionale e cura delle psicosi “ – ed. Astrolabio , Ian Stewart; Vann Joines : “ L’Analisi Transazionale – Guida alla psicologia dei rapporti umani” – ed. Garzanti

3) per “problema” si intende un aspetto della realtà materiale / psichica / comportamentale che è ostacolo alla realizzazione delle proprie esigenze

4) la svalutazione è un processo cognitivo che riguarda il modo in cui si interpretano i dati di realtà e che implica, come suggerisce la parola stessa, tenere conto solo di alcune informazioni e nel metterne da parte altre.
“ La svalutazione è ignorare inavvertitamente delle informazioni pertinenti alla soluzione di un problema” – Jacqui Lee Schiff – “ Analisi Transazionale e cura delle psicosi “ – ed. Astrolabio

5) la comunicazione, in alcune circostanze, si blocca ossia si genera tra i partecipanti alla relazione una conflittualità di forme, contenuti, obiettivi, aspettative.
Che ciò accada non significa che non si comunica più. E’ vero che il blocco della comunicazione può manifestarsi attraverso una sua sospensione, momentanea o definitiva, ma questa è solo una delle sue espressioni. Un diverso modo in cui il conflitto relazionale si mostra consiste nel parlare d’altro rispetto al motivo per cui ha avuto origine la comunicazione e, dunque, rispetto ai suoi obiettivi.

6) ogni atteggiamento è messaggio siccome comunicare è sinonimo di comportamento.
Le persone comunicano inevitabilmente in quanto non possono non comportarsi. Questo evento è rafforzato dal fatto che per comunicazione non intendiamo necessariamente andare d’accordo, come vuole il linguaggio ordinario, bensì dare stimoli e ricevere risposte nel momento in cui c’è visibilità e contatto fisico.
Un autore, Paul Watzlawick, in “Pragmatica della comunicazione umana” sostiene che il comportamento non ha opposti.

L’ETA’ AVANZA: MA COME?
La vita si allunga sempre più. Di pari passo si sviluppa la “scienza dell’avanzare dell’età”.
Gli ultrasessantenni (ovvero, sino a settantacinque anni, la cosidetta “terza età”) conoscono oggi una crescita non solo numerica (maggiore quantità di anni da vivere, maggior numero di persone che fanno parte di questa fascia d’età) ma anche di sostanza. In altre parole, l’incremento di quantità (anche in termini di benessere economico-materiale e socio-sanitario) porta con sé un incremento di qualità.
La vita migliora, e migliora sempre più, in una terza età che intravede (e spesso realizza) un nuovo modo di “invecchiare”.
Già, “invecchiare”; ma piano con le parole, con certe parole che stanno diventando obsolete: “vecchio” e “anziano” sono termini che piacciono sempre meno, soprattutto ai diretti interessati. Oggi si fa sempre più strada il termine “senior”, non più intriso di negatività e pessimismo. Oggi il “sentimento della seniorità” volge decisamente al positivo (benessere economico, tempo libero disponibile, acculturazione, viaggi, intrattenimenti, rilancio della sessualità, revitalizzazione degli affetti, innovazioni nella vita di coppia, etc.). Oggi si è in grado di fare cose assolutamente impensabili sino a qualche decennio fa.
E’ soprattutto l’arricchimento cognitivo-emozionale a fornire “nuove e buone carte da giocare”.

NUOVE IDENTITA’
La personalità viene spinta a cambiamenti, anche numerosi, anche profondi. Si può imparare a programmare il futuro proprio a partire da nuovi ruoli e da nuove funzioni. Anche senza che venga chiaramente esplicitato, si fa strada – in modo implicito e preconscio – l’idea di “evoluzione”, di una evoluzione ancora possibile: paradossalmente, proprio in quanto non più adulti, non più giovani. E questa è una piacevole sorpresa.
L’esistenza di tutti i giorni viene vissuta in modo aperto e dinamico. L’identità si apre nella duplice ottica della educazione alla salute e della promozione della salute. Il Sé si adatta allo scorrere del tempo.

AGEING E SALUTE
Ancora padrone di sé e della propria esistenza quotidiana, fisicamente sano ed in forma, il soggetto della terza età può “invecchiare con successo”. Il corpo lentamente scende (e peggiora), mentre invece la mente e l’anima possono ancora salire (e migliorare). Si cerca di “stare bene / stare meglio / stare meglio sempre di più”.
La terza età contemporanea, più psicologica che fisiologica, rende l’anziano non più tale, lo rende senior (ovvero un anziano in divenire, attento e ampiamente motivato, con voglia di vivere).
Pensionamento, ansia, solitudine, depressione, vedovanza, malattia: questi ed altri problemi vengono visti con diverso spirito, con un atteggiamento mentale costruttivo e coraggioso, per l’appunto in una prospettiva “culturale” che gli attribuisce nuovi significati.

I NUOVI STUDENTI
Liberati dall’obbligo dello studio obbligato, svincolati dal lavoro costrittivo, i seniores ri-costruiscono il loro bagaglio culturale, attingendo a nuove ricchezze. Il passare del tempo non è più cupo, ma diventa occasione di cambiamento. Il tempo sì passa, ma può venire recuperato: l’invecchiamento viene scoperto quale risorsa.
Rispolverando il proprio parco culturale, si ha modo di realizzare quella “continuing education” che trova, finalmente, e proprio nella terza età, la sua propria e più piena concretizzazione, uscendo così da brillanti ma un po’ limitate teorizzazioni dei decenni passati.

TEMPO LIBERO, TEMPO SALUTARE
Il vecchio modello era “terza età = malattia-malessere-pessimismo”. Il nuovo modello è “terza età = salute-benessere-ottimismo”. Meno biologia e più cultura portano a questi risultati.
Leggendo e documentandosi, conoscendo meglio la realtà fisica e socio-politica, senza più gli affanni del lavoro “obbligato”, i seniores spesso godono di notevoli privilegi: denaro, salute fisica, autonomia, e soprattutto possibilità di “aver tempo” (per stringere/rinnovare amicizie ed affetti, per studiare, per viaggiare, per rilassarsi, per divertirsi, per rilanciare la sessualità).
Longeva e “fresca”, la terza età opportunamente re-inventata e re-impostata può essere vissuta in modo soddisfacente. Nel terzo millennio, l’ex-anziano ha l’occasione per diventare “soggetto protagonista”, ovvero persona autosufficiente, autonoma e attiva. Il mondo e l’essere umano sono cambiati. Il life span allungato comporta una terza età quale non più ultima tappa di vita.

ABILITA’ DI VITA E TERZA ETA’
Nel passato la parola ”anziano” aveva per lo più una connotazione negativa. Oggi la parola “senior” evidenzia una connotazione positiva.
Alla portata del senior si affacciano quindi svariate metodiche provenienti dalla “health psychology tool box”: armonia; equilibrio; saggezza; serenità; pensiero critico; pensiero positivo; pensiero creativo; autonomia; efficacia nelle relazioni interpersonali; comunicazione efficace; gestione delle emozioni; autoconsapevolezza; empatia; voler bene a se stessi; autostima; esprimersi; problem solving; decision making; assertività; autopotenziamento; empowerment; gestione dello stress/distress; ottimismo; felicità.
Non tutte sono facili, non tutte si possono rendere ottimali, non tutti gli individui le utilizzano con lo stesso rendimento. Però queste life skills esistono; ed esistono anche per la terza età.

VERSO UN LENTO TRAMONTO
Disponendo di “un cervello sempre più attivo” e di una psiche sempre più sensibile”, il senior è una persona ri-acculturata e ri-socializzata, pienamente in linea con le indicazioni della psicologia della salute.
L’odierna terza età non costituisce più un periodo necessariamente involutivo. Anzi, l’invecchiamento viene interpretato in modo differente: non più tanto come ostacolo o malattia, bensì soprattutto come opportunità e bene-stare, per cui il suo aspetto negativo viene spostato decisamente in un futuro più lontano, nonché, così facendo, si ha la possibilità di studiarlo e prepararlo. Cultura e partecipazione, studio di svariate discipline e aggregazione sociale: ecco gli strumenti per attuare al meglio la condizione di “seniorship”.
In questo tempo senza età il “nuovo anziano”, rinnovato e rivoluzionato, può attingere – saggiamente – a quella rara dote denominata “saggezza”, frutto di esperienza e maturità.
Il tempo si dilata e si prolunga. Il tramonto indubbiamente esiste, ma viene rallentato da progressi (economici, medici, psicologici, culturali) della civiltà occidentale avanzata. Il sole cala all’orizzonte, ma dolcemente, senza eccessivi traumi. La luce brilla ancora, rischiarando il cielo.
Sicuri e speranzosi come mai prima nella storia dell’umanità, diventati seniores attraverso un lento ma costante lavoro di prevenzione, ci si può avviare verso una “sole della sera” ancora caldo e rasserenante.

BIBLIOGRAFIA
Cesa Bianchi M. (1998). Giovani per sempre? L’arte di invecchiare. Roma-Bari: Laterza.
Cohen L.M., McCharque D.E., & Collins F.L. (2003). The health psychology handbook. London: Sage.
Grano C., & Lucidi F. (2005). Psicologia dell’invecchiamento e promozione della salute. Roma: Carocci.
Lazzarini G. (ed.) (1994). Anziani e generazioni. Milano: Angeli.
Lucchetti M. (1999). Invecchiare bene. Lo stile di vita positivo per la salute e nella dipendenza. Bologna: il Mulino.
Macchione C. (1994). Vecchi o anziani? Padova: UPSEL.
Oblitas L.A. (ed.) (2006). Psicología y salud. E-book. Ciudad de México: Psicología Científica, PSICOM Editores.
Peirone L., & Gerardi E. (2009). Il sole della sera. La ricerca del benessere nel passare del tempo. Torino: Antigone Edizioni.
Qualls S., & Abeles N. (eds.) (2003). Psychology and the aging revolution: how we adapt to longer life. Washington, DC: American Psycho

ANTHROPOS (Salute-Cultura-Psicologia) Torino
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Luciano Peirone ed Elena Gerardi sono psicologi e psicoterapeuti. Vivono e lavorano a Torino, occupandosi prevalentemente di psicoanalisi, sessuologia, vita di coppia, ansia, depressione, training autogeno, psicologia della salute e del benessere. Hanno scritto numerosi libri ed articoli (sia scientifici sia divulgativi). Luciano Peirone ha firmato i seguenti libri: Emancipazione, responsabilità, psicoanalisi e scienza (CLEUP, Padova). Cultura e terza età. Università della Terza Età fra integrazione ed emarginazione (Regione Piemonte, Torino). Viaggio attraverso l’arcipelago. Una ricerca sulla psicologia clinica e la psicoterapia in Italia (Angeli, Milano). Psicologia sociale della droga. Metodi e percorsi per la ricerca (Giuffrè, Milano). Questioni di metodo e ricerche di psicologia clinico-sociale (Istituto Superiore di Psicologia Sociale, Torino). Psicoterapia e criteri di formazione (Giuffrè, Milano). Psicologia oggi: paradigmi e metodi, ricerche e applicazioni (Angeli, Milano). L’identità corporea in crisi. Dimensioni cliniche del vissuto sul corpo nella prospettiva del Sé (Giuffrè, Milano). Elena Gerardi ha pubblicato il libro Training autogeno e salute. Fra Oriente e Occidente una via verso il benessere (Edizioni L’Arciere, Cuneo). Lavorando assieme a quattro mani, questi autori hanno scritto Vivere sani, vivere sereni. Per una psicologia della salute (Edizioni L’Arciere, Cuneo) nonché il recentissimo volume Il sole della sera. La ricerca del benessere nel passare del tempo (Antigone Edizioni, Torino): quest’ultima opera è, fra l’altro, il frutto di una lunga e approfondita esperienza all’interno di varie sedi della UNITRE (Università della Terza Età).

• Come può l’aspetto psicologico contribuire all’insorgere di un problema di salute?
• Come si può attraverso emozioni, comportamenti, pensieri contribuire a tornare in salute?
• Come può la malattia trasformarsi in un messaggio d’amore?

Il “percorso di ritorno alla salute” del metodo psiconcologico del dott. Simonton, pur essendo stato messo a punto nell’esperienza diretta con i malati oncologici, offre un sostegno concreto nell’affrontare qualsiasi tipo di malattia o somatizzazione. Si sviluppa con una serie di tecniche Mente-Corpo che sostengono la fiducia nella vita e nella salute e permettono di uscire da quello stato di impotenza che spesso si prova di fronte ai sintomi fisici. E’ possibile dare un senso a ciò che accade e collaborare con la saggezza del proprio Corpo, la forza della propria Mente e del proprio Spirito per sostenere la salute.

Ricevere la comunicazione di una diagnosi di tumore porta uno sconvolgimento della propria vita e si risvegliano insicurezze e paure a volte molto forti e difficili da gestire. Si ribaltano le priorità della vita, cambiano le relazioni con se stessi e con l’ambiente intorno. Malati e familiari sperimentano emozioni e sentimenti nuovi e complessi, talvolta dolorosi e difficili da comprendere. Il sostegno psiconcologico secondo il metodo del dott. Simonton cerca di rispondere al bisogno delle persone affette da tumore di condividere il vissuto emotivo legato all’esperienza della malattia e ai suoi effetti sulla quotidianità. E’ importante accompagnare le persone a confrontarsi con queste problematiche e insegnar loro a vivere la malattia e i trattamenti in modo costruttivo e fiducioso, a rivalutare le proprie ragioni per vivere e il loro rapporto con la gioia nella vita quotidiana. L’obbiettivo principale è quello di migliorare la qualità della vita dei malati e dei loro familiari aiutandoli a sentirsi bene ogni giorno per poter vivere in maniera positiva l’esperienza della malattia e della cura, pacificandosi con gli eventi, rinforzando la speranza e sperimentando distensione e gioia.
Il metodo fornisce anche alla persona di sostegno strumenti che la aiutano a gestire meglio la comunicazione, a rispettare i bisogni fondamentali della persona che sostiene, oltre a rispettare anche i propri e a mantenere un buon livello di energia personale.
E’ utile alle persone che, oltre il trattamento di prassi, vogliono contribuire in prima persona al loro processo di guarigione, vogliono sentirsi attivi e fare direttamente qualcosa per sé stessi e la propria salute.
Nell’ambito del lavoro clinico il dottor Simonton e il suo team, agli inizi degli anni 70, si erano chiesti perchè alcuni pazienti fossero in grado di superare una malattia grave e altri no. In base agli studi intrapresi hanno constatato che i pazienti raggiungono una più alta qualità di vita ed hanno più possibilità di guarire e sopravvivere:

 se prendono parte attivamente al loro processo di guarigione
 se sviluppano la speranza
 se hanno progetti validi per il futuro
 se si sentono sostenuti dallo loro forza interiore
 se danno priorità ad attività che procurano loro gioia e soddisfazione.

Sulla base di queste osservazioni, il dott. Simonton ha sviluppato il suo modello di sostegno orientato ad insegnare tecniche di auto aiuto.
“Noi non presentiamo mai il nostro programma come sostitutivo della terapia medica prescritta. Al contrario, esso è destinato a sostenere e a rinforzare la terapia e ad aiutare ognuno a scoprire il proprio cammino di guarigione.” O. Carl Simonton (L’avventura della guarigione).
Da decenni le ricerche in campo medico continuano a dare conferma delle connessioni tra corpo, mente, emozioni e spirito. Gli studi della PNEI (psico-neuro-endocrino-immunologia) dimostrano infatti che “Non possiamo più attribuire alle emozioni e agli atteggiamenti mentali minore validità che alla sostanza fisica, anzi, dobbiamo considerarli segnali cellulari che traducono le informazioni in realtà fisica, che trasformano letteralmente la mente in materia.” (da “Molecole di Emozioni” di Candace Pert).
Quindi i pensieri, le emozioni, gli stili di vita influenzano direttamente le cellule e gli organi rafforzando o indebolendo il sistema immunitario, il sistema endocrino e il sistema nervoso. Opportunamente ed amorevolmente gestiti possono contribuire a recuperare la salute.

Tra le metodologie usate ci sono due tecniche essenziali:
• una usa il potere che la mente ha di influenzare il corpo attraverso la visualizzazione creativa e la meditazione: con le immagini e la calma della mente si può aiutare il processo di guarigione e l’efficacia dei trattamenti
• l’altra riguarda la trasformazione dei pensieri interiori malsani, generatori di emozioni dolorose, in pensieri interiori sani che favoriscono uno stato mentale di serenità e forza e aiutano il cambiamento.

Gli altri punti del programma sono:
• l’importanza della gioia, del piacere e della gentilezza verso se stessi per la guarigione
• la gestione delle proprie reazioni allo stress
• il contatto con la propria saggezza interiore
• la comprensione del “messaggio d’amore” della malattia come invito a ricentrare la propria vita
• la pacificazione con il tema della morte
• lo sviluppo della speranza, della fiducia in se stessi e nella vita per avere uno stato di pace interiore
• l’apprendimento di strumenti per una comunicazione che eviti incomprensioni e conflitti
• la particolare importanza delle persone di sostegno
• la definizione dei propri obiettivi e lo sviluppo di un piano di salute per un buon futuro

La propria felicità è un fondamentale elemento di salute e il dott. Simonton ha sviluppato un metodo di auto aiuto valido anche nelle situazioni difficili come quelle della malattia. Ogni persona può imparare a fare qualcosa per se stessa per far si che ogni giorno della propria vita abbia qualcosa di bello da ricordare.

Marzia Zunarelli
http://www.marziazunarelli.it

La menzogna è una caratteristica centrale della vita la cui comprensione può servire a capire più profondamente i rapporti umani. L’indagine psicologica sul mentire offre la possibilità di approfondire importanti aspetti della comunicazione e dell’interazione sociale. L’intenzione di mentire rappresenta una proprietà fondamentale della comunicazione menzognera che si propone di fare in modo che il destinatario assuma credenze false sulla realtà dei fatti. Va rilevato che nonostante vi sia una tendenza alla verità, più spesso di quanto si possa pensare, nella vita quotidiana si fa ricorso a una modalità menzognera di comunicare con gli altri. Lo studio della menzogna oltre a riguardare l’analisi di come e quando le persone mentono, permette di scoprire fino a che punto possiamo controllare i segni esteriori della nostra vita interna. Le persone che mentono possono ricorrere a un ampio spettro di modalità implicite e indirette per comunicare e trasmettere ciò che vogliono dire attraverso la copertura delle proprie intenzioni. Infatti la comunicazione non è mai trasparente ed è un’attività simbolica, emotiva, sociale così complessa da offrire grandi opportunità a chi intende mentire. Vi sono molti modi per ingannare l’altro, sia privandolo di conoscenze vere come nei casi dell’omissione e dell’occultamento che fornendogli informazioni false come se fossero vere. Si può dire una menzogna anche dicendo il vero. Infatti verità e menzogna che rientrano in ogni interazione sociale spesso sono “mescolati insieme”. La comunicazione menzognera non è limitata agli aspetti linguistici, ma comporta il ricorso a sistemi non verbali di significazione e di segnalazione. L’interesse per gli aspetti non verbali del comportamento nasce dal fatto che nel farci un’idea su una persona ci serviamo soprattutto di informazioni che derivano dal suo comportamento non verbale. Al di là delle parole e dei movimenti consci, le espressioni del volto, il linguaggio del corpo, la voce, i gesti ecc, tradiscono pensieri, sensazioni, atteggiamenti. Saper leggere questi segnali diventa indispensabile per interpretare desideri e intenzioni dei nostri interlocutori. I segnali non verbali esprimono emozioni spesso in contraddizione con le parole. Mi interessa fissare l’attenzione sulle emozioni che entrano in gioco in una comunicazione menzognera, considerando l’importanza del linguaggio non verbale che permette di decodificare le emozioni nel momento in cui si manifestano. Il tema della menzogna consente di analizzare meglio la nostra vita emotiva, che sarebbe certamente impoverita se espressioni e gesti potessero essere camuffati altrettanto bene quanto le parole. Quando proviamo emozioni, ciascuna di esse scatena una sequenza di segnali. Spesso la menzogna si tradisce, perché trapela qualche segno di un’emozione nascosta. Il fallimento dei meccanismi del controllo espressivo costituisce un indizio importante da tener conto per scoprire un’eventuale menzogna. Non è facile nascondere un’emozione in quanto non possiamo impedire che i segni espressivi dell’emozione siano manifesti, non lo è neppure fingere un’emozione che non si prova o negare un sentimento che si prova intensamente. Il fatto di dire la verità indubbiamente facilita la comunicazione ed è una base fondamentale per stabilire un legame di fiducia con gli altri. Nel rapporto con l’altro scegliere di mentire, non alimenta i sentimenti di sicurezza, di affidabilità e di appartenenza. Chi mente per coprire molti tipi d’inganno può adottare la strategia di indossare una maschera che copre il proprio volto interiore. In tal modo si perde il contatto con la propria parte più autentica. Inoltre non vi è la possibilità di aprirsi all’altro nell’esporre sinceramente i propri desideri profondi e scoprire se questi possono essere accolti. Dietro a una maschera si celano spesso emozioni e intenzioni diverse da quelle dichiarate. I propri desideri e bisogni, per esempio, non sono espressi apertamente nel caso in cui si teme di essere respinti e abbandonati. Paul Ekman ha dato un contributo importante allo studio della menzogna nei rapporti interpersonali focalizzando l’attenzione sulla comprensione dei meccanismi di regolazione e controllo dell’espressione emotiva che in certi casi può produrre dissimulazione. Egli ha formulato il concetto di “regole di esibizione” nell’ambito della sua teoria “neuroculturale. Quando si manifesta un’emozione viene attivato un programma di espressione mimica sulla base di istruzioni codificate a livello neurale che modulano le risposte a livello del comportamento osservabile. In questa prospettiva il mascheramento è una regola di “esibizione”che rappresenta una strategia adottata dall’individuo per controllare la corrispondenza fra stato interno, espressione e caratteristiche della situazione. L’intenzione di esprimere uno stato emotivo deve tradursi in un comportamento comunicativo che utilizzando segnali diversi possa dare un’informazione coerente. L’emittente può commettere errori nella sua intenzione di ingannare, se nella trasmissione di un’informazione manifesta un’incoerenza fra sistemi comunicativi diversi. Spesso il comportamento del bugiardo è contraddittorio, ciò che afferma verbalmente non trova corrispondenza nel suo comportamento. Attraverso numerose ricerche Ekman ha potuto verificare che è proprio la discrepanza fra le parole e ciò che rivelano la voce, i gesti, l’espressione facciale, a tradire una menzogna. Di solito il mentitore cerca di controllare le parole e l’espressione del viso per nascondere le proprie emozioni. La finzione riesce meglio indubbiamente con le parole che con la mimica, perché è più facile da sorvegliare e censurare. Il bugiardo occulta i messaggi che non vuole inviare e controlla le parole con cura nell’affermare cose non vere perché è consapevole dell’attenzione che viene rivolta a questo canale d’informazione. Il soggetto che inventa bugie nel parlare dispone di una continua informazione, ascoltando le proprie parole, in modo da aggiustare il tiro, mentre l’informazione di ritorno derivante dagli altri canali(mimica, voce,corpo) è molto meno precisa. È importante sottolineare che il volto è una fonte ricca di segnalazione per chi cerca di scoprire gli inganni. Ekman e Frisen partendo da vari studi e ricerche svolte in laboratorio e sul campo hanno dato un contributo di rilievo ad una maggiore comprensione su come riconoscere le emozioni dall’espressione del viso con un buon grado di accuratezza. Gli autori ritengono che si può migliorare la capacità di individuare le emozioni (“primarie” o “di base : sorpresa, paura, disgusto, rabbia , felicità, tristezza), caratterizzate da configurazioni espressive specifiche e stabili. Il volto può mostrare l’emozione che si prova, se due emozioni sono mescolate insieme e l’intensità dell’emozione. Prendendo in considerazione gli indizi di menzogna nel viso, bisogna tener conto del fatto che espressioni false possono comparire sul viso in un dato momento e successivamente essere seguite da espressioni autentiche, che possono trasparire a volte involontariamente senza che la persona sappia che cosa si dipinge sul suo stesso viso. Riguardo al controllo della mimica va sottolineato che esistono delle norme culturali di esibizione che regolano il modo in cui le persone gestiscono l’espressione del volto in pubblico. Queste norme che regolano l’esibizione dei sentimenti sono di solito apprese così precocemente che il controllo della mimica è automatico e inconsapevole. Per riconoscere attendibilmente gli indizi di finzione dobbiamo sapere se un certo movimento facciale rientra nel repertorio abituale d’una persona. Quando ad esempio uno simula la paura, probabilmente assumerà uno sguardo fisso e farà una smorfia impaurita. La configurazione delle sopracciglia e della fronte tipica della paura compare spesso in presenza di uno spavento autentico, ma è difficile da simulare perché quei movimenti muscolari non possono essere eseguiti a comando. Pertanto, la sua presenza è un indizio affidabile. Il rilevamento degli indizi mimici della menzogna si basa su ricerche sistematiche che utilizzano una nuova tecnica di analisi quantitativa del viso umano che implica l’osservazione attenta di videoregistrazioni. Esistono alcune mimiche definite microespressioni della durata di una frazione di secondo, così rapide che di solito passano inosservate. Queste espressioni sono importanti perché forniscono il quadro completo del sentimento che l’individuo cerca di nascondere. Una delle mimiche più frequenti da cui si possono ricavare utili informazioni sulla menzogna è il sorriso che svolge un ruolo fondamentale nel segnalare le intenzioni. Può, per esempio, mascherare il disagio che si prova nel mentire. Tra i numerosi tipi di sorriso vi sono falsi sorrisi che mirano a ingannare gli altri sui propri reali sentimenti. Ricerche condotte da Ekman rilevano differenze, sia nell’attività cerebrale che nel vissuto soggettivo quando le persone mostrano un sorriso sentito, autentico, e quando invece producono altri tipi di sorriso. L’indicazione migliore che si tratti di un sorriso autentico è la partecipazione non solo delle labbra, ma del muscolo che circonda l’occhio. Un altro indizio su cui fissare l’attenzione è la voce. Di solito la bugia è associata a un tono più alto della voce e a una maggiore variabilità nei toni. (Scherer 1985). Rispetto ai mentitori “ingenui”quelli “abili” mostrano il medesimo profilo vocale sia quando dicono la verità sia quando dicono la falsità. (Anolli e Ciceri 1997b). In una ricerca di Mark Fraink ed Ekman è emerso che esistono alcuni bugiardi matricolati, attori nati, e altri che non sanno mentire e non riusciranno mai a ingannare nessuno. Nell’analizzare il rapporto fra emozioni e menzogna, va evidenziato che le emozioni sono vissute passivamente come qualcosa che ci capita. Nel caso di emozioni negative come la paura o la rabbia, ci capita di viverle passivamente nostro malgrado. Le forti emozioni legate alla menzogna ci possono sopraffare senza poterle gestire in modo efficace. A volte le persone esprimono rabbia, ma in realtà provano dolore, ma per loro è così inaccettabile riconoscere l’origine di quel dolore che lo mascherano. Se l’ambiente familiare in cui siamo cresciuti riteneva disdicevole esprimere il dolore, subito lo sostituiamo con la sua emozione derivata, la rabbia. In tali casi mentire significa non dar voce alle emozioni autentiche che permettono di entrare in contatto con la parte più profonda di noi stessi e degli altri. Il linguaggio del corpo svela molto più di quanto non vorremmo rivelare di noi stessi. La comunicazione di un sentimento distruttivo, ad esempio, quale l’odio, può a volte trapelare solo attraverso il linguaggio corporeo che si manifesta in alcuni segni tipici come l’irrigidimento e l’irrequietezza. Chi osserva attentamente può notare una discordanza se il linguaggio del corpo e le parole pronunciate non sono sulla stessa “linea d’onda. Un aspetto psicologico importante da considerare riguarda le motivazioni che portano a mentire. Come sottolinea Anolli il ricorso alla menzogna è alimentato assai più di frequente da motivazioni psicologiche che da ragioni per ottenere vantaggi materiali. Si possono individuare tre principali motivazioni per cui mentire: ottenere benefici personali, proteggere gli altri, danneggiare gli altri. La prima motivazione fa riferimento alle menzogne egoistiche che si riferiscono al proprio sé. Questa motivazione può determinare la condotta menzognera per ottenere vantaggi personali come presentarsi in maniera più positiva dando un’immagine migliore, aumentare il livello di autostima ecc. In questo caso la persona non sincera si propone di evitare il rischio di un giudizio negativo. Per esempio nel rapporti fra figli e genitori, i figli possono mentire per evitare il controllo e le sanzioni dei genitori e anche per ottenere da essi risorse e benefici. La seconda motivazione fa riferimento alle menzogne altruistiche che sono dette per mascherare le proprie emozioni e le valutazioni negative nei confronti dell’altro. Si può mentire per proteggere e mantenere buone relazioni sociali con gli altri, per evitare loro condizioni negative di sofferenza e di dolore. Nell’ambito delle menzogne altruistiche rientrano quelle che Goffman chiama “menzogne benevoli” dette a fin di bene. Inoltre vi è una motivazione che può portare a mentire per danneggiare e a manipolare gli altri come per esempio quando le manifestazioni di altruismo coprano un calcolo strategico in termini di vantaggi personali. Colui che mente dispone di molti strumenti comunicativi per ingannare gli altri. Egli può fare ricorso alle calunnie, menzogne caratterizzate da una valutazione negativa della vittima in modo da comprometterne la reputazione, alle insinuazioni, che consistono nel far inferire una valutazione negativa da parte dell’interlocutore su qualcun altro, alle esagerazioni nelle quali la verità non viene negata ma viene distorta e fuorviata, ecc. Nelle situazioni in cui entrano in gioco i comportamenti dell’insinuazione, della calunnia, dell’imbroglio, il soggetto che mente sfrutta in modo consapevole gli altri per ottenere in modo illecito dei vantaggi per sé. Con la menzogna entra in gioco non solamente la relazione con l’altro ma anche il confronto con se stessi nelle forme del mascheramento e dell’autoinganno. Il fenomeno dell’autoinganno cioè la possibilità di mentire a se stessi può essere considerato “un meccanismo di difesa” per proteggersi dal pericolo di una credenza minacciosa e per garantire una concezione positiva di sé. Il soggetto che si autoinganna trasforma la realtà nella sua mente e nel dire una menzogna agli altri è sincero in quanto crede a quello che dice e quindi una credenza falsa diventa vera nella sua mente. Un esempio di condotta di autoinganno è quella del megalomane che nel modo di mentire costante ed esagerato prima di ingannare gli altri, mente a se stesso: è anzitutto lui a credersi così grande come si dipinge nei suoi racconti. In situazioni relazionali complesse l’autoinganno è una strategia efficace per mentire agli altri in modo credibile. È interessante considerare l’attivazione emotiva che accompagna le menzogne. A tale proposito Anolli distingue fra menzogna a basso rischio e menzogna ad alto rischio. La menzogna a basso rischio è la menzogna che si presenta nella vita quotidiana non particolarmente rilevante nei rapporti interpersonali. Questa forma ingannevole comporta uno sforzo cognitivo limitato nella pianificazione mentale e nella comunicazione, in quanto implica processi standard e abitudinari di pensiero. Nell’ambito delle menzogne a basso rischio rientrano le menzogne sulle proprie emozioni che si servono di vari processi di inibizione, di camuffamento e di mascheramento per motivi di difesa della propria immagine e di quella degli altri. La menzogna ad alto rischio, comporta invece conseguenze serie sia per il mentitore sia per il destinatario e ha dei costi elevati rispetto agli eventuali benefici. Questa forma di menzogna si manifesta di solito, in contesti in cui una persona rischia la propria faccia. L’attivazione emotiva che accompagna la menzogna a basso rischio è limitata, in quanto il mentitore non si preoccupa molto per l’eventualità di venire scoperto. Invece la menzogna ad alto rischio è accompagnata da una forte attivazione emotiva legata alla paura di essere smascherati, che se non viene ben controllata può tradire il bugiardo. In questo caso si ha un alto livello dell’ansia e dello stress emotivo. Le emozioni connesse con le menzogne ad alto rischio danno origine a diverse risposte psicofisiologiche, difficili da censurare come per esempio:l’accelerazione del respiro, sudorazione abbondante, accelerazione del battito cardiaco conosciute come “arousal emotivo”. Nell’esaminare le emozioni connesse al mentire, un fattore importante da considerare si riferisce all’influenza che la posta in gioco ha sul timore di essere smascherati. La paura di essere scoperti è un’emozione così intensa da suscitare molta ansia nel bugiardo. L’apprensione sarà maggiore se vi è il rischio di una punizione. Nel valutare quanto ha da perderci o guadagnarci il destinatario dell’inganno va rilevato il fatto che i vantaggi dell’autore dell’inganno di solito sono a spese dell’altro. In questo modo le due poste in gioco diverse possono generare il livello di ansia di colui che mente. Un’altra emozione legata alla menzogna è il senso di colpa che può essere molto forte tanto da far fallire l’inganno lasciando trapelare la verità. In alcuni casi, infatti diventa un’esperienza tormentosa che può indurre alla confessione malgrado si teme una punizione. Nel momento in cui si fabbrica una menzogna, non sempre si riesce a prevedere l’intensità del senso di colpa che si proverà in seguito. Inoltre solo con il passare del tempo ci si accorge che non basta una sola bugia, che la menzogna deve essere ripetuta all’infinito con costruzioni sempre più complicate per mantenere l’inganno. Il senso di colpa per l’inganno è particolarmente forte se la vittima è fiduciosa e non si aspetta di essere tratta in inganno. Nel far credere il falso, molte persone scelgono di far ricorso all’inganno per omissione che consiste nell’occultare informazioni che si ritengono vere. Nascondere qualcosa è infatti più facile che dire il falso, poiché non si corre il rischio di essere scoperti. Inoltre è più facile da giustificare in caso di scoperta e suscita minori sensi di colpa. Vi sono dei casi in cui il senso di colpa è attenuato come ad esempio quando il mentitore afferma che il destinatario della menzogna ha sempre saputo la verità ma ha finto di non conoscerla. In tal modo il destinatario aiuta il bugiardo a tenere in piede l’inganno, fingendo di non vedere eventuali segni rivelatori. Esistono anche menzogne utilitarie che possono non creare sensi di colpa quando sono autorizzate dalla situazione come ad esempio: i giocatori di poker non si sentono certo in colpa quando bluffano. Ma chi mente può provare anche il piacere della beffa che riguarda varie emozioni che possono, se non vengono dissimulate, tradire l’inganno. Un esempio di piacere innocente della beffa si ha quando prende la forma di uno scherzo ai danni di un destinatario ingenuo. Da diverse ricerche emerge che i soggetti che hanno una competenza sociale elevata nel sapere gestire i rapporti con gli altri, sono anche quelli che risultano più abili nel mentire e frequentemente hanno successo rispetto ai mentitori ingenui che spesso falliscono. Un requisito fondamentale che il mentitore abile deve possedere è la capacità di “coping emotivo” che consiste nel sapere fronteggiare le proprie emozioni e nel sapere controllare le proprie condotte emotive. Non sempre la persona che mente riesce a mantenere un freddo distacco e quindi a non essere coinvolto sul piano emotivo. Un aspetto psicologico del mentire che richiede attenzione, riguarda la figura del mentitore che è prima di tutto uno che bara nel gioco della comunicazione. L’abilità dell’autore di un inganno consiste nel sapere esercitare un controllo attento su quello che dice, su come si comporta e sulle reazioni del destinatario. Il bisogno di controllare la situazione conduce il mentitore a reprimere quei comportamenti che si ritengono tipici della menzogna. Così il mentitore si comporta in modo opposto a quanto pensa la gente sugli indizi della menzogna. A livello di comunicazione menzognera è capace di aumentare il contatto oculare, di apparire affidabile, di rimanere impassibile mentre mente e di inventare bugie credibili. Inoltre egli ha successo nella produzione del suo messaggio mendace, quando si rivela sicuro di sé ed è in grado di stabilire un efficace contatto comunicativo nella conversazione con l’interlocutore. L’autore di un inganno rivela una grande capacità di mentire nell’utilizzare strategie come gli inganni indiretti fondati su modalità implicite, che mirano a fare assumere all’interlocutore credenze e presupposizioni false. Il comportamento ingannevole di fingere di mentire, mentre in realtà si dice la verità ha come scopo di ingannare l’interlocutore pure se questi è prevenuto e sospettoso, o di evitare di essere responsabile di aver mentito. L’abilità del bugiardo sta nel riuscire a comunicare mentendo nello stesso modo in cui è capace di comunicare dicendo il vero. Nella conversazione chi parla si può servire di strategie interattive nel costruire trappole comunicative per trarre in inganno. Una strategia interattiva riguarda il “dire il falso per fare intendere il vero”. A volte si utilizza una modalità di comunicazione come l’ironia che consente di dire la verità che per diverse ragioni si preferisce non dire direttamente. Per esempio un complimento, una dichiarazione d’amore possono essere sottratti alla convenzionalità, o possono superare i divieti suggeriti dal pudore, se detti come se fossero veri, enfatizzati come per scherzo, pronunciati in tono ironico. Goffman (1981), mette in evidenza i cambiamenti di “footing” nel discorso in cui si passa dal serio allo scherzoso, dal letterale all’ironico, cercando di mettere fuori strada l’interlocutore, in modo che questi non comprende più qual è l’atteggiamento dell’altro nei suoi confronti. Un altro aspetto fondamentale da considerare riguarda la possibilità per l’ingannato di smascherare l’ingannatore. Si può dire che l’ambiente originario della specie umana non ci ha preparati a essere astuti nello scoprire le bugie. Spesso infatti si possono commettere errori nello smascheramento degli indizi menzogneri. Esistono quindi dei limiti dell’abilità umana nello scoprire le menzogne che provocano degli errori di giudizio. Si possono commettere dei “falsi positivi” nello smascheramento della menzogna, nel valutare come bugiardo una persona veritiera. Invece nel commettere “falsi negativi” si valuta come veritiera una persona bugiarda. Il ruolo del destinatario è quello di interpretare e valutare il messaggio ricevuto dall’interlocutore. Chi riesce a costruire in modo efficace menzogne e inganni pone indubbiamente il destinatario nella difficoltà di discriminare con sufficiente precisione i messaggi veri da quelli falsi. Innanzitutto va sottolineato che la mente umana sembra meno attrezzata nella scoprire gli inganni che nel fabbricarli. Si può ipotizzare che ciò deriva dal senso di fiducia che si costruisce nel corso della formazione del legame di attaccamento che regola i rapporti interpersonali rendendo la vita più facile da vivere nella nostra società sempre più complessa. Da qui deriva quella “inclinazione per la verità”che porta le persone a considerare veritiere ciò che comunicano gli altri. Di conseguenza essa riduce la scoperta degli indizi menzogneri. Nelle conversazioni comuni della vita quotidiana dobbiamo tener presente che la produzione di un messaggio dotato di senso richiede coerenza e convergenza fra le diverse componenti comunicative in modo tale da creare un significato comprensibile e condivisibile. Questa complessità comunicativa si serve di una molteplicità di registri e di stili nella produzione di enunciati veridici. Quando il parlante decide di passare da una comunicazione veritiera a una menzognera, è sufficiente che modifichi soltanto in parte la configurazione dei suoi registri comunicativi. Pertanto le differenze fra queste due forme di comunicazione diventano microscopiche e difficili da scoprire. La difficoltà di smascherare l’inganno altrui è da attribuire in gran parte alle convenzioni sociali che definiscono le regole della conversazione impedendo di assumere atteggiamenti sospettosi. Sulla base di queste convenzioni sociali le persone tendono a dare valore alla verità. Spesso poi colludiamo inconsapevolmente con il mentitore perché ci conviene non sapere la verità. Infatti la maggior parte delle persone tende a rimandare il momento di fare i conti con qualcosa di poco piacevole, e per farlo si diventa complici di chi inganna. Vi sono poi situazioni in cui generalmente preferiamo non smascherare i bugiardi perché come sostiene Erving Goffman “ siamo stati educati a mantenere nei rapporti con gli altri regole di buona educazione che ci vietano, per esempio, di acquisire informazioni non autorizzate, che non ci vengono fornite spontaneamente. Riguardo agli indizi menzogneri, va tenuto presente che a volte sono così impercettibili perché spesso negli inganni quotidiani la posta in gioco non è alta, ed è più facile per il mentitore controllarsi e non fare trapelare quindi la verità. Ekman afferma che l’ingannatore può sfuggire a qualsiasi macchina della verità e a qualsiasi cacciatore di bugie. Nell’esaminare l’inganno si potrebbe forse ipotizzare che la capacità di far credere il falso abbia origine da una necessità di nascondere ad altri conoscenze sulla propria sfera intima. In questo caso l’inganno sarebbe al servizio della capacità di mantenere segreti. Come è stato mostrato (ad esempio da Bok, 1978; 1983; Castelfranchi e Poggi, 1996), non sempre è facile distinguere un inganno per omissione dal non rivelare un segreto. Dal punto di vista morale, i due comportamenti sono su due versanti opposti: chi inganna viola il diritto dell’altro a sapere il vero, mentre chi mantiene un segreto protegge una verità che ha il diritto di tenere per sé. Il soggetto che reprime la propria inclinazione mentale ad accettare come vere le affermazioni fatte dal parlante può passare da un atteggiamento fiducioso a un atteggiamento di dubbio e di diffidenza che lo porta a diventare accurato nella ricerca puntuale degli indizi verbali e non verbali della menzogna. In tal modo egli riesce a valutare con più precisione la comunicazione del parlante. Il destinatario può dimostrare più competenza nello smascheramento delle bugie quando vi è familiarità con il parlante, come per esempio capita fra due partner familiari quando vi è una storia relazionale prolungata nel tempo,che consente al ricevente di scoprire con maggiore facilità eventuali scostamenti bugiardi rispetto alla condotta precedente del parlante. Ma il fatto di conoscere bene una persona può far nascere la convinzione di cogliere facilmente un eventuale inganno e questa falsa sicurezza rende vulnerabili. Il desiderio di salvaguardare i rapporti intimi, di amicizia e di lavoro può renderci ciechi a tutti quei comportamenti che minacciano di metterli in crisi. La fiducia rende vulnerabili all’inganno, la prudenza si allenta e si tende ad accordare il beneficio del dubbio. La solidità di molte relazioni andrebbe persa, se considerassimo l’altro una possibile minaccia, pensando che voglia ingannarci sui propri sentimenti. Nel distinguere i messaggi veri da quelli falsi c’è bisogno di fare congetture da verificare e da condividere in un processo di negoziazione e di partecipazione continua. Viviamo nella menzogna quando interpretiamo erroneamente le nostre esperienze, la realtà del nostro essere. Quando ci si presenta in una maniera diversa da come si è realmente inganniamo tanto gli altri quanto noi stessi. Vivere con autenticità richiede di essere onesti con se stessi e gli altri sui propri sentimenti e mostrare chiarezza e sincerità nella propria comunicazione. Solamente in tal modo possiamo riconoscere come propri sentimenti, emozioni, azioni che ci appartengono. È importante scoprire i reali sentimenti delle persone, saper distinguere le emozioni autentiche da quelle false. Lo studio della menzogna in questi termini consente di mettere in luce l’emozione sentita che c’è sotto il mascheramento. Le persone che si comportano con più sincerità, rinunciano alla maschera e riescono a creare rapporti soddisfacenti con gli altri. La verità è un percorso per realizzare pienamente la propria individualità personale e apprezzare quella degli altri

Bibliografia

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