Negli ultimi decenni, i progressi nella psicologia sperimentale, nella neurobiologia, nella psicoanalisi, nella ricerca sullo sviluppo e sulle emozioni, hanno portato a modi nuovi e interessanti di concettualizzare la regolazione affettiva e il suo ruolo nella salute e nella malattia. Nel panorama delle ricerche recenti si nota l’ampia rilevanza assunta dal costrutto di personalità dell’alessitimia. In quanto disturbo della regolazione degli affetti, l’alessitimia getta infatti nuova luce sulle importanti interazioni esistenti tra emozioni, cognizione, relazioni precoci di attaccamento e salute mentale.
Il costrutto di alessitimia
Il costrutto dell’alessitimia è nato più di trenta anni fa; trova le sue origini nelle osservazioni cliniche effettuate inizialmente su pazienti con disturbi psicosomatici e, successivamente, anche su altre popolazioni mediche e psichiatriche.
Fu Sifnoes a studiare per primo in maniera sistematica questa particolare costellazione di caratteristiche psicologiche e coniare nel 1973 il termine di “alessitimia” per indicare “un disturbo specifico nelle funzioni affettive e simboliche”, spesso presente nei pazienti psicosomatici.
Alessitimia deriva dal greco “a”, per mancanza, “lexis”, per parola e “thymos”, per emozione; letteralmente “mancanza di parole per le emozioni”, ad indicare una sorta di “analfabetismo emozionale”, una marcata difficoltà nel riconoscere, esplorare ed esprimere i propri vissuti interiori.
Oggi abbiamo un consenso in letteratura sulla definizione di alessitimia, questa consiste in
difficoltà di identificare i sentimenti e di distinguerli dalle sensazioni somatiche;
difficoltà nel descrivere e comunicare emozioni e sentimenti alle altre persone;
processi immaginativi limitati;
stile cognitivo orientato esternamente.
Si tratterebbe quindi di un deficit “sia nel dominio cognitivo-esperenziale dei sistemi di risposta emotiva sia al livello della regolazione interpersonale delle emozioni” (Taylor, Bagby & Parker, 1997/2000, p.31).
Questi due aspetti salienti del costrutto devono essere colti nel loro stretto collegamento: essendo incapaci di identificare accuratamente e di “dare un nome” ai propri sentimenti soggettivi, le persone alessitimiche hanno difficoltà a comunicare verbalmente agli altri il proprio disagio emotivo e non riescono ad usare le altre persone come fonti di conforto, di tranquillità, di feedback, di aiuto nella regolazione dello stress. La scarsità della vita immaginativa limita inoltre la loro possibilità di modulare l’ansia e le altre emozioni negative, attraverso i ricordi, le fantasie, i sogni ad occhi aperti, il gioco, ecc.
Tale incapacità nel verbalizzare le proprie emozioni non va considerata quindi come una difficoltà di tipo esclusivamente espressivo ma come una vera e propria limitazione nella possibilità di elaborare le emozioni e di costruire un proprio mondo interno (Ricci Bitti & Caterina, 2001).
Nel modello cognitivo-evolutivo delle emozioni elaborato da Lane e Schwartz (1987), i soggetti alessitimici si troverebbero ai primi stadi di stadi (“sensomotori”) di organizzazione e consapevolezza delle esperienze emozionali. Queste vengono esperite essenzialmente a livello di sensazioni corporee e di tendenza all’azione; l’esperienza “psicologica” delle emozioni è limitata e poco sofisticata, le descrizioni verbali sono spesso stereotipate, scarsa è la consapevolezza della complessità e multidimensionalità delle proprie esperienze emozionali.
Esistono relazioni e sovrapposizioni chiaramente visibili tra l’Alessitimia e altri costrutti quali l’ “Intelligenza Emotiva” di Goleman (1995/1996) e l’ “Intelligenza intrapersonale” di Gardner (1993).
Al contrario degli “alessitimici”, gli individui “emotivamente intelligenti”, hanno una buona autoconsapevolezza emotiva, sanno riconoscere precocemente i segnali fisiologici che accompagnano l’emozione, hanno capacità di autointrospezione e autoregolazione.
Essi non tendono a reprimere i loro vissuti (che continuerebbero comunque a produrre i loro effetti), ma fanno il primo passo verso una gestione adattiva e efficace delle emozioni mediante un’attribuzione di significato a ciò che gli accade, resa possibile dalla mediazione operata dal linguaggio con cui definiamo quello che proviamo.
Questa operazione è fondamentale perché dota di senso l’esperienza emozionale, la arricchisce con la “valutazione” cognitiva (ad esempio in termini di novità, pericolosità, capacità di farvi fronte, possibili risposte, relazione con i propri valori e le norme sociali…), la collega più saldamente con i propri vissuti e con la storia soggettiva, e (non ultimo) apre la strada alla comunicazione interpersonale.
Svariate ricerche hanno mostrato come la comunicazione emotiva interpersonale abbia benefiche ripercussioni sullo stato di salute dell’individuo (ad esempio in presenza di lutti e situazioni traumatiche) in quanto protegge dagli “effetti a lungo termine” del disagio emozionale; dando la possibilità di rivivere, rievocare, condividere e quindi, in qualche modo, “sistemare” le emozioni (Pennebaker & O’Herron, 1984; Rimé,1989; come citato in Ricci Bitti & Caterina).
Altre caratteristiche si sono rivelate spesso associate all’alessitimia, anche se non fanno parte del nucleo centrale del costrutto, tra queste: la tendenza al conformismo sociale, la tendenza all’azione per la gestione delle tensioni e dei conflitti, una certa povertà nell’espressione facciale delle emozioni, la difficoltà nel ricordare i sogni o materiale onirico caratterizzato da pochi dettagli visuo-immaginativi e scarsa bizzarria, la scarsa capacità di empatizzare con gli stati emotivi altrui.
“Bisogna sottolineare che l’alessitimia non è concettualizzata come un fenomeno categoriale (del tipo “tutto o niente”), ma come un costrutto dimensionale (o tratto di personalità) che è distribuito in modo normale nella popolazione generale” (Taylor & al., p.31).
Oltre che come tratto di personalità relativamente stabile, l’alessitimia può emergere come fenomeno secondario, come stato reattivo in conseguenza di gravi traumi o di malattie fortemente invalidanti o in cui c’è pericolo di vita (cancro, dialisi, trapianto); in momenti particolarmente critici dell’esistenza “l’anestesia emozionale” sembra avere finalità adattive, rappresenterebbe cioè un massiccio meccanismo di difesa verso la propria realtà interiore fonte di sofferenza e di grosso scompenso.
Misurazione dell’alessitimia
Fino a poco tempo fa, è stata ignorata la necessità di provvedere ad una adeguata validazione e misurazione del costrutto, “forse a causa del fatto che esso trova origine in osservazioni psicoanalitiche e la psicoanalisi è un campo in cui la ricerca empirica è stata relativamente trascurata” (Taylor & al., p.47).
Lo strumento attualmente più affidabile e più ampiamente usato per la misurazione dell’alessitimia è il Toronto Alexithymia Scale a 20 items (TAS-20).
Lo strumento, la cui revisione definitiva è del 1994 (Bagby, Parker & Taylor), è stato psicometricamente ben validato e tradotto in numerose lingue (tra cui l’italiano).
Si tratta di una scala self-report, cioè di autovalutazione, che ha una struttura a 3 fattori, congruenti dal punto di vista teorico con i principali aspetti del costrutto (aspetti separati ma empiricamente e logicamente collegati):
F1 – DDI = Difficulty Identifying Feelings – Difficoltà nell’identificare i sentimenti e nel distinguerli dalle sensazioni somatiche che accompagnano gli stati di attivazione emotiva. Questa subscala valuta cioè la chiarezza dei propri vissuti emozionali, è composta da 7 items quali “I am often confused about what emotions I am feeling”.
F2 – DDF = Difficulty Describing Feelings – Difficoltà nel descrivere le proprie emozioni ad altri. Questa subscala a 5 items indaga i deficit a livello di comunicazione emotiva interpersonale.
F3 – EOT = Externally oriented Thinking – Pensiero orientato all’esterno. Questa subscala vuole misurare il grado di attenzione al proprio mondo interno, emozionale; include 8 items quali “Being in touch with emotions is essential”.
A tutti gli items si risponde usando una scala Likert a 5 punti (1= fortemente in disaccordo; 5= fortemente in accordo). Il punteggio finale può quindi andare da 20 a 100. Gli studi hanno suggerito che persone con un punteggio totale al TAS uguale o maggiore a 61 (punteggio “soglia”) sono classificabili come alessitimiche. Informazioni interessanti si ricavano anche dai punteggi separati delle singole subscale.
Altre tecniche utilizzabili sono il Beth Israel Hospital Psychosomatic Questionnaire o BIQ (questionario a scelta obbligata, somministrato da un intervistatore; sviluppato da Sifneos, 1973) e la Scala dell’Alessitimia dell’MMPI (costruita con metodo empirico da Kleyger e Kinsman,1980); entrambi questi strumenti presentano però scarse proprietà psicometriche, scarsa affidabilità in ambito clinico e forniscono deboli supporti alla validità del costrutto di alessitimia (Taylor & al.).
Anche le tecniche proiettive possono fornire informazioni di rilievo: sono utilizzabili soprattutto il SAT9, il Rorschach e il TAT.
Il SAT9 è una tecnica di disegno proiettiva, consiste nella somministrazione di 9 stimoli simbolici con i quali il soggetto deve costruire un disegno ed elaborare una storia con modalità narrative. Tale strumento si è rivelato idoneo alla valutazione delle funzioni simboliche e all’individuazione dei soggetti alessitimici (Cantelmi & Sarto,1999).
Dall’analisi dei protocolli Rorschach (Fabbrici, Baldaro, Bernardi & Villa, 1989), è emerso che pazienti adulti psicosomatici con tratti alessitimici tendono a mostrare, rispetto ai controlli sani:
una minor produzione di risposte;
un minor numero di risposte Movimento, soprattutto di Movimento umano (da sempre considerate come l’indice maggiormente correlabile con la capacità di accedere alla vita interiore sotto forma di fantasia);
una maggior percentuale di risposte Forma (solitamente messe in relazione con il controllo esercitato sulla vita affettiva) e di risposte banali (ad indicare un atteggiamento costrittivo nei confronti dell’immaginario, un eccessivo conformismo e una certa stereotipia del pensiero).
Un quadro d’insieme simile è stato riscontrato anche in studi su bambini asmatici (Fabbrici & alt., 1989); ciò depone per una maggior presenza in questi bambini di tratti psicologici riconducibili ai concetti di alessitimia e pensiero operatorio.
Nelle ricerche, in risposta alle schede TAT, i soggetti alessitimici hanno mostrato una gamma significativamente meno ampia di parole relative agli affetti, rispetto ai soggetti non-alessitimici (Taylor & al.).
Gli strumenti proiettivi forniscono informazioni utili sulle rappresentazioni del sè e dell’oggetto, come anche sugli schemi di attaccamento (tutti aspetti tendenzialmente deficitari nei soggetti alessitimici), inoltre sono di più facile applicazione anche con i bambini; d’altra parte però le risposte fornite possono essere fortemente influenzate dall’esaminatore e la loro interpretazione rimane altamente soggettiva.
A causa delle particolarità del colloquio clinico con i bambini piccoli e dell’impossibilità di utilizzare strumenti di valutazione quali il TAS, il BIQ, o l’MMPI, molto meno indagata è la presenza di caratteristiche alessitimiche nei bambini; nonostante l’intuibile rilievo che tali studi potrebbero avere, ad esempio, per il chiarimento del fenomeno psicosomatico in età evolutiva (Fabbrici & al.).
Alessitimia e attaccamento
Si pensa che nell’eziologia dell’alessitimia siano in gioco diversi fattori, tra cui: le variabili socioculturali (vedi la maggior prevalenza nei maschi e nei ceti svantaggiati), i deficit neurobiologici, le variazioni nell’organizzazione cerebrale (ad esempio una disfunzione dell’emisfero destro – tradizionalmente connesso alla neurobiologia delle emozioni – o un deficit del trasferimento interemisferico).
In particolare però, rispetto all’alessitimia e ai disturbi dello sviluppo emotivo, è stata messa in luce l’influenza critica, estremamente significativa, delle prime esperienze relazionali e di attaccamento.
Studi osservativi condotti su neonati nell’interazione con il loro caregiver principale (solitamente la madre), mostrano che nel bambino è rintracciabile, fin dai suoi primi mesi di vita, “un’attività comunicativa centrata sull’espressione delle emozioni” (Crugnola & Baioni, 2002, p.119).
Se è quindi dimostrata la presenza di emozioni innate di base, espresse fin dall’inizio dal punto di vista comportamentale e fisiologico, l’aspetto soggettivo-esperenziale delle emozioni di base e le emozioni più complesse (amore, vergogna, invidia, orgoglio, colpa…) si sviluppano durante la prima infanzia. Quelli che nel neonato sono stati indifferenziati di soddisfazione e disagio, pian piano si differenziano in una complessa gamma di emozioni specifiche e conoscono una progressiva “desomatizzazione”.
Le acquisizioni, nel secondo anno di vita, della capacità rappresentativa e del linguaggio hanno un impatto fondamentale nella sviluppo della consapevolezza emotiva soggettiva e nella capacità di identificare e regolare gli affetti, sia a livello intrapersonale che nelle relazioni con gli altri.
In questo sviluppo degli affetti, oltre alla crescita cognitiva, sono le prime relazioni a giocare un ruolo di grande importanza.
“Lo sviluppo degli affetti e la capacità di regolazione di questi è facilitato nella primissima infanzia dall’esperienza di condivisione degli affetti e del “rispecchiamento” delle espressioni emotive con il caregiver primario e, in seguito, dalle interazioni giocose nelle quali si verifica l’apprendimento della denominazione e dell’espressione dei sentimenti” (Taylor & al., p.41). La madre ha, secondo la concezione di Bion (1959,1962; come citato in Taylor & al.) un ruolo di “contenitore”, cioè ha la funzione di “assorbire, contenere, elaborare e interpretare gli stati affettivi del suo bambino”, soprattutto quelli disturbanti (Taylor & al., p. XIX).
Laddove questa funzione di “contenitore” e regolatore fallisce, il bambino (e poi l’adulto) sviluppa un “contenitore interno difettoso”, le emozioni non sono trasformate in rappresentazioni mentali e “oggetti di pensiero”, ma rimangono a livello di percezioni, sensazioni, impulsi all’azione (di qui l’alto rischio di disturbi psicosomatici) (Taylor & al., p.263).
Anche le teorie di Crittenden (1997) hanno una rilevanza particolare per il costrutto di alessitimia, in quanto forniscono una concettualizzazione originale e interessante dell’importanza evolutiva delle primissime relazioni di attaccamento; in cui il soggetto impara a regolare non solo il suo funzionamento interpersonale, ma anche quello mentale ed emotivo. Grazie ad un legame di attaccamento sicuro e ad una buona sensibilità, responsività e “sintonizzazione” del caregiver, il bambino impara a utilizzare la valutazione cognitiva per modulare gli affetti e gli affetti per arricchire la cognizione. “Oltre a sviluppare una tolleranza affettiva, il bambino impara ad utilizzare i sentimenti di ansia, di depressione e gli altri affetti come segnali, i quali possono essere valutati e usati per scegliere un comportamento capace di eliminare o modificare la situazione di stress” (Taylor & al., p.19).
Secondo Crittenden i problemi di inibizione o disregolazione affettiva nascono da stili di attaccamento insicuri; questi si associano con schemi interni e modelli di rappresentazione che riflettono un mancato processo di integrazione delle informazioni affettive con quelle cognitive.
In particolare, il bambino con attaccamento insicuro-evitante (la cui madre è rifiutante, emotivamente non disponibile e scarsamente espressiva) tende a sviluppare dei problemi di riconoscimento ed espressione degli affetti e impara a basarsi esclusivamente sulla cognizione.
Il bambino con attaccamento insicuro-ambivalente (il cui genitore fornisce risposte affettive incoerenti, fuorvianti, non prevedibili) non sviluppa la capacità di usare la cognizione per modulare gli affetti e funziona sulla base di affetti non regolati.
Esempi estremi di questi stili di attaccamento “problematici”, sono rappresentati dai casi con madri depresse, ostili, maltrattanti o adolescenti (con scarso equilibrio emotivo), dove la prolungata assenza di sintonia emozionale impone al figlio un costo enorme in termini di benessere emotivo.
In questi casi una vasta gamma di vissuti emozionali del bambino (quali la rabbia, la tristezza, la paura, il bisogno di essere coccolati), vengono costantemente (o in maniera intermittente) malinterpretati (ad esempio con una lettura esclusivamente “fisica”, come segnali di “fame”, “sonno”, “malessere fisico”…), scoraggiati, ricevono risposte “sbagliate”, allontananti o addirittura punitive.
Questi stati emotivi vengono pertanto esperiti dal bambino come “sconvenienti” o “pericolosi”; vengono inibiti, falsificati, cancellati dal repertorio delle relazioni intime e rischiano di rimanere bloccati ad un livello puramente percettivo-somatico, preconcettuale, con scarso accesso alla consapevolezza e alla comunicazione.
Queste configurazioni di attaccamento predispongono ad un alto rischio di problematiche emotive e di sviluppo psicopatologico, soprattutto “in assenza di variabili contestuali e sociali che possano fornire all’individuo in crescita esperienze di relazione diverse e significativamente positive” (Arace, 2002, p.109).
Alessitimia e psicopatologia
Il costrutto dell’alessitimia è stato molto studiato negli ultimi decenni. Inizialmente considerate patognomiche dei disturbi psicosomatici, le caratteristiche alessitimiche sono state successivamente individuate in molti altri campioni, sia normali che patologici.
Alla luce dei recenti lavori di ricerca, l’alessitimia appare molto rilevante per il livello di salute e benessere complessivo dell’individuo: nella popolazione generale l’alessitimia sembra fortemente associata con la depressione, con abitudini nutrizionali scorrette e con elevati livelli di ansia e di stress.
L’alessitimia sembra avere conseguenze importanti nel decorso e nella prognosi di numerose condizioni mediche (ad esempio nei disturbi coronarici, nei soggetti trapiantati, nell’asma e nei disturbi respiratori…), in termini sia di qualità della vita che di sommazione di fattori di rischio.
Ad oggi l’alessitimia è considerata come uno dei possibili fattori di rischio per svariati disturbi somatici e psichiatrici e, secondo alcuni autori, molti disturbi potrebbero essere riconcettualizzati come veri e propri disturbi della regolazione degli affetti.
L’incapacità di elaborare le emozioni sembra essere un fattore di predisposizione generale alla malattia psicosomatica (mal di testa, tensioni muscolari, disturbi gastrointestinali, dolori articolari cronici, asma bronchiale, malattie dermatologiche…) (Duddu, Isaac & Chaturvedi, 2003). I soggetti alessitimitici sembrano più facilmente soggetti a sintomi somatici funzionali, a lamento somatico senza spiegazione medica, a preoccupazioni ipocondriache.
Negli alessitimici, le emozioni, non “trasformate” dalle rappresentazioni mentali simboliche e dall’espressione verbale, verrebbero ad essere frequentemente scaricate lungo i percorsi autonomici. In risposta allo stress e a stati di ansia si verificherebbe con facilità in questi soggetti, uno “scollamento della componente fisiologica dell’attivazione emotiva dal sentimento soggettivo” e dall’elaborazione cognitiva dell’esperienza (Taylor & al., p.67).
Lo stile cognitivo “orientato all’esterno”, cioè la focalizzazione dell’attenzione sull’esterno piuttosto che sulla vita interiore, può portare a amplificare e fraintendere le sensazioni somatiche, scatenando ansia e preoccupazioni ipocondriache.
I problemi di questi pazienti si prestano quindi ad essere letti in maniera diversa rispetto alla concezione freudiana classica, secondo cui il sintomo somatico sarebbe la difesa da un conflitto inconscio irrisolto, e la sua rappresentazione simbolica a livello corporeo, attraverso il meccanismo della conversione.
Attualmente la difettosa elaborazione emotiva e la carente retroazione regolatoria sulle stesse, sono considerate tra i fattori che possono causare una disregolazione di altri sistemi biologici (es. sistema endocrino e sistema immunitario) e creare le condizioni per lo sviluppo di una vera e propria malattia fisica. I risultati di diversi studi hanno cioè cominciato a far pensare che, anche se mancano specifiche relazioni eziologiche, l’alessitimia potrebbe essere correlata con una varietà di disturbi e malattie somatiche (coronaropatie, ipertensione, diabete mellito, malattie infiammatorie dell’intestino, cancro, disturbi fisiologici funzionali…), oltre che con le malattie tradizionalmente riconosciute come “psicosomatiche”.
Nella concettualizzazione corrente l’alessitimia è considerata uno dei fattori in grado di incrementare la suscettibilità generale alla malattia (alle ricadute e al suo esacerbarsi); malattia che poi si specifica sulla base di molte altre variabili (fisiche, ambientali…).
Nel corso degli ultimi decenni anche l’associazione tra alessitimia e i disturbi del comportamento alimentare è stata esplorata e confermata da svariati studi empirici (Eizaguirre & al., 2004).
Anche se l’alessitimia non è direttamente collegabile con le abbuffate, la ricerca ossessiva della magrezza o con le distorsioni cognitive relative alla propria immagine corporea, questo costrutto presenta correlazioni e sovrapposizioni con svariati tratti psicologici tipici dei soggetti con disturbi dell’alimentazione.
In particolare è stato trovato (Leon et al. 1995; come citato in Davison e Neale, 2000) che tra i fattori dell’Eating Disorder Inventory (EDI), quello più rilevante per la previsione di rischio per i disturbi dell’alimentazione sembra essere la misurazione della “consapevolezza interocettiva, cioè la capacità degli individui di distinguere diversi stati biologici del loro corpo” (Davison & Neale, p.221), rilevata con items quali: “Mi sento confuso e non so quale emozione sto provando”; “Non so cosa sta capitando dentro di me”; “Mi sento confuso e non so se ho fame oppure no”. La marcata “confusione” interocettiva rilevabile nei soggetti con disturbi alimentari, conferma che la difficoltà nel riconoscere e nel rispondere adeguatamente agli stati emotivi e a certe sensazioni viscerali rappresenta un deficit centrale in questi pazienti. Le crisi di iperalimentazione, il vomitare, il purgarsi, l’esercizio estremo (o altri comportamenti spesso associati alla bulimia, quali la cleptomania, l’abuso di sostanze, la promiscuità sessuale) servono loro a soffocare le sensazioni di vuoto e gli stati di umore disforici, esperiti come fluttuanti e indefiniti o come sconcertanti e ingestibili.
Anche le sottoscale dell’EDI Sfiducia interpersonale e Inefficacia, appaiono in parte legate al costrutto dell’alessitimia; in quanto colgono altri aspetti del problema della regolazione affettiva, rispettivamente: la riluttanza a formare relazioni intime e a comunicare i propri sentimenti agli altri, e la difficoltà esperita nel rispondere adeguatamente alle proprie sensazioni emotive e ad altri aspetti dell’esperienza di sé.
Anche nelle persone con disturbi da abuso di sostanze si osservano massicci problemi di disregolazione affettiva e alessitimia (Handelsman & al., 2000). Le persone dipendenti da alcool o droghe sperimentano di frequente depressione, rabbia, irritabilità, un “miscuglio confuso di stati affettivi dolorosi”; tanto che è stata avanzata “l’ipotesi dell’autoterapia” (Khantzian,1985), cioè dell’uso delle sostanze psicoattive per alleviare e gestire gli stati affettivi spiacevoli e la propria confusione emotiva (con una scelta non casuale della sostanza, a seconda delle sensazioni emotive dominanti).
Paradossalmente lo schema di comportamento dipendente rende “controllabili” e “comprensibili” per il soggetto, l’alternarsi degli stati di sofferenza emotiva e di sollievo. L’assunzione prolungata di tali sostanze porta poi a cambiamenti chimici e strutturali del cervello che, a loro volta, aggravano la disforia, il disagio psichico e il senso di alienazione sociale e emozionale, innescando un circolo vizioso (Cantelmi & Sarto).
In sintesi, tutti i disturbi illustrati, quali “l’ipervigilanza ansiosa sui sintomi corporei, la scarica della tensione attraverso l’atto impulsivo, la ricerca dell’iperstimolazione attraverso comportamenti compulsivi o tossicomanici” (Taylor & al., p.X), sembrerebbero comportamenti patologici associabili al funzionamenti alessitimico.
Essi, come sottolineano Taylor e al.(1997/2000), corrisponderebbero a strategie alternative inefficaci, messe in atto in seguito alle proprie difficoltà: 1) di modulazione e regolazione intrapersonale degli affetti dolorosi; 2) di uso della relazione interpersonale per affrontare le problematiche emotive. Alla luce della tesi dell’origine simile di tutti questi disturbi, non risulterebbe sorprendente l’alta comorbilità presente tra essi.
La terapia
L’alessitimia e i problemi di regolazione affettiva (vedi ad esempio i pazienti con caratteristiche borderline di personalità) sembrano essere tra i più importanti fattori che diminuiscono l’efficacia delle terapie psicodinamiche e tra le principali cause di drop-out e di ricadute dei pazienti (Taylor & al.).
Con i pazienti gravemente alessitimici “sono caratteristici alcuni elementi controtrasferali: il terapeuta prova spesso un senso di frustrazione, noia e appiattimento emotivo, quali sentimenti indotti dal paziente con i suoi resoconti meticolosi e dettagliati, ma emotivamente del tutto inconsistenti” (Cantelmi & Sarto, 1999, p. 43).
Date le difficoltà centrali del funzionamento alessitimico, una terapia classica basata sull’introspezione e sull’interpretazione dei sintomi rischia di essere inefficace o persino dannosa (può portare allo stallo della terapia, all’iperinvestigazione e all’esasperazione dei sintomi somatici, a rinforzare il senso di non comprensione di sè…) (Taylor & al; Bruch, 1962, 1973, come citato in Taylor & al.).
Dovranno essere identificate delle strategie terapeutiche alternative che favoriscano il riconoscimento, la denominazione e la gestione degli affetti, all’interno di una relazione caratterizzata dal “contenimento” (Bion) e dalla disponibilità empatica dello psicoterapeuta.
La letteratura sembra indirizzare verso terapie di supporto, terapie a orientamento cognitivo o a forme modificate di terapia psicodinamica (Cantelmi & Sarto; Taylor & al.).
Soprattutto nelle prime fasi della terapia dovrà essere dato molto spazio all’educazione emotiva, così che i pazienti imparino gradualmente a sostituire parole (che descrivano i loro stati interni) alle azioni disadattive, come l’ingestione di una droga o di cibo, o ai sintomi fisici. Solamente imparando a desomatizzare e differenziare le proprie emozioni e ad esternarle per mezzo del linguaggio, il paziente comincerà a conoscere e “mentalizzare” il proprio mondo interno, a dare senso alla propria storia, ad integrare le esperienze vissute in un quadro significativo. Per aumentare la consapevolezza delle proprie sensazioni corporee e del legame tra queste, gli eventi ambientali e le proprie capacità di autoregolazione può essere utile anche l’uso di tecniche di rilassamento, il training autogeno e il biofeedback.
Molti casi si sono però rivelati “impermiabili” anche a questi tentativi di ricostruzione dello stile affettivo.
Nel caso di pazienti con disturbi di tipo psicosomatico, sarà necessaria “una cauta ma progressiva riformulazione del problema presentato, evitando atteggiamenti di contrapposizione, volta ad allargare il contesto, inizialmente ristretto dal paziente stesso al disagio fisico” (Cantelmi & Sarto, p.47).
Considerazioni conclusive e critiche
Quello dell’alessitimia (e più in generale dei problemi della regolazione affettiva) è un ambito di studio interessante e, secondo alcuni studiosi, per qualche aspetto persino “rivoluzionario”, in quanto:
fornisce una nuova chiave di lettura del disagio psichico (come conseguenza di un deficit dello sviluppo affettivo), e mette in luce la necessità di rivedere i classici modelli concettuali psicoanalitici (basati sulla concezione del sintomo come manifestazione di conflitti intrapsichici irrisolti);
approfondisce e problematizza l’importante influenza dei legami di attaccamento, sul “funzionamento della mente” e nel corso dell’intero ciclo vitale;
sottolinea la connessione intima e quasi indissolubile esistente tra affetti e cognizione, e come le emozioni, anche se radicate nella biologia, includano una fondamentale dimensione cognitiva e soggettivo/esperenziale;
l’alessitimia sembra essere una dimensione “transnosografica”, in grado di spiegare caratteristiche, problematiche e difficoltà di trattamento di molte condizioni psicopatologiche.
Si tratta comunque di un ambito di studi, relativamente recente, che necessita di ulteriori approfondimenti e validazioni.
Resta da chiedersi, dal punto di vista clinico e etiopatogenetico, quale possa essere l’utilità di un costrutto così diffuso e onnipresente e, apparentemente, onniesplicativo…
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titolo: Alessitimia, attaccamento e psicopatologia
autore: Paola Fabbri
argomento: Psicologia Clinica
fonte: Vertici Network
data di pubblicazione: 27/10/2005
un lungo articolo chemi lascia perplesso….circa la capacità della psicologia di indicare le cause di ciò che descrive accuratamente…e alla fine inavvertitamente….rende causa la descrizione accurata…la domanda è perchè uno non riesce ad esprimere verbalmente le proprie emozioni? e perchè noi psicologi ci riusciamo? qual’è la differenza fra noi e loro…in che cosa siamo diversi?se si ha l’onestà intellettuale di risponde forse riusciremo a capire la causa di tutti i comportamenti cosiddetti “emotivi”
Da: colaianni amico su 13 settembre 2011
alle 08:31