Pubblicato da: rolandociofi | 26 novembre 2011

Il Sé a nudo, Alle origini della vergogna a cura di Francesca Rossi

Il lavoro di Lewis si presenta come un’analisi accurata della vergogna e delle sue origini nel corso dell’evoluzione sia filogenetica che ontogenetica. A tal proposito sono continui i richiami alle teorie di Darwin sulla vergogna e sulle manifestazioni comportamentali di questa, come il rossore. Indicando la vergogna come un’emozione peculiare dell’uomo, Lewis inizia la sua analisi chiedendosi che cosa essa sia esattamente e quali siano le differenze individuali nel provare questa emozione; il legame più evidente è quello tra vergogna e consapevolezza di sé:

“Le nostre lotte interiori non sono scontri fra gli istinti e la realtà, ma conflitti che tipicamente ci vedono alle prese con la vergogna, i suoi fattori scatenanti e la frequenza con la quale ci colpisce”

La vergogna deriva pertanto dal nostro giudizio sulle nostre azioni, ed è espressione del narcisismo individuale in base al quale si attuano i tentativi di evitare di provare e mostrare vergogna: molto spesso infatti è preferibile evitare di fare o dire qualcosa per tutelarsi dal fallimento e dalle critiche, che, almeno per qualcuno, possono essere fonte di vergogna. Il giudizio altrui in questi casi è strettamente legato al giudizio che l’ individuo da di se stesso e del proprio comportamento: le reazioni all’emozione di vergogna rientrano in una vasta gamma che può andare dalla rabbia alla disperazione.

Il provare vergogna può dipendere spesso dal contesto ambientale dell’individuo: ci sono ad esempio famiglie che usano l’irrisione e la denigrazione dei figli come arma educativa; oppure contesti di lavoro nei quali un individuo viene fatto vergognare sistematicamente per i suoi comportamenti, mentre i colleghi si salvano dal pericolo di essere loro stessi esposti a questo rischio.

A partire dal secondo capitolo Lewis delinea le differenze fra emozioni primarie, che non necessitano di processi di coscienza di sé, e emozioni secondarie, come la vergogna, che implicano invece coscienza di sé. Mentre le emozioni primarie compaiono presto durante il processo evolutivo, quelle secondarie sono più tardive e maggiormente legate alla vita in comune, alla socializzazione: non è infatti possibile vergognarsi di qualcosa a meno che non si confronti il proprio comportamento con quello di chi ci sta intorno o con i modelli di condotta di riferimento.

Nel terzo capitolo l’autore propone la sua tesi dell’esistenza di tre livelli di consapevolezza: il primo livello è quello dei riflessi, il secondo quello delle rappresentazioni (entrambi permettono autoregolazione e controllo, e sono soggettivi), il terzo livello è caratterizzato da consapevolezza oggettiva di sé ed è grazie a quest’ultimo che siamo coscienti di noi stessi. Sebbene la consapevolezza di sé si sviluppi nei primi due anni di vita, nel funzionamento quotidiano dell’adulto sono presenti tutti e tre i livelli.

Nel quarto capitolo Lewis delinea un modello teorico delle emozioni di vergogna, colpa, superbia e orgoglio che parte dal processo cognitivo di attribuzione: in particolare è serrata l’analisi delle differenze tra vergogna e senso di colpa che secondo l’autore hanno una comune derivazione, il fallimento rispetto a un obiettivo, ma si distinguono poiché:

“il fallimento totale nei confronti di un modello produce vergogna, mentre un fallimento specifico dà luogo a sensi di colpa”.

Proprio perché il giudizio è globale, l’attenzione dell’individuo è centrata non sul comportamento specifico ma sull’identità complessiva: ciò che si stabilisce è un ripiegamento su se stessi che non lascia possibilità di agire ma permette solo di nascondersi.

Il quinto capitolo si occupa delle origini della vergogna e delle emozioni primarie: l’autore, rifacendosi anche ai risultati di alcune ricerche, nota che la vergogna non nasce con l’uomo, ma si sviluppa nel tempo. La prima conquista che consentirà la successiva comparsa della vergogna, è la capacità di autoconsapevolezza oggettiva, , intorno alla metà del secondo anno. Di seguito emergono le emozioni autocoscienti, che derivano dalla scoperta del Sé: si tratta di imbarazzo, empatia e invidia. L’autoconsapevolezza è necessaria ma non sufficiente affinché la vergogna abbia origine; il bambino dovrà possedere anche modelli e regole interiorizzate, che implicano la capacità di fornire giudizi di valore.

L’attribuzione di valore viene a lungo trattata nel capitolo sei: la socializzazione è quel processo capace di mettere in moto l’emozione della vergogna; apprendiamo da chi ci circonda non solo un modello di condotta da perseguire, proposto come maggiormente adattivo rispetto ad altri, ma apprendiamo anche la natura dei giudizi di successo o insuccesso che ci vengono attribuiti. Alcune persone hanno modelli di riferimento, per il proprio comportamento, così elevati che si trovano costantemente a dover fare i conti con gli insuccessi; non giudicare i risultati all’altezza delle aspettative crea vergogna. A livello evolutivo ciò che conta è il tipo di risposta che il bambino ha ottenuto da parte dei genitori in seguito ad un insuccesso. Lewis ribadisce che la reazione di vergogna è strettamente legata all’immagine che abbiamo di noi stessi; a tal proposito è essenziale il tipo di attribuzioni che siamo abituati a compiere: la vergogna si presenta solo se c’è stata attribuzione interna, ossia se il soggetto si ritiene responsabile dell’evento e delle conseguenze dei suoi comportamenti. Le differenze individuali nelle reazioni di vergogna dipendono in larga misura dalla tendenza più o meno spiccata a compiere attribuzioni interne.

Nel capitolo settimo l’autore cerca di individuare le varie strategie messe in atto per far fronte alla vergogna, in particolare ne confronta due: in base alla prima dopo aver provato quest’emozione si cerca di venirne a capo, di trovare una risoluzione nei confronti di un’emozione intensa e spiacevole; nel secondo caso invece la strategia utilizzata è quella dell’aggiramento, per cui non si “sta con la vergogna”, bensì la si mette da parte per lasciare spazio all’espressione di altre emozioni come rabbia o tristezza.

Nel capitolo ottavo Lewis prende in esame le conseguenze della cronicizzazione della vergogna: tra le più gravi vi sono la depressione o la rabbia incontrollata. Questa seconda conseguenza è alla base di molti episodi di violenza.

Altre conseguenze di notevole portata sono legate ai disturbi narcisistici e alla disintegrazione del sé, esaminate nel nono capitolo:

“Le turbe narcisistiche danno luogo ad un ampio ventaglio di sintomi, fra cui megalomania, violenza incontrollata, sentimenti di inferiorità, iperidealizzazione, deliri di grandezza, perdita dell’empatia. A mio parere l’incapacità di reggere la vergogna e l’umiliazione è alla base di questi fenomeni patologici. Il narcisista cerca di evitare la vergogna e quando la manovra fallisce adotta comportamenti emotivi che mascherano questo sentimento di fondo. La dissociazione di personalità, o personalità multipla, si riallaccia direttamente ad esperienze precoci di intensa vergogna. Quasi sempre questi pazienti sono state vittime di prolungati abusi sessuali: per difendersi dalla vergogna hanno sviluppato una strategia che permette loro di credere che non è a me che succede tutto questo ma a qualcun altro”

Nel capitolo dieci l’autore si interroga sulle differenze individuali e di genere nel fronteggiare la vergogna: provare vergogna è un’emozione adattiva, che ci è utile per prestare attenzione al nostro comportamento, a chiederci chi siamo e come vorremmo essere. Il problema si pone solo in caso di assenza di vergogna o eccesso della stessa, tanto da compromettere le relazioni e la buona qualità della vita. Già da quando il bambino acquisisce la capacità di autoconsapevolezza oggettiva, si notano differenze individuali nel provare vergogna. Per quanto riguarda le differenze di genere, in età scolare è già marcata la differenza nelle reazioni all’insuccesso di bambini e bambine: per i primi la reazione ha a che fare con l’acquisizione di competenza, per le seconde con la preoccupazione del raggiungimento di un obiettivo.

Nell’ultimo capitolo del suo lavoro Lewis esamina altre culture e altre epoche, e dal confronto sembra emergere l’universalità della vergogna, ma ciò che non ha carattere universale è invece la natura delle norme di condotta. Dalla violazione dei principi interiorizzati nasce la vergogna. Questo non può non accadere dato che ognuno vive circondato da altri individui, anch’essi dotati di un sistema di norme di condotta che indicano la via per la costruzione dell’identità personale. La ricerca della/e causa/e dell’insuccesso di fronte al fallimento nel perseguire i dettami è una modalità comune a tutti gli individui: le differenze individuali saranno poi legate a dove si cerca la causa, se in se stessi o negli altri.

A conclusione del suo lavoro, Lewis, analizza le tesi di Sartre, Fromm e Kierkegaard sul prezzo della libertà. Ne deriva che, se da un lato la libertà individuale ci ha svincolati dal vecchio ordine delle cose e dai vecchi ruoli, ci ha in qualche modo privato delle certezze nel definirci. Inoltre l’identità personale è caratterizzata proprio dalla possibilità di essere consapevoli, o meglio autoconsapevoli. Grazie a questa nuova consapevolezza siamo più vulnerabili alla vergogna e alle sue conseguenze.

Michael Lewis
Il Sé a nudo. Alle origini della vergogna
1995, Giunti Editore
Euro 12,00
titolo: Il Sé a nudo
curatore: Francesca Rossi
argomento: Psicologia Sociale
fonte: Vertici Network
data di pubblicazione: 07/04/2008


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