Pubblicato da: rolandociofi | 3 giugno 2011

La dipendenza da sport di Cristiana Conti

Le visite in palestra aumentano: da 3 si passa a 4/5 sedute settimanali, le ore di allenamento crescono sino ad arrivare a due o tre. Ci si impegna di più per superare il cosiddetto “plateau” o condizione di stasi, per vincere i sintomi della pigrizia e della scarsa dedizione. Così facendo, si passa da uno stato iniziale di superallenamento ad uno avanzato. Se all’inizio il problema era relegato per lo più al periodo che si trascorreva in palestra, successivamente, lo stato di debolezza, apatia, nervosismo investe anche la sfera privata. Si diventa scontrosi ed irascibili con tutti. Il mondo inizia a ruotare intorno all’allenamento. Gli appuntamenti in palestra diventano sacri, la dieta, che prima era un corretto regime alimentare, diventa quasi una punizione. Tutti gli sforzi e gran parte del tempo libero sono rivolti al raggiungimento dell’obiettivo sportivo; l’allenamento è al primo posto nella scala dei valori. Inizia una sorta di accanimento sportivo per raggiungere l’obiettivo, ma più si insiste più i risultati non arrivano. Si può andare avanti in questo modo anche per diversi mesi prima di rendersi conto, che quello che precedentemente era solo un problema di approccio mentale, si è trasformato in un profondo stato di malessere psico-fisico. Il corpo inizia a reagire negativamente, si perde progressivamente massa e tono muscolare, ci si vede più sgonfi e flaccidi e non se ne comprende la ragione. Nel migliore dei casi, si riuscirà ad interrompere l’allenamento prima di riportare seri infortuni…

Questo articolo inizia così, attraverso la narrazione di uno sportivo che ha vissuto una condizione di Dipendenza allo Sport

I molteplici significati del fare sport: Il concetto di sovra-esercizio e dipendenza dallo sport
Lo sport può assumere un gran valore, educativo, psicologico e sociale. Se da un lato è indubbio che la partecipazione all’attività fisica regolare conferisca un gran numero di effetti fisiologici e psicologici positivi, come la riduzione di malattie cardiovascolari, di osteoporosi, di ipertensione (Bouchard, Shepard, & Stephens, 1993), dall’ altro non si possono non considerare i rischi legati al concepire e al vivere lo sport in determinati modi, alcuni dei quali possono diventare estremi e controproduttivi.

La passione per lo sport e la fiducia nelle possibilità e nei benefici ad esso correlati, infatti, non deve solo spingere ad osservarne gli aspetti positivi, ma portare anche a cogliere criticamente ciò che, negativamente, la partecipazione ad uno sport può comportare.

In questa prospettiva possiamo osservare quanto oramai sia assodato che l’esercizio, dal genere femminile come da quello maschile, viene praticato più spesso per l’apparenza che per i suoi benefici legati al benessere (Miskin, Rodin, Silverstein, & Striegel-Moore, 1996), ed in maniera più grave ci si può riferire al fanatismo per lo sport ed al concetto di sovra-esercizio.

Lo sport può infatti diventare anche un’ossessione dannosa per la salute stessa come dimostrano i numerosi casi di quella che viene definita comunemente (ma talvolta anche impropriamente) come “dipendenza dallo sport”: nel tempo sono stati coniati termini nuovi come sport addiction, compulsive exercise o exercise dependance, per descrivere un tipo di attività fisica estrema, sia in frequenza che in durata, accompagnata da un’irresistibile coazione alla prestazione e da possibili crisi di astinenza (Morgan, 1979)

Per quanto il concetto di dipendenza dallo sport sia di difficile classificazione e misurazione, sempre più numerosi sono gli studi a riguardo, alcuni dei quali evidenziano come, in determinate circostanze, esso sia fortemente legato ad un’insoddisfazione corporea e possa essere causare disturbi alimentari (Fox, Page, & Armstrong, 1994). Già negli anni ’80, infatti, dalle ricerche di Epling, Pierce e Stefan (1983), emersero prove che dimostravano come la partecipazione ad uno sport o ad un’intensa attività fisica, modificando i normali meccanismi energetici, potesse giocare un ruolo nello sviluppo e nel mantenimento dei disordini alimentari; venne condotta una ricerca su animali mostrando come l’assunzione di cibo fosse ridotta in seguito all’esercizio e che tale restrizione alimentare aumentava con l’incremento dell’ attività fisica. I topolini dello studio avevano la possibilità di accedere al cibo per un tempo limitato di 60- 90 minuti al giorno ed un libero accesso ad una ruota per correre; si osservò che circa il 90% dei topolini giovani e il 70% di quelli più anziani, progressivamente, incrementò il tempo passato sulla ruota, diminuendo quello passato a mangiare, talvolta, addirittura , correvano fino alla morte. Epling e collaboratori affermarono che una sotto-alimentazione ed un sovra-esercizio si rinforzano reciprocamente, contribuendo ad offrire importanti spunti di riflessione circa la possibilità per cui i meccanismi biologici che sottostanno al collasso dei normali meccanismi energetici, quando vi è una forte restrizione di cibo, sono associati ad un esercizio molto intenso.

Secondo queste premesse è sempre bene sottolineare la distinzione che separa un tipo di esercizio fisico sano ed equilibrato, rivolto ad un’adeguata cura di sé, al mantenimento di un aspetto desiderabile, ad un miglioramento della propria immagine e al potenziamento della propria vitalità, da un altro modo di vivere lo sport, in modo patologico, laddove le pratiche legate all’allenamento diventano così totalizzanti da interferire con tutti gli altri aspetti della vita, come il lavoro, lo studio, i rapporti sociali e le relazioni sentimentali, e nel quale l’investimento sull’immagine è assoluto, annullando ogni consapevolezza di sé che non sia basata sull’esteriorità (Stevani,2006).

I primi approcci al problema: il concetto di over training
Nel paragrafo precedente, abbiamo sottolineato come, spesso, il termine “dipendenza dallo sport” venga usato impropriamente, in riferimento, cioè, a situazioni che non sono effettivamente tali. L’errore principale consiste nell’utilizzare il termine di dipendenza dallo sport per designare tutti quei casi in cui si pratica eccessivamente lo sport, adottando quindi un metro puramente quantitativo, tant’è che a volte, ma erroneamente, la dipendenza da sport viene sovrapposta alla definizione di “mania da sport”, tendenza comportamentale di eccesso che può evolvere in un abuso protratto della pratica sportiva. Con il termine “dipendenza dallo sport” o “dipendenza dall’esercizio fisico”, infatti, non ci si riferisce esclusivamente ad una condizione in cui è presente un abuso quantitativo della pratica sportiva, ma ad una condizione in cui esistono dei sintomi simili a quelli presenti in altri tipi di dipendenze. Più precisamente si parla di dipendenza sportiva primaria se risulta indipendente da altre patologie, mentre è secondaria, quando è associata a sottostanti disturbi alimentari, in cui l’esercizio fisico gioca un ruolo fondamentale nel tentativo di controllo del peso e dell’immagine corporea (é infatti probabile incontrare persone affette da anoressia o bulimia che presentano una dipendenza da sport come patologia secondaria o una tendenza compulsiva a praticare attività fisica).

Non è l’abuso qualitativo e quantitativo dell’attività sportiva quindi a connotare la dipendenza dall’esercizio fisico (sport-addiction), quanto piuttosto l’esistenza di sintomi simili a quelli presenti in altri tipi di dipendenze, e non è assolutamente facile capire le caratteristiche di tale dipendenza, tanto che, negli anni, molti autori hanno dato spiegazioni piuttosto vaghe e poco soddisfacenti.

I primi approcci al problema derivano dalla medicina tradizionale che lo affrontava secondo una prospettiva di tipo fisiologico; da questo punto di vista l’attenzione si rivolgeva ad una condizione di sovrallenamento o overtraining, una condizione fisiologica di squilibrio che deriva da sforzi fisici intensi e troppo ravvicinati che non permettono all’organismo un recupero energetico e neurobiologico e quindi la possibilità di smaltire lo sforzo, ricaricandosi a livello fisico e psicologico (Cascua, 2004)

Il termine Overtraining (OT) propriamente significa “eccesso di training”e indica una situazione cronica, stabilizzata, per il cui recupero sono necessari mesi di riposo ed in questo senso è fondamentale infatti differenziarla dall’over reaching che è di breve durata (recuperabile con due settimane di riposo) e dal banale “senso di fatica” che perdura uno o due giorni dopo un sovraccarico di allenamento. I principali sintomi sono una diminuzione della forza, difficoltà di recupero dagli allenamenti. catabolismo muscolare, fatica generalizzata, aumento della pressione a riposo,aumento della frequenza cardiaca a riposo, difficoltà ad addormentarsi,risvegli notturni con difficoltà a riaddormentarsi,ingrossamento dei linfonodi,maggiore suscettibilità ai raffreddori, alle infezioni virali e batteriche, riduzione dell’appetito, sensazione di assoluta mancanza di risposta del corpo agli stimoli allenanti.

Anche a livello psicologico si registrano alcune variazioni: scarsa concentrazione e tendenza a distrarsi, poca voglia di allenarsi ovvero mancanza di entusiasmo nei confronti dell’allenamento ( e vi si comprende anche il disinteresse per la lettura di riviste e libri inerenti la cultura fisica) umore instabile, irritabilità, abbassamento dell’autostima, poca determinazione e scarsa capacità di autovalutarsi.

Per quanto in ambito sportivo, l’OT è molto sottovalutato (e tale sottovalutazione deriva dal fatto che è di difficile diagnosi), almeno il 50% della popolazione del fitness, per lo meno una volta nell’arco dell’attività sportiva, è destinata ad imbattersi in quelli che gli americani definiscono nell’ OTS (Over Training Sindrome), in altre parole, quasi tutti sono a rischio di sovrallenamento. A determinare una tale condizione, primariamente è un’errata metodologia di allenamento, e nello specifico la mancanza, o comunque la loro insufficienza, di sedute di recupero durante le fasi di allenamento, l’inesistenza di una periodizzazione dell’allenamento, la mancanza di microcicli di rigenerazione (scarico attivo o passivo), la totale assenza di giorni di recupero: le cause dell’OTS sono quindi molteplici, ma tutte riconducibili ad un eccesso di carico (troppa frequenza è un eccesso di carico di frequenza, troppa durata è un eccesso di durata, allenamenti tutti uguali è un eccesso di assenza di variazioni).

Possiamo definire il superallenamento come uno squilibrio fra stress e recupero: durante l’allenamento il corpo viene messo in condizioni di stress, necessario per indurre delle modificazioni secondo la teoria dell’adattamento muscolare (GAS) modificandone parametri fisiologici importanti (temperatura corporea, glicemia, lo stato di acidità del sangue…) e costringendolo a continui adattamenti e ad aumenti di prestazioni. Questo deve presupporre necessariamente del recupero adeguato (inteso come la compensazione di uno stato di deficit dell’organismo) tra un allenamento ed un altro. Quando gli stimoli sono troppi, lo squilibrio è troppo grande per essere compensato, le prestazioni calano, si regredisce.

Finanzi ad una condizione di OTS, il recupero si rende necessario, e il modo migliore è interrompere l’allenamento in palestra per un periodo variabile da 1 a 3 settimane, per poi tornare ad allenarsi quando l’organismo sia davvero pronto, facendo molta attenzione al momento in cui si ricomincia l’allenamento, visto che una delle ulteriori problematiche è la frequente ricaduta post-pausa.

Una buona varietà negli esercizi è un efficace sistema per prevenire la sindrome da superallenamento. Un altro metodo altrettanto valido è quello di alternare periodi di lavoro intenso a momenti di minor carico. Anche l’alimentazione è importante, mangiare in modo sano e naturale aiuta sicuramente a prevenire gli stati di affaticamento fisico che solitamente precedono il superallenamento.

Dal concetto di over training a quello di dipendenza dallo sport
Identificare lo sport addiction o exercise dependence con una condizione di over training è ovviamente limitativo, in quanto la dipendenza da sport non necessariamente comporta over reaching o over-training, perché non sempre la costanza nella pratica sportiva coincide con un’attività estenuante, ovvero non è semplicemente un problema quantitativo e certamente non è soltanto un problema di abuso di sport, ma si connota soprattutto per alcune caratteristiche psicologiche distintive.

Il primo passo per capire il problema è dunque andare a considerare anche le motivazioni che spingono la persona ad una pratica sportiva eccessiva.

Quale è il significato che uno sportivo da allo sport? Molti atleti, di medio e alto livello, potrebbero rispondere che esso rappresenta qualcosa di cui non si può farne a meno in quanto un modo insostituibile per raggiungere uno stato di benessere psico-fisico. L’uso del termine “addict” concerne proprio questa condizione di non poter fare a meno di un vizio o di un’abitudine, in questo caso della pratica sportiva.

Il termine “addiction” viene utilizzato per descrivere la compulsione a ripetere un certo comportamento nonostante la consapevolezza delle conseguenze negative che esso può determinare; molti dei soggetti affetti da “addiction” hanno il desiderio di porre termine ai loro comportamenti tuttavia essi trovano estremamente difficoltoso farlo. Se in passato il termine “addiction” è stato impiegato in riferimento all’uso di alcol e droghe, nel tempo si è esteso ad altri campi, infatti, sebbene le dipendenze principali e più conosciute siano quelle relative alle droghe, esiste un altro gruppo di dipendenze legate a oggetti o attività non chimiche. Tali forme di dipendenza pur non comportando l’uso di sostanze psicoattive, hanno effetti che sono altrettanto preoccupanti ed a volte persino devastanti. In questi ultimi anni si parla sempre più spesso delle cosiddette nuove dipendenze o “new addictions”, cioè di quei comportamenti socialmente accettati (gioco d’azzardo, internet, shopping, lavoro, sesso, le relazioni affettive…) che, ripetuti ossessivamente, fino all’estremo o in modo continuamente vano e insensato, smettono di svolgere il loro ruolo sociale e diventano dipendenza.In questo senso possiamo definire l’ “exercise addiction” (“dipendenza da sport”) come una dipendenza psicologica e/o fisiologica da un programma di esercizio fisico e caratterizzata dalla comparsa di sintomi d’astinenza dopo 24-36 h di mancata pratica dell’attività sportiva.

Meccanismi implicati nella dipendenza dello sport
Ancora pochi sono stati gli studi effettuati con lo specifico obiettivo di individuare le possibili cause alla base della dipendenza allo sport. Una prospettiva interessante concerne l’analisi di quelli che possono essere i meccanismi neurobiologici implicati nella trasformazione dello sport in un “farmaco” che, a giuste dosi, può aiutare a superare disagi psicologici cronicizzati su basi organiche (come ansia e depressione), ma che può anche diventare una droga in grado di produrre piacere così quanto veri e propri sintomi di astinenza fisica.

Numerose evidenze scientifiche hanno recentemente dimostrato il coinvolgimento della Dopamina nel determinare le proprietà motivazionali delle sostanze attive a livello del SNC. In particolar modo è stato evidenziato il ruolo di rilievo svolto dal sistema dopaminergico mesolimbico, nei fenomeni di dipendenza: tale sistema infatti sembra coinvolto tanto nel mediare la gratificazione (rinforzo positivo)che gli aspetti motivazionali della sospensione (quindi nel rinforzo negativo proprio del fenomeno astinenziale).

Considerando che l’attività sportiva attiva la produzione di dopamina (neurotrasmettitore implicato nella sensazione di piacere e appagamento conseguente ad un comportamento come la soddisfazione del senso di fame o l’attività sessuale) e di beta-endorfine (sostanze chimiche endogene del cervello dall’effetto simile agli oppioidi esogeni, come eroina e morfina) una delle ipotesi avanzate è quella secondo cui lo sport, soprattutto quello aerobico, sia in grado di attivare dipendenza in virtù della sua capacità di sostenere l’alta disponibilità di queste sostanze. In seguito all’interruzione dell’attività sportiva, il cervello della persona dipendente, percepisce l’abbassamento e/o la mancanza di queste sostanze chimiche al suo interno e scatena sintomi di astinenza del tutto simili a quelli provati dalle persone dipendenti da sostanze.

Caratteristiche principali del dipendente da sport
Nel 1995 De La Torre, non si limita a ribadire che la frequenza dell’allenamento non rappresenta un buon metro diagnostico per definire la presenza o meno della dipendenza da Sport, dal momento che non fornisce alcun dato sulle importanti caratteristiche motivazionali, attitudinali ed emozionali del soggetto, ma compie un passo in avanti, distinguendo tre tipologie di persone che si rapportano in modo non equilibrato, ma maniacale ed intenso, all’attività sportiva.

Una prima categoria di maniaci sportivi è rappresentata dai cosiddetti “sani nevrotici”, ossia coloro i quali traggono un positivo miglioramento dalla pratica sportiva che è accompagnata da un senso di benessere, di realizzazione e di successo. Altre persone appartengono al gruppo degli “sportivi compulsivi”, in cui l’attività fisica è un modo come un altro per sostenere una precisa routine che conferisce un senso di controllo e di superiorità morale. L’ultima categoria comprende soggetti per i quali l’attività fisica ha una funzione di regolatore dell’umore e di uno squilibrio interno: essa lenisce uno stato di malessere che la persona prova al di fuori dell’attività fisica e può rappresentare l’unico momento della giornata in cui ci si sente vivi e attivi, in contrasto con un’esistenza che appare vuota e priva di significato. Così vissuto lo sport finisce per dominare in modo crescente l’intera vita, condizionarne i ritmi, influenzarne le relazioni, ed è solo in quest’ultima condizione che si può parlare di “dipendenza sportiva”.

Recenti studi (Bomber D., Cockerill I.M., Rodgers S., Carroll D., 2003) hanno consentito di individuare le caratteristiche psicologiche principali che connotano la dipendenza dallo sport, grazie all’analisi di narrazioni di atleti con tale problematica; tali risultati integrano e confermano i criteri diagnostici tradizionali validi per le dipendenze secondo il DSM-IV (APA, 2000)

Più precisamente, possono essere isolate quattro dimensioni generali riscontrabili in condizioni di dipendenza dall’esercizio fisico:

A) Funzionamento alterato (in almeno due aree tra le seguenti):
- Psicologico (incapacità a concentrarsi su un’attività a causa del pensiero ricorrente all’esercizio fisico)
- Sociale o lavorativo (problemi sociali, familiari o lavorativi connessi alla pratica sportiva)
- Fisico (sovrallenamento o allenamento nonostante infortuni o parere medico contrario)
- Comportamentale (comportamento sportivo inflessibile, stereotipato o mirato all’auto-punizione)

B) Sintomi di astinenza (desiderio persistente e tentativo infruttuoso di controllare o ridurre l’attività fisica praticata, correlato ad un disagio fisico o psicologico in relazione alla riduzione o cessazione delle abitudini di allenamento)

C)Caratteristiche psicologiche e comportamentali tipiche dei soggetti dipendenti:
- tolleranza (aumenta il grado di tolleranza al numero degli esercizi fisici)
- eccesso di attività fisica
- allenamento solitario (normalmente si predilige un allenamento solitario in quanto la presenza di compagni potrebbe compromettere la qualità dell’allenamento)
- inganno ( spesso mente in merito ai risultati ottenuti durante l’attività fisica: numero complessivo di km, distanza percorsa in un dato tempo, numero di ripetizioni o carichi utilizzati)
- motivazioni ossessive che guidano l’attività sportiva (es. prestazione, controllo umore, controllo sonno, autostima, controllo del peso, controllo della propria Immagine Corporea)

D)Presenza di disturbi alimentari (anoressia, bulimia) o di comportamenti di controllo alimentare (diete e assunzione integratori). Per quanto riguarda le alterazioni e i disturbi del comportamento alimentare, è vero che ciò concerne soprattutto le donne, ma il sesso maschile non è escluso dal problema; in particolar modo viene descritta una nuova forma patologica,“Anoressia inversa” (Pope et al. ,1993,Pope et al.,1997; Olivardia et al.,2000), che colpisce circa il 10% dei body builder e dei sollevatori di peso (Andersen et al.,1995; Ravaldi et al.,2003) per riferirsi a soggetti che non si percepiscono mai abbastanza grossi e, intimoriti dalla possibilità di diventare troppo magri e sottosviluppati dal punto di vista muscolare, cercano di mantenere il massimo controllo del loro corpo, spesso attraverso il sovraesercizo, l’iperattività, delle diete sbilanciate e mediante l’uso di droghe e sostanze chimicamente prodotte (Olivardia, 2001; Kanajama, Gruber, Pope & Hudson, 2001). Non meno importante sottolineare questo aspetto, il fatto cioè di quanto sia frequente riscontrare tra i dipendenti da sport anche chi ricorre al cosiddetto doping, attraverso cioè l’utilizzo di qualsiasi intervento esogeno farmacologico, endocrinologico, ematologico, ecc. che, in assenza di precise indicazioni terapeutiche, è finalizzato al miglioramento delle prestazioni.

Per poter sostenere che si è in presenza di questa sindrome non è necessario che i sintomi siano tutti presenti; alcune caratteristiche associate, infatti, rappresentano tratti indicativi non sempre attivi in tutti i dipendenti dallo sport.

Possibilità di intervento
Dal punto di vista fisico, il primo intervento concerne la diminuzione, se non sospensione (almeno temporanea) dell’attività sportiva, ma questa di per sé non può rappresentare la soluzione definitiva. Infatti, nel paragrafo precedente abbiamo visto quelle che sono caratteristiche qualitative che contraddistinguono la dipendenza dallo sport, sottolineando che esistono delle componenti psicologiche che tendono ad alimentare questo tipo di problematica. Conseguentemente, è indispensabile uno sguardo diverso al problema,di cui vanno anche ricercate e risolte (se necessario con l’aiuto professionale), le cause psicologiche sottostanti. Questo anche per evitare ulteriori complicazioni, ad esempio, non è raro che il tentativo superficiale di interruzione della dipendenza sportiva in una anoressica che utilizza l’eccesso di sport per il controllo del peso, possa aggravare la problematica connessa al controllo del cibo.

È per tale ragione che un intervento, per dimostrarsi davvero efficace, deve innanzitutto partire dal significato che il soggetto dà al proprio corpo e allo Sport. Fondamentale è infatti la costruzione di una corretta immagine corporea di Sé, ma altrettanto importante è la conoscenza di ciò che è giusto e non giusto dell’allenamento, di quelli che sono i benefici e quelli che sono i rischi. Si tratta di interventi di promozione della salute, che mirano a identificare e potenziare aspetti positivi del Sé allo scopo di produrre dei cambiamenti a livello di auto-percezione e valori (come norme culturali che regolano l’immagine corporea) per giungere alla modifica di comportamenti alimentari e ad una maggiore soddisfazione verso il proprio corpo.

Già da vari anni si stanno elaborando programmi di prevenzione che hanno come obiettivo la realizzazione di una buona armonia fra corpo, autostima, sport e alimentazione; ad esempio si è visto che una buona conoscenza dei principi alimentari e del proprio corpo fin dall’infanzia, unita all’incremento dell’ autostima e all’assunzione di comportamenti più salutari (esercizio fisico secondo le corrette impostazioni) sono in grado di ridurre sensibilmente la diffusione dei disturbi del comportamento alimentare, quelli dell’Immagine Corporea, nonché condizioni di Dipendenza allo Sport.

Tutto ciò è quanto mai importante, perché anche l’attività fisica può essere negativa. È necessario ricordare che fare sport non significa mai “dare il massimo” o “dimagrire ad ogni costo”, ma ricercare, nell’attività che facciamo il benessere psicofisico, conservando sempre il massimo rispetto per il nostro organismo, limiti compresi, e andando a recuperare il significato più puro dello sport.

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