Vi sono, nella nostra vita, passaggi cruciali in cui la “tempesta del dubbio” si insinua in modo sottile nella nostra mente, come un’insidia erosiva, facendoci perdere il significato del nostro esistere.
Si tratta di stati d’animo “crepuscolari” nei quali avversità, sconfitte, delusioni, perdite irreparabili di persone care, incomprensioni, malattie ed altri intensi disagi stendono un velo di insoddisfazione e di paura sulla nostra esistenza e ci inducono a bilanci negativi, dove il nostro intero percorso esistenziale viene messo in discussione, con la devastante sensazione che tutto ciò che abbiamo vissuto in precedenza sia stato soltanto un cumulo di errori e una dolorosa lista di occasioni perdute
Il passato si tinge di grigiore, il futuro perde qualunque attrattiva, il presente diviene vuoto e privo di senso, e ci lasciamo vivere per forza di inerzia, guardando senza guardare, sentendo senza sentire, incapaci di progettare, di sognare, di dare una finalità qualsiasi anche alla più semplice delle nostre azioni.
Ogni cosa si appiattisce, diviene monodimensionale, perde prospettiva e profondità. Le persone, gli oggetti, le situazioni, gli ambienti in cui viviamo, ed infine noi stessi : tutto perde luminosità, nulla è più in risalto, come inghiottito e confuso in un unico sfondo opaco.
In quei momenti è come se vivessimo in un continuo stato di “nausea”, e potremmo identificarci con il conturbante personaggio Antoine Roquentin, protagonista de “La nausea”, il capolavoro di J.P.Sartre, mormorando, sconsolati, con lui, che “tutto è gratuito, questo giardino, questa città ed io stesso. Quando capita di accorgersene, viene il voltastomaco e tutto comincia ad oscillare : ecco la Nausea” (J.P.SARTRE, La nausea, 1938).
Queste angosciose sensazioni ci tolgono la gioia di vivere e imprigionano il nostro io come in un “lager”, privandolo di identità e rendendolo “cosa” insignificante, fra altre “cose” altrettanto insignificanti.
In quei momenti di intenso, abissale smarrimento, ci poniamo incalzanti domande, ma sembra che il nostro io non riesca a trovare risposte in grado di farci uscire dalla terribile prigionia della disperazione. La disperazione è come un potentissimo amplificatore che, con le sue onde insidiose, si propaga inesorabilmente attorno a noi, finendo col tingere di grigiore tutto ciò che ci circonda. E in quel momento è come se ci sentissimo parte di un’Umanità mesta e dolente, che da sempre si è interrogata, si interroga e si interrogherà sul senso della Vita, alla ricerca di un mondo migliore, mentre ogni domanda si perde nel vento del nulla e della non-risposta.
Come nella indimenticabile ballata di Bob Dylan, “Blowin’ in the wind” (1962).
“Quante strade deve percorrere un uomo / prima che tu possa chiamarlo uomo? / E quanti mari deve trasvolare una bianca colomba / prima di riposare sulla sabbia? / Quante volte devono volare le palle di cannone / prima di essere proibite per sempre? / La risposta, amico mio, si perde nel vento, / la risposta si perde nel vento. / Quante volte un uomo dovrà guardare in alto / prima che possa vedere il cielo? / E quante orecchie deve avere un uomo / prima di poter sentire la gente piangere? / E quante morti ci vorranno prima che riconosca /che troppa gente è morta? / La risposta, amico mio, si perde nel vento. / Quanti anni può resistere una montagna / prima di essere erosa dal mare? / E quanti anni possono resistere alcuni uomini / prima che sia permesso loro di essere liberi? / E per quante volte un uomo può distogliere lo sguardo / fingendo solo di non aver visto? / La risposta, amico mio, si perde nel vento, / la risposta, amico mio, si perde nel vento……”.
Ma proprio quando stiamo toccando il fondo del nostro “male di vivere”, del nostro tormentato e torturante giaciglio di dolore, dove non c’è riposo né tregua : sarà il destino, sarà il caso, sarà un “disegno provvidenziale”, sarà l’intervento di una “Volontà Superiore”, ecco che sfogliando svogliatamente qualche libro della mia biblioteca, mi imbatto improvvisamente in un testo con un titolo che mi arriva dritto al cuore, come una saetta : “Uno psicologo nei lager”, di Victor Frankl. Un libro che ho comprato qualche anno fa, in momenti più sereni, e che ho scorso distrattamente, riservandomene la lettura in tempi successivi, come talvolta faccio. Un libro il cui autore mi è noto come ideatore della cosiddetta “logoterapia”(terapia mediante il dialogo), mirante a far recuperare il senso della vita all’uomo che soffre. Un programma che spesso ho considerato con un certo scetticismo, ma che ora, alla luce di questo titolo, mi suscita una nuova, strana e avida curiosità.
E’ uno scritto inquietante e sconvolgente, me ne accorgo fin dalle prime pagine, che – leggo nell’introduzione – l’autore compose di getto, in nove giorni, a Vienna, dopo essere scampato quasi per miracolo, assieme ad altri pochi superstiti, alla terribile esperienza di internato nei lager di Theresienstadt, Auschwitz, Kaufering e Turkheim (Dachau), e dopo avere appreso con immenso dolore, dello sterminio della sua famiglia (padre, madre, fratello e carissima moglie, che aveva sposato da poco, durante la guerra)..Là, nell’inferno devastante e degradante della bestialità di quei lager, egli si era trovato, fra mille sofferenze, ad essere privato di tutto, anche della propria identità, che i suoi aguzzini avevano ridotto a semplice numero : 119.104, per triste cronaca.
Ecco una persona obbligata con violenza inaudita a diventare come Roquentin – mi dico : chissà quale tremenda, ributtante “nausea” dinanzi ad un mondo così sadico, persecutorio e crudele, il cui scopo è unicamente quello di togliere senso alla vita, infliggendo inaudite sofferenze non solo fisiche, ma anche morali! E mi immagino che il libro di Frankl sia un atto di denuncia indignata e disperata contro la inimmaginabile ferocia nazista.
Ma non è così. Leggendo nell’indice la successione delle varie parti del libro, subito vengo attratta da un capitolo intitolato “La riscoperta dell’interiorità”. E’ come un richiamo che scuote d’incanto la cappa plumbea del mio crepuscolarismo. Proprio là, in un luogo dove si distrugge nel modo più infame e degradante la vita umana, mi trovo improvvisamente dinanzi ad un uomo che tiene testa ai suoi aguzzini, contrapponendo alla loro cieca crudeltà l’unica, grandissima forza che gli è rimasta : quella della sua dignità di uomo, del suo diritto ad avere un passato da evocare, una memoria da conservare, una speranza da coltivare, un vissuto d’amore da sentire intensamente proprio nei momenti più orribili, nei quali gli uomini-bestia lo circondano e lo torturano, cercando con ogni mezzo di strappargli l’anima, di fargli perdere la memoria, per ridurlo ad un misero vegetale confinato in un presente senza orizzonti, dominato soltanto dalla preoccupazione di sopravvivere, non di vivere.
Egli, invece, ribatte a questo scempio, elaborando e trasformando la propria sofferenza in una nuova risposta dell’anima : un’anima che si rifiuta di spegnersi nell’oblio di una totale disfatta, e che, anzi, amplifica ancora di più il proprio sentire, continuando il dialogo con il proprio passato e mantenendo desto il filo di continuità che connette, come in una sinfonia senza fine, tutti i momenti della vita. Nessun aguzzino potrà mai sopprimere o scalfire questa “dignità”, che è “immateriale” e quindi imprendibile per i carnefici : i tormenti non la distruggono ; anzi la rafforzano ancora di più.
Mentre imperversa il furore animalesco di chi, munito di forbici crudeli, cerca di “separare”, con mille violenze, i prigionieri del lager dai propri ricordi, “a loro è possibile ritirarsi dallo spaventoso ambiente, volgendosi a un regno di libertà spirituale e di ricchezza interiore” (pag. 72), inaccessibile a quelle bestie umane.
A questo punto mi assale il desiderio irresistibile di immergermi nella lettura del libro, e subito vengo catturata, con improvvisa, crescente commozione, da questo passaggio : “…Che cosa succedeva quando dovevamo marciare di primo mattino dal lager al cantiere?”. Ordini secchi, violenti, perentori : “…. ancora una volta il ricordo fa risuonare questi comandi nel mio orecchio…. Attraversiamo la porta del lager. Su di noi, la luce dei riflettori. Chi non marcia rigido e teso, può contare sul calcio che la sentinella gli menerà con il tacco dello stivale …. Avanziamo ora nell’oscurità, inciampando sulle grandi pietre, attraverso pozzanghere lunghe dei metri…. Le sentinelle non smettono di urlare e ci spingono avanti col calcio dei fucili. Chi ha i piedi coperti da troppe ferite, si appoggia al braccio del vicino, i cui piedi sono meno dolenti. Non parliamo, quasi ; il gelido vento dell’alba lo sconsiglia. La bocca nascosta dal bavero rialzato della giacca, il compagno che cammina accanto a me, sussurra d’un tratto : “….se le nostre mogli ci vedessero ora…. Vorrei che non sospettassero neppure che cosa ci succede….”. Improvvisamente, ho di fronte l’immagine di mia moglie. Mentre inciampiamo per chilometri…., sorreggendoci e trascinandoci…., di tanto in tanto guardo il cielo dove impallidiscono le stelle, o là, dove comincia l’alba, dietro una scura cortina di nubi. Ma il mio spirito è ora tutto preso dalla figura che si racchiude nella mia fantasia straordinariamente accesa e della quale non ho mai avuto sentore prima, nella vita normale. Parlo con mia moglie. La sento rispondere, la vedo sorridere dolcemente, vedo il suo sguardo, e – corporeo o meno – il suo sguardo brilla più del sole che si leva in questo momento. D’un tratto, un pensiero mi fa sussultare : per la prima volta nella mia vita provo la verità di ciò che per molti pensatori è stato il culmine della saggezza, di ciò che molti poeti hanno cantato ; sperimento in me la verità che l’amore è, in un certo senso, il punto finale, il più alto, al quale l’essere umano possa innalzarsi.
Comprendo ora il senso del segreto più sublime che la poesia, il pensiero umano ed anche la fede possono offrire : la salvezza delle creature attraverso l’amore e nell’amore! Capisco che l’uomo, anche quando non gli resta niente in questo mondo, può sperimentare la beatitudine suprema – sia pure solo per qualche attimo – nella contemplazione interiore dell’essere amato” (pag. 73-74).
Sono parole che mi sconcertano e mi scuotono repentinamente in profondità. Dunque, ecco dinanzi a me un uomo che proprio dal fondo della propria inaudita sofferenza, riscopre il senso dei più alti valori dell’esistenza, quasi per la prima volta, come se la sua stessa sofferenza, anziché distruggerlo, abbia amplificato il suo campo di coscienza, portandolo a nuove meraviglie e a vette mai toccate prima d’allora. E’ come se egli avesse trasformato i lugubri segnali di morte che lo circondano in una nuova spinta verso la vita, osando parlare di amore proprio là dove regna l’odio più spietato!
Come è possibile, mi chiedo, un “miracolo” così inaspettato ed insospettabile?
Procedo ancora nella lettura di quel testo così sconvolgente, e una nuova scoperta mi fa rimanere attonita : con l’amore e nell’amore, ecco anche la capacità di riappropriarsi del proprio passato, come solida certezza di esistere ancora e di avere un’interiorità indistruttibile “per rifuggire dal vuoto desolante, dalla povertà di contenuto spirituale dell’esistenza presente”.“Abbandonato a se stesso, il prigioniero ripercorre con sempre nuovo ardore gli avvenimenti passati, non quelli grandi, ma i più quotidiani. Spesso il pensiero si volge a cose o eventi insignificanti della vita precedente…. trasfigurati nel ricordo”. In questo modo, “la vita interiore acquista un’impronta speciale. Il mondo e la vita sono lontani ; lo spirito torna a loro con nostalgia : si viaggia sul tram, s’arriva a casa, si apre la porta di casa, suona il telefono, si alza il ricevitore, si accende la luce elettrica – sono questi i particolari che il prigioniero accarezza, ricordando il passato. E il doloroso ricordo di queste piccole cose lo commuove ….” (pag.77)Sentirsi vivi, ancora capaci di commuoversi, di provare emozioni, perché portatori di storia, la nostra storia, racchiusa nel fondo indistruttibile della nostra memoria : ecco un modo sublime di ridonare senso anche ai momenti più orrendamente tragici della propria esistenza! Là dove l’ottusa furia dei carnefici cerca di scarnificare la vita dei prigionieri, riducendola progressivamente ad una linea sempre più sottile di demarcazione fra vita e morte, dove solo la morte ormai può attrarre come unica e ultima libertà dalla sofferenza, il rianimarsi della memoria e dell’amore ridona spessore vincente alla Vita! E con la vittoria dell’istinto di Vita, ritorna l’emozione sublime della meraviglia dinanzi al Creato, che si intravede nuovamente dalle fessure della propria inenarrabile sofferenza. Questo “istinto di vita”
“….faceva sentire con grande immediatezza l’arte o la natura, non appena se ne presentava l’occasione. Questa esperienza era talora così intensa, da far totalmente scordare l’ambiente e la nostra terribile situazione. Chi avesse visto i nostri volti trasfigurati dall’incanto, durante il viaggio in treno da Auschwitz a un lager bavarese, quando scorgemmo, dalle sbarre di un vagone cellulare, i monti di Salisburgo, con le cime rilucenti nel tramonto, non avrebbe mai creduto che erano volti di uomini che consideravano praticamente conclusa la propria vita…. La bellezza della natura, che ci fu negata per anni, ci entusiasmava…. E più tardi, nel Lager, durante il lavoro, qualcuno richiamava l’attenzione del compagno che gli sbuffava accanto, su un quadro meraviglioso che si offriva ai suoi occhi ; come avveniva, per esempio, nella foresta bavarese…. Quando il sole al tramonto irradiava di luce i tronchi degli alberi, proprio come in un famoso acquerello di Durer.” (pag. 78)
“….ricominci a rivolgere al cielo lamenti e domande. Per la millesima volta lotti per una risposta, lotti per il senso del tuo dolore, del tuo sacrificio – per il senso del tuo lento morire. In un’ultima impennata contro lo sconforto di una morte che ti è davanti senti che il tuo spirito squarcia il grigio intorno a te, e in quest’ultimo slancio …. evade da tutto questo mondo desolato e assurdo mentre alle tue ultime domande sul significato del dolore, risuona da qualche parte un “sì” vittorioso e pieno di Gioia. E in quest’attimo – risplende una luce nella lontana finestra d’una fattoria che sta all’orizzonte come un fondale, nel grigio disperato di un albeggiante mattino bavarese – ‘et lux in tenebris lucet’, e la luce risplende nell’oscurità….” (pag. 78-79)
Rinascere dal fondo del proprio dolore, rendendosene degni, ecco il possibile senso segreto della Vita. Vivere il Dolore come parte della Vita stessa, e non soltanto come pura negazione della Vita, e farlo dialogare con essa, assieme all’amore : ecco la possibile risposta esistenziale, quando le tempeste del dubbio devastano la nostra esistenza.
“Dostoevskij ha detto una volta : ‘Temo una cosa sola : di non essere degno del mio tormento’. Ripensammo più d’una volta a queste parole, quando abbiamo conosciuto uomini eroici, quasi dei martiri, che con il loro comportamento nel Lager, in mezzo a sofferenze e dolori, testimoniarono l’ultima e inalienabile libertà interna dell’uomo, gravemente compromessa. Avrebbero potuto dire a buon diritto che “furono degni del loro tormento”. Hanno dimostrato che, soffrendo rettamente, si i può realizzare qualcosa : una conquista interiore….”. (pag.115-116)
Adesso il libro mi ha catturata definitivamente : il suo messaggio dilaga nella mia mente e nella mia anima come un flusso inarrestabile di emozioni vitali che mi lasciano senza parole. L’insidiosa attrazione della nausea, del non-senso, che poco prima rischiava di spegnere ogni mio desiderio, annientando il tempo e riducendolo ad un grigio, misero presente senza speranza e senza futuro ; il sottile veleno del crepuscolarismo che stava trasformando la mia esistenza in un Lager e i miei pensieri in nuovi, infernali aguzzini : tutto svanisce in una rinnovata, vibrante apertura alla Vita.
Mi lascio andare totalmente a seguire la storia, terribile ma esaltante di Victor Frankl, come se navigassi su di un fiume impetuoso, le cui acque riprendono a correre, avide di mare, dopo il primaverile disgelo, finchè, con indicibile, travolgente commozione, vivo con lui la sua liberazione e la conclusione del suo calvario, inizialmente quasi al limite dell’incredulità, al punto da richiedere alcuni giorni per adattarsi alla nuova condizione di uomo libero. Ma
“ poi, un giorno, qualche tempo dopo la liberazione, cammini in aperta campagna, per chilometri e chilometri, attraverso prati fioriti, fino alla borgata nelle vicinanze del Lager. Allodole s’alzano in volo, si librano in alto ; senti risuonare il loro canto e la loro gioia, là in alto, nello spazio infinito. Non cè nessuno, lì vicino, intorno a te, vi sono vasti campi e il cielo e il canto di gioia delle allodole e l’infinito. Allora non prosegui più in questo infinito, ti fermi, ti guardi intorno e volgi gli occhi verso l’alto e cadi in ginocchio. In quest’attimo non sai molto di te, né del mondo ; senti in te una frase sola, e sempre quella, ripetuta : ‘Dal profondo chiamai il Signore ed Egli mi rispose dai liberi spazi’ (Sl 118,5). – Quanto tempo sei rimasto là, in ginocchio, quanto spesso hai ripetuto questa frase – il ricordo non può dirlo…. Ma in questo giorno, in quest’ora, è cominciata la tua nuova vita, e tu lo sai. Passo dopo passo, non altrimenti, penetri in questa nuova vita, ridiventi uomo”. (pag.147-148)
Cercavo una risposta : forse l’ho trovata.
Amore, memoria, bellezza del Creato come “rimedi” alla nausea esistenziale, alla disperazione che toglie senso alla vita. GRAZIE Maria Luisa per questo studio appassionato che ha fotografato esattamente la mia sofferenza attuale….fatta di DUBBI e di DOMANDE senza RISPOSTA …GRAZIE per la TUA risposta provvidenziale, quasi una terapia a domicilio. Ritengo che questo tuo articolo sia uno dei migliori che abbia letto finora e mi auguro che molti lo leggano per davvero…Sento nel Web molte esistenze assetate di dignità del dolore e di risposte ad inerzie opache. Anche il tuo, è un gesto d’amore, una mano tesa a chi si sente “finito”
Da: Fiorenza Dal Corso su 23 ottobre 2011
alle 20:06
Ho conosciuto Frankl nella comunità CEIS-CEBS dove sono stata volontaria. Solo più tardi ho potuto leggere il testo che tu citi e analizzi in modo magistrale,Posso testimoniare che anche chi non ha vissuto l’esperienza fisica del lager , può averne provato il disagio e il dolore in un sequestro emotivo….Solo l’amore , la solidarietà, la dolcezza….possono sanare certe ferite.Per esperienza personale , capisco ciò che è successo nel cuore e nella mente di Frankl quando è caduto in ginocchio davanti al suo DIO. Era stato volontariamente Suo strumento per distribuire tra i fratelli disperati quell’amore che Lui riserva ad ogni uomo, ad ogni creatura dell’universomondo che ha voluto per amore.
Per una vita intera ho cercato il logos.
Frankl ha fondato la logoterapia, una vera grazia per il genere umano,
Grazie Malù.
Da: Anna Santoni. su 23 ottobre 2011
alle 22:30
…nn ci sono messaggi……ecco il mio incubo, la mia disperazione quotiana…..? .Dio che intesa c’era tra noi…non sai quanto tutto questo mi manchi..e quanto triste sia la mia vita senza la tua presenza ..eppure sono qui come una bambina con un disperato bisogno di affetto…disperazione…solitudine sono le sole compagne per me,e adesso mi rendo conto quanto riempivi la mia vita con la tua presenza. mio padre che ormai manca da circa 1 3 anni………….. ora l’unico pensiero sei tu e la speranza di farti capire cosa ho nel cuore rimarra purtroppo delusa…….nn ci sarai..nn ti sentiro’ piu’,e la mia vita sara’ muta…vuota…anche se in un piccolo angolino del mio cuore battono ancora forti le senzazioni che ho provato insieme a te.. quando mi accarezzavi i capelli , perche’ mi vedevi soffrire ,per un amore impossibile, quando mi baciavi la fronte per consolarmi ,,,,,,,,,,,,,.e questo nessuno…nessuno me ne potra’ mai privare…….ora che non ci sei piu’, mi manca tutto questo , sei sempre nei miei pensieri……………. lo dedico a te,,,,,,,,,,,,,,,, mio caro papa’…………. ecco cosa e’ per me amore e disperazione,ma grazie alla mia fede posso solo comprendere che questa e’ la vita che passa e nn ci resta che ricordare ricordare e ricordare
grazie Marialuisa per avermi dato la possibilita’ di sfogarmi e ricordare un momento triste della mia vita……………..
Da: Carmen Brittanni su 23 ottobre 2011
alle 23:48
CONGRATULAZIONE M.LUISA ,GRAZIE PER IL MESSAGGIO VERITIERO CHE HAI SCRITTO ,ESSO MI HA FATTO RIFLETTERE E PENSARE AL CAMMINO DELLA MIA VITA……DA GIOVANE ERO PIENA DI FORZA DI PROGETTI PER UN MIO STATO ECONOMICO PIU’ SOLIDO…. ALLORA ESISTEVO IO, CON IL MIO EGOISMO LA MIA VANITA’ E LA MIA SUPERBIA…ERO FORTE ALLORA NEL FISICO, MA NON NELL ‘ANIMA ….LA SOFFERENZA E I GRANDI DOLORI MI HANNO FATTO SCENDERE DAL MIO PIEDISTALLO ED HO COMINCIATO NEL DOLORE AD ESSERE PIU’ UMILE E A CONSIDERARE DI PIU’ GLI ALTRI….PIU’ AFFRONTAVO LE TEMPESTE DELLA VITA ,PIU’ LA MIA MENTE MATURAVA ED APRIVA LE PORTE ALLA CONSAPEVOLEZZA DEI VERI VALORI DELL’ESISTENZA …..DA ALLORA CRESCENDO HO PRESO COSCIENZA DEL SIGNIFICATO DELLA VERA FELICITA’,CHE APPARTIENE ALL’ANIMA E ALL’AMORE VERSO GLI ALTRI …….. IL CRISTO CI HA INSEGNATO COME RAGGIUNGERE LA VERA FELICITA’:,ESSA HA DIMORA NELL’ANIMA RICCA D’AMORE……….. …
Da: TINA BITA' su 24 ottobre 2011
alle 01:54
L’uomo vuole sempre rinascere..deve trovare la forza per poterlo fare!
Bella la tua esposizione!
Da: Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro su 24 ottobre 2011
alle 07:32
Volevo ringraziarti per avermi fatto scoprire questo bellissimo libro di Victor Frankl che tocca veramente le corde dell’anima di chi é sprofondato nell’abisso della disperazione, il messaggio che l’autore ci regala é un messaggio di speranza, perché é possibile per tutti una rinascita, non solo per chi ha il dono della fede, perché ogni individuo é portatore di valori, di un vissuto personale, di pensieri e sentimenti che costituiscono la sua forza e la sua identità, identità che niente e nessuno può toglierci anche quando perdiamo tutto quello che abbiamo costruito, tutto quello per cui abbiamo lottato.
Diceva S. Francesco che ” un solo raggio di sole è sufficiente per cancellare milioni di ombre” e quel flebile raggio é quello che permette al nostro amore per la Vita di non soccombere all’istinto di morte e alla sofferenza, quel raggio che si nutre della Bellezza dello Spirito e del ricordo dell’ Amore dato e ricevuto.
Da: Mirella Sapienza su 24 ottobre 2011
alle 08:50
i dubbi emotivi personali su delle scelte da fare o su cosa ne pensiamo emotivamente di eventi accaduti intorno a noi sono abbastanza sempolici da gestire per l’ANALOGICO basta fare il test del sì/no e sapremo ciò che vuole la nostra emotività.
Da: Catia su 24 ottobre 2011
alle 12:41
Complimenti Maria Luisa ,
Grazie ..il senso della vita è ad amare Dio con tutto il cuore ed amare il prossimo come noi stesso , il dolore ne rinforza , accentando il presente e il previsto futuro …Un raggio di Sole d’ accompagnare il percorso della vita e un migliore futuro …
Da: Elena Ella Spataru su 24 ottobre 2011
alle 14:39
Una grande testimonianza di vita, di dolore incalcolabile, e di come l’uomo non perde mai la speranza di fronte a tante atrocita’. Solo una grande forza interiore e un grande amore verso Dio puo’ riuscire a non sentirsi mai perso…..
Da: Antonella su 24 ottobre 2011
alle 21:00
Stasera ho letto quest’articolo insieme a mia figlia,siamo rimaste senza parole,riesci come sempre a centrare il senso della vita.
Da: paola su 24 ottobre 2011
alle 21:13
grazie maria luisa riesci sempre a infondere serenita’, io sono convinta come poi anche l’autore del libro che l’amore sia l’unica forza che ci puo’ risollevare e portare alla vita, non esiste nient’altro che sia in grado di farlo, spero che questo testo faccia riflettere tutti……….
Da: niki su 25 ottobre 2011
alle 08:22
Maria Luisa, questo tuo scritto mi è veramente piaciuto perché mette in risalto che nel mondo c’è dolore e non è facile eliminarlo anche se ci proviamo con tutte le nostre forze. Per me, ciò significa che è semplicemente troppo necessario, infatti dobbiamo superarlo e certo non è facile; per le persone semplici, la gioia è presente solo nella soddisfazione, per quelle più complesse, anche nel dolore; è la dimostrazione che DIo ci è vicino e tutti gli uomini vivono momenti belli anche nei periodi peggiori. Voglio ricordare, in pieno decadentismo, il comportamento diverso, ma altrettanto doloroso e ricco di reazione di due grandi poeti, Pascoli e D’Annunzio. Il primo vede il mondo come un insieme misterioso ed indecifrabile, non esiste una conoscenza in grado di spiegare la realtà; infatti la sua poesia rappresenta solo un particolare del reale, non riesce ad avere una visione d’insieme, il poeta fanciullino sa dare il nome alle cose scoprendole nella loro freschezza originaria. Pascoli, provato profondamente dall’assassinio del padre, dolore che influenzò la sua poesia, nella quale non entrò mai la vita moderna della città, rimase nel suo mondo come se avesse bisogno di difenderlo da un minaccioso disordine esterno. Invece, D’Annunzio, ricerca la parola suggestiva, rigetta la ragione come strumento di conoscenza per i valori spirituali e si rifugia nelle suggestioni del senso e dell’istinto per porsi in contatto diretto con le forze della natura; è la scoperta dell’armonia del mondo. Adesso, siamo all’inizio del terzo millennio, sono convinta che spetta alla psicologia di scoprire il mistero della creazione perché è la scienza che studia il comportamento dell’uomo, immagine e somiglianza di DIO, perciò ci deve far capire qualcosa di LUI. Vi invito a leggere “TERZO MILLENNIO, Scoperta di DIO e del Segreto della CREAZIONE”, casa editrice Helicon.
Da: Mucciola Ivana su 25 ottobre 2011
alle 08:24
Frankl victor aveva elaborato le base teoriche della logoterapia prima del suo vissuto nei campi di concentramento—l’uomo in cerca di un significato concreto della sua vita –della sua sofferenza— delle sue disgrazie—dare significato dell’amore —anche dell’amore perduto. Frankl elabora con grande intuizione la strategia dell’intenzione paradossale e elabora tante altri metodi terapeutici. A Frankl non interessa tanto l’analisi Freudiana ma l’analisi esistenziale dell’uomo “paziente”—-come vive il suo sintomo nevrotico—-se il sintomo c’è secondo Frankl allora contribuisce al significato—-al “vigore” esistenziale del paziente e della sua vita—–ho avuto la fortuna di conoscere Frankl all’università di Toronto molti anni fa—abile conferenziere di grande carisma —di grande amore per la vita.—Frankl cmq. non fu il primo uomo a sollevare domande sull’esistenza umana. Ti invito di leggere con cura il libro di Giobbe della sacra Bibbia—un testo cosidetto letterario ma di grande questione esistenziale—-gli Ebrei come Frankl sono stati sempre preseguitati e probabilmente per questa ragione hanno sempre approfondito il significato della vita e di tanti problemi che riguardano—-il “come” convivere con una vita colma di disperazione—di cattiveria—- di ingiustizia —di perseguzione—di solitudine—di dubbi religiosi –di fede —della presenza di un—DIO che non ascolta—Giobbe perde tutto —uomo retto— ricco dell’oriente—tutti lo invitano a rinegare la sua fede in Dio—lui non ascolta i suo amici e risponde alla moglia che lo assilla “come donna crediamo in Dio quando vivamo nella bontà di DIO—e poi rineghiamo la nostra fede quando ci sono le disgrazie—e la sofferenza”— lui controbatte con ferocia la sua posizione in rapporto con Dio—con l’uomo—-qui è il punto centrale il rapporto con Dio e con l’uomo—per gli Ebrei questo connubio è inscindibile. —-grazie della tua esposizione molto bella —–P.s.—Ma Bob Dylan è anche lui di origine ebreo?
Da: Franco Bonanni su 25 ottobre 2011
alle 23:54
So cercando il libro…voglio, proprio, leggerlo! Grazie.
angelo
Da: Angelo su 26 ottobre 2011
alle 08:37
Il tuo articolo mi ha molto colpito e mi ha graffiato l’anima. Mi ritengo un lettore accanito di questo periodo storico avendo consultato decine e decine di testi. Ma poche volte mi era capitato di imbattermi in considerazioni così profonde. Grazie, Luisa e grazie al prof che ti regala questo spazio!
Da: Elio Caruso su 27 ottobre 2011
alle 00:54
Come il solito, quando leggo quello che scrivi, Maria Luisa, la commozione mi assale fino alle lacrime e, quasi non mi sento di aggiungere altre parole alle tue così poetiche e, direi, struggenti espressioni. Ma non posso fare a meno di dirti quanto il tuo articolo abbia arricchito la mia sensibilità e la mia interiorità. Mi sono sentita annichilita dalla sofferenza del protagonista del libro di cui hai parlato e, al tempo stesso, sentita risorgere verso la vita e la speranza di trovare dentro ognuno di noi le risorse per superare sempre, con dignità, gli inevitabili dolori che la vita ci riserva ….sì, perché, finché si vive…nessuno ne é immune! Ma ad ogni morte interiore, segue una rinascita per chi ha imparato ad apprezzare quali siano i valori sostanziali dell’esistenza.
Mi auguro che i tuoi scritti riescano ad arrivare, come per me, nel cuore e nella mente dei tuoi lettori e che i tuoi estimatori diventino sempre più numerosi. Credo che i messaggi che trasmetti siano un grande tentativo per risvegliare gli animi verso quello che più conta nella vita degli essi umani, che non é certamente il denaro o i beni materiali.
Grazie … anche a nome di chi ti legge e ti apprezza.
Da: Maria Antonietta Guastella su 3 novembre 2011
alle 08:38
Cara Maria Luisa
leggo sempre volentieri le tue recenzioni, anche se, come ben sai, ho pochissimo tempo…. Anche a me è capitato di sentirmi inutile, vuota, di aver sbagliato tutto ma con forza e coraggio mi sono “specchiata”, ho analizzato quello che ho fatto e che non ho fatto e lentamente, gradino per gradino, sono risalita ed ora posso dire di aver superato quasi totalmente il momento buio che aveva preso la mia vita! Anche se sono molto latitante in FB, appena posso leggo quello che sempre scrivi e devo farti i miei complimente perchè sai esprimere in modo chiaro concetti che, scritti con termini tecnici, non sarebbero comprensibili a tutti!!!!! Un caloroso abbraccio
Da: Giulia Finazzi su 8 novembre 2011
alle 10:05
Complimenti!!!
Da: Costantina Puleo su 23 febbraio 2012
alle 21:06
Grazie a lei PROF.e grazie a MariaLuisa sono anni che vivo in questo
stato è x quanto cerco risposte nn ci sono; ho imparato a convivere col
dolore ;è quando devo rispondere non mi tengo + tutto dentro.
I miei carnefici : uno è deceduto è l’altro ora si lamenta ,poikè ho trovato la forza dalla sofferenza , di allontanarlo da me ,se pur con dolore . HO sopportato x 35 anni , poi ho detto basta ,mi è costata cara,
ho patito di conseguenza una depressione; ma ki mi era vicino e chi poteva aiutarmi nn la fatto .IO c’ero sempre nei loro bisogni…….ora sono sola vengono da me solo quando hanno bisogno ,mi fà tanta tristezza .Ho letto tante vlt il salmo ;Dal profondo ti chiamai Signore è tu mi hai risposto .grazie ,grazie ,un caro saluto Tina
Da: tina su 23 febbraio 2012
alle 21:35
Cara Maria Luisa,
sono entrata con mille incertezze e altrettante paure in facebook…un angolo di mondo, ancora invero, a me sconosciuto. Ci sono entrata, come facevo da piccola, quando volevo nascondermi da tutto e da tutti…e cercavo l’angolo più buio della mia casa, perchè non volevo essere trovata.
Ora mi sono accorta, anche grazie a te e ai tuoi scritti,… che l’angolo che ho scelto, per recuperare le forze, che avevo perso nel dolore, in realtà mi si è, improvvisamente, rivelato un angolo pieno di luce…Ed è qui che sono stata avvolta da una cascata di verità, che, inconsapevolmente, stavo cercando,..per potere permettere al mio nulla ferito, di potercisi aggrappare…
.E l’ho fatto, con tutta la forza che mi è rimasta…
Dio è,sempre stato per me, l’unica fonte dell’amore ,…quell’amore che si è totalmente realizzato nel mio cuore, nel momento in cui ho provato l’ infinita felicità di diventare MAMMA…
E di questo io sarò per sempre grata e riconoscente al Signore. L’: ho vissuto come un premio immenso, che forse non meritavo e, nonostante il mio cuore, ancora oggi, non smetta di piangere…per il distacco da Luca,.. se tornassi indietro, sapendo di perdere il mio adorato figlio a soli 37 anni, sceglierei ancora di essere la sua mamma, solo e sempre la sua mamma!!!
Scusami, cara Maria Luisa, per questo mio sfogo personale, ma sono entusiasta per la recensione che hai pubblicato, sul libro “Uno psicologo nei lager”…spero proprio di riuscire ad acquistarlo anch’io. Mi hai aiutata a scavare nella mia anima, . Con affetto. luciana.
Da: Luciana Serrati su 23 febbraio 2012
alle 23:42
Estasiante,davvero,sto percorrendo anch’io un lungo sentiero di profondo disagio sia fisico che psicologico per vari motivi che ormai da anni non vogliono “lasciarmi” libera………..so che devo anch’io,però, voler uscire da queste tenebre che sembrano non rischiararsi più. Devo volerlo,altrimenti la “NAUSEA” con cui ormai convivo mi porterà chissà ……le famose risposte le cercherò,continuerò a cercarle con più volontà, Almeno una ,una sola RISPOSTA devo trovarla in fondo alla mia anima.
Da: Maria Arcangela Pastoressa su 24 febbraio 2012
alle 11:40
Grazie stimabile Maria Luisa ,per la serenità che porti fra noi , la vita è un miracolo apprezzabile nella gioia e tristezze ,con la grazia di Dio ci riusciamo a dimenticare il passato ,tirando ancora un po’ d’aria avanti ….risveglia l’anima che rimane sempre ….
Da: Elena su 25 febbraio 2012
alle 22:49