Pubblicato da: rolandociofi | 22 febbraio 2012

La Sindrome di Savant di Valentina Pelissero

La sindrome di Savant, anche detta “savantismo”, non è stata ancora riconosciuta attraverso diagnosi mediche, ma il principale ricercatore Darold Treffert che la studia, la definisce come una condizione rara nella quale persone con disfunzioni dello sviluppo (inclusi tutti i disturbi tipici dell’autismo) possiedono doti di particolare abilità in alcuni ambiti, in contrasto con le limitazioni complessive dell’individuo. La sindrome di Savant non risulta facile da comprendere in quanto non è ancora stata messa a punto una teoria cognitiva che spieghi la combinazione delle capacità talentuose e i deficit trovati nelle persone che hanno la Savant. Questa sindrome è dalle 4 alle 6 volte più frequente negli uomini che nelle donne, e questa differenza non è interamente spiegabile attraverso la preponderanza di uomini nella cerchia delle persone autistiche.
Inoltre, Treffert afferma che tali condizioni potrebbero essere genetiche, ma potrebbero anche essere state acquisite nel tempo e coesistere con altri disturbi dello sviluppo come ritardi mentali, lesioni cerebrali o malattie contratte in fase pre-natale, natale, post-natale, nell’infanzia o anche più tardi.
In accordo con la sua tesi, infatti, circa metà delle persone affette dalla sindrome di Savant presentano disturbi autistici, mentre l’altra metà sviluppa altri tipi di disabilità, ritardi mentali, lesioni cerebrali o altre malattie.
Egli afferma: “… non tutti i savant sono autistici e non tutti gli autistici sono savant…”. Altri ricercatori sostengono invece che i tratti caratteristici dell’autismo e le capacità dei savant potrebbero essere collegate fra di loro, contestando quindi conclusioni troppo affrettate in merito, luoghi comuni o affermazioni non fondate.
Secondo Treffert, una cosa che quasi tutti i savant hanno in comune è una prodigiosa memoria che egli definisce “memoria molto profonda ma molto stretta” (vale a dire una capacità mnemonica molto accurata ma circoscritta a pochi ambiti). Un “idiota sapiente” o per meglio dire all’inglese ”idiot savant” è un individuo che presenta sia disturbi autistici che le capacità tipiche della Savant; alcuni di loro inoltre possono avere capacità dette splinter skills o “competenze immediate”. In che modo e perchè queste persone sviluppino queste doti sorprendenti, non è ancora chiaro.
Alcuni savant, inoltre, presentano evidenti anomalie neurologiche in particolare nell’emisfero cerebrale sinistro (come la mancanza del corpo calloso nel caso cervello di Kim Peek).
Le capacità stesse dei savant, però, possono essere latenti in ognuno di noi. A questo proposito, lo scienziato Allan Snyder ha tentato di stimolare la menomazione dei savant in condizioni normali tramite impulsi diretti magnetici a bassa frequenza immettendoli all’interno del lobo frontotemporale sinistro del cervello. Attraverso questo metodo, capace di rendere temporaneamente inattiva la regione cerebrale interessata, si è quindi riusciti a favorire il calcolo veloce a mente.
Sono stati osservati cambiamenti in merito e risultati differenti in quattro su undici soggetti presi in esame.

Un po’ di numeri …

Secondo Treffert: – il 10% delle persone che presentano disturbi autistici hanno capacità dei Savant. – Meno dell’1% delle persone con altre disabilità dello sviluppo hanno capacità dei Savant. – Il 50% dei savant sono autistici, il rimanente 50% ha altre disabilità, ritardi mentali, lesioni cerebrali o malattie al cervello. – I savant di sesso maschile sono più numerosi rispetto al sesso femminile da 4 a 6 volte. – Una percentuale di persone compresa tra lo 0,5 e l’1%, oltre ad avere patologie autistiche presenta anche le spiccate capacità cerebrali della Savant.

Un po’ di storia …

Secondo Treffert, il termine “idiot savant” viene usato per la prima volta dal dottor John Langdon Down, conosciuto per aver scoperto la sindrome omonima. Down coniò questa espressione perchè negli ultimi anni del XIX e agli inizi del XX secolo il termine “idiot” era scientificamente accettato per indicare una persona il cui Quoziente Intellettivo era minore di 20. Successivamente l’accezione “idiot savant” o la versione italiana “idiota sapiente” viene più tardi descritto come improprio dal momento che quasi tutti i casi riportati al tempo si presentavano in persone con Quoziente Intellettivo superiore a 40. Il termine “autistic savant” era anche utilizzato, durante questo periodo, come diagnosi di questo disturbo e, così come “idiot savant”, si è incominciato ad essere considerarlo improprio, dal momento che, solo la metà dei pazienti avevano diagnosi sia di autismo che di sindrome di Savant. Come conseguenza di una necessità di accuratezza all’interno della diagnosi e della dignità nei confronti dell’individuo, il termine Savant Sindrome diventa uno standard ed è ampiamente accettato nella terminologia corrente.

Caratteristiche peculiari degli individui affetti dalla sindrome di Savant

Un prodigioso savant è colui il cui livello di capacità non comune lo qualifica come prodigio, o talento eccezionale, anche in assenza di una disabilità cognitiva. Il tratto più comune di questi individui “prodigio” è la capacità mnemonica apparentemente illimitata, e in alcuni di essi affiancata da ricordi fotografici. Sicuramente i “savant” prodigi sono estremamente rari, meno di cento casi noti in un secolo di storia su questa malattia. Darold Treffert, principale ricercatore per quanto concerne lo studio della Sindrome di Savant, ha stimato che meno di cinquanta individui savant, a tutt’oggi, siano in vita. Il sito internet della Wisconsin Medical Society, di cui Treffert fu presidente, elenca 29 casi attualmente viventi.

Si possono annoverare alcuni “individui-prodigio”:
Alonzo Clemons, scultore di creta americano.
Tony DeBlois, musicista americano non vedente.
Leslie Lemke, musicista americano non vedente.
Jonathan Lerman, artista americano.
Thristan Mendoza, prodigio filippino suonatore di marimba (tipo di xilofono in legno).
Derek Paravicini, musicista inglese non vedente
James Henry Pullen, qualificato carpentiere inglese
Matt Savage, prodigio del jazz americano, autistico.
Henriett Seth-F., savant ungherese, poeta, scrittore ed artista.
Daniel Tammet, savant autistico inglese con spiccate capacità (potenzialità matematiche, ricco assortimento linguistico e memoria sviluppata).
Stephen Wiltshire, artista architetto inglese.
Richard Wawro, artista scozzese.

La storia di Kim Peek: perfetto connubio fra genio e disabilità

Kim Peek è un “savant” sebbene non sia autistico; egli è probabilmente affetto dalla sindrome di Opitz-Kaveggia o FG sindrome, una rara malformazione genetica collegata al cromosoma X che causa anomalie fisiche e ritardi nello sviluppo. Ha memoria fotografica e disturbi generalizzati dello sviluppo, probabilmente causati da anomalie congenite del cervello. Ha ispirato il personaggio di Raymond Babbit, interpretato da Dustin Hoffman nel film Rain Man. E’ nato con una macrocefalia, danni al cervelletto e, peraltro più importante, assenza del corpo calloso, condizioni nelle quali i fasci di nervi che connettono i due emisferi del cervello non sono presenti: nel suo caso, inoltre manca anche la commessura anteriore responsabile anch’essa della connessione tra i due emisferi. C’è la supposizione che i suoi neuroni creino connessioni anche in assenza del corpo calloso, situazione che infine risulta favorire un aumento della capacità di memoria. Secondo Fran, suo padre, Kim avrebbe iniziato a memorizzare informazioni a partire dall’età di 16-20 mesi: leggeva libri, li memorizzava e li posizionava capovolti sulla mensola ad indicare che aveva finito di leggerli, un’operazione che compie tuttora. Legge un libro in un’ora circa e ricorda approssimativamente il 98,7% di ciò che ha letto, memorizzando grandi quantità di informazioni riguardanti argomenti che spaziano dalla storia, alla letteratura, geografia, date e numeri del mondo dello sport, musica. Può far riaffiorare dalla memoria i contenuti di 12.000 libri.

Kim Peek non ha deambulato fino all’età di 4 anni e tutt’oggi cammina barcollando. Non riesce ad abbottonarsi la camicia e ha difficoltà nei normali movimenti motori, presumibilmente dovute al danno del cervelletto che coordina le attività motorie. Nei test psicologici, K im con un QI di 87, è comunque sotto la media nei test generali sul QI.

Contrariamente ad altri savant, egli ha mostrato miglioramenti nelle relazioni sociali, forse dovuti alle attenzioni ricevute per il fatto di essere il “vero Rain Man”. Il padre sostiene che il suo senso dell’umorismo si è manifestato nel 2004, ed inoltre ha ben sviluppato un vero e proprio “deposito” di grandi quantità di informazioni. Per contro, però, presenta ancora difficoltà con i concetti astratti come ad esempio l’interpretazione dei proverbi o di metafore all’interno di frasi. Sebbene non sia mai stato un musicista prodigio, le abilità musicali di Kim stanno ricevendo più attenzione ora da adulto che ha cominciato a studiare il piano. Apparentemente egli ricorda la musica sentita decenni prima e la suona a sua volta, compatibilmente con la sua abilità fisica. E’ in grado di commentare le sue performance di pianoforte nel momento stesso in cui sta suonando, ad esempio comparando un pezzo ad altri che ha sentito. Nell’ascolto delle registrazioni riesce a distinguere quale strumento suoni quale parte, e individua I nuovi compositori confrontandoli con I milioni di campioni impressi nella sua memoria.

Nel 1984 lo script writer Barry Morrow incontra Kim Peek ad Arlington in Texas; il risultato di quell’incontro è stato il film Rain Main nel 1988. Il personaggio di Raymond Babbit, ispirato a Peek, è però affetto da autismo. Dustin Hoffman, che ha interpretato Babbit, ha incontrato Kim ed altri savant per capirne meglio il loro comportamento ed interpretare il suo ruolo alla perfezione. Il film richiedeva un numero frequente di apparizioni che portarono Peek ad acquistare maggiore fiducia in se stesso. Barry Morrow diede a Kim la sua statuetta dell’Oscar.

Per InformadisAbile Valentina Pelissero
Fonte Città di Torino » Informa disAbile

Pubblicato da: rolandociofi | 19 febbraio 2012

Il neglect e la consapevolezza dello spazio di Mario Bonato

Immaginate di perdere improvvisamente la consapevolezza di quello che accade in una parte dello spazio che vi circonda. Questo è quello che accade nei pazienti con neglect. Chiamata neglect dal termine inglese, l’eminegligenza spaziale è una delle patologie più frequentemente riscontrate dopo un danno cerebrale e consiste in un deficit della consapevolezza spaziale. Nella maggior parte dei casi questo deficit si ha in seguito a lesione del lobulo inferiore del lobo parietale destro, e in seguito a questa il paziente trascura (neglige) di conseguenza lo spazio sinistro. La lesione può essere causata da un ictus che interessi l’arteria cerebrale media, da un tumore o da una lesione traumatica in sede parietale. Ci sono però anche dei casi, seppur rari, di neglect da lesione frontale o temporale destra. Anche una lesione sinistra può causare questa patologia, alcuni studi addirittura sostengono che in fase acuta post-stroke ci sia una uguale incidenza di neglect da ictus destro o sinistro. Il minor numero di pazienti stabilizzati con neglect e lesione sinistra sarebbe giustificato dal fatto che il neglect da lesione sinistra ha una remissione spontanea e molto rapida.
Recenti studi hanno inoltre riportato casi di neglect in pazienti negli stadi avanzati della malattia di Alzheimer, dimostrando la possibilità di insorgenza anche da un contesto di degenerazione globalizzata e non solo da lesioni focali.
Esistono tre tipi di neglect, per quelle che sono probabilmente le fondamentali rappresentazioni dello spazio; solitamente queste tre forme si presentano assieme ma in alcuni pazienti dissociano.
Il neglect dello spazio personale impedisce al paziente la consapevolezza dell’emisoma controlesionale. Pazienti che presentano questa patologia allo stato puro dimenticheranno di vestirsi, lavarsi e pettinarsi nella metà del corpo contolesionale.
Il neglect dello spazio peripersonale riguarda quello spazio “attorno” al corpo delimitato dai movimenti di raggiungimento. Si tratta dunque di una sorta di “guscio” che, nei pazienti con neglect, non arriva alla consapevolezza per la metà controlesionale, tanto che questi ignorano gli oggetti presenti sulla parte sinistra di un tavolo al quale sono seduti, oppure non mangiano dalla parte sinistra del piatto.
Il neglect dello spazio extrapersonale riguarda lo spazio più lontano, ovvero quello che esiste oltre il “guscio”. Il paziente affetto da questa patologia allo stato puro non riconoscerà oggetti o persone alla propria sinistra.
È estremamente importante sottolineare come il neglect sia un insieme di deficit che non riguardano i livelli bassi dell’elaborazione dell’informazione, ovvero l’informazione dalla retina arriva fino alla corteccia e ai livelli superiori , dove viene trattata senza però raggiungere il livello della coscienza. Questo ci è noto da numerosi esperimenti in cui i pazienti mostrano che, pur non essendo coscienti dell’informazione presentata a sinistra al tempo stesso questa informazione è presente ed in alcuni casi può essere utilizzata implicitamente per compiti ulteriori.
Un esempio potrebbe essere quello dei pazienti con dislessia da neglect (Làdavas, Paladini e Cubelli, 1993). Essi sono dislessici perché non riescono a leggere le prime lettere delle parole, dal momento che si trovano a sinistra. Ebbene, presentando delle parole semanticamente relate, pur non riuscendo a leggerle i pazienti dimostravano gli effetti di facilitazione alla risposta caratteristici dei soggetti normali. Questo ad indicare che l’elaborazione implicita degli stimoli arriva, nei pazienti con neglect, fino al livello semantico.
Questa patologia causa grossi deficit anche al livello rappresentazionale: se si chiede ad un paziente di disegnare un volto o un fiore spesso questi omette la parte a sinistra. In un famoso studio Bisiach (1978) fece descrivere a memoria ad un paziente la Piazza del Duomo a Milano. Quando il paziente immaginava di essere rivolto faccia al Duomo descriveva solo una metà della piazza mentre quando immaginava di essere rivolto schiena al Duomo descriveva l’altra metà della piazza.
Un recente studio (Zorzi, Priftis e Umiltà, 2002) ha trovato un interessante fenomeno che riguarda la linea mentale numerica, che da alcune evidenze sperimentali sembra orientata da sinistra a destra. Chiedendo ai pazienti quale fosse il numero che stava al centro di un determinato intervallo, questi rispondevano spostando sistematicamente il giudizio verso i numeri più grandi (estremità destra della linea). Ad esempio, se veniva chiesto quale numero fosse intermedio tra l’1 e il 9 questi pazienti potevano rispondere: “7”.
Oltre alle classiche prove di disegno libero e di copia, numerosi sono i test utilizzati per la valutazione del neglect. Alcuni dei più noti sono la bisezione di linee, quello di cancellazione di segmenti, quello di cancellazione di lettere. Nella bisezione di linee i pazienti spostano il giudizio notevolmente a destra rispetto ai soggetti senza patologia, perché ignorano parzialmente l’estremità sinistra della linea. Nei test di cancellazione i pazienti tipicamente omettono gli stimoli presenti nella parte sinistra del foglio, e talvolta segnano ripetutamente gli stimoli presenti nella metà destra del foglio. Ciò potrebbe indicare che il deficit è in parte dovuto ad una eccessiva allocazione di risorse attentive verso la metà destra dell’emicampo visivo. Questi test sono costruiti in modo da prendere in considerazione le varie componenti che formano l’attenzione. Alcuni valutano la semplice capacità di detezione degli stimoli (ad es. il cosiddetto Test di Cancellazione di Albert). Altri valutano la capacità dell’attenzione selettiva di discriminare i target da distrattori di uguali dimensioni ma diversa forma (Test di cancellazione di lettere) oppure da distrattori che possono essere anche uguali per forma ma diversi per dimensioni (Test di cancellazione di stelle). Una delle ipotesi teoriche che spiega il neglect è infatti quella del deficit attentivo. I pazienti con neglect avrebbero cioè essenzialmente una attenzione automatica deficitaria. Questa ipotesi può venire integrata con una prospettiva anatomico-funzionale e spiegare la maggiore insorgenza di neglect da lesione destra assumendo che l’emispazio sinistro abbia afferenze solo dall’emisfero destro. In caso di lesione a quest’area non ci sarebbero cioè vie vicarianti in grado di espletare questa funzione di controllo. L’emispazio destro, invece, oltre ad essere connesso con l’emisfero sinistro lo sarebbe anche con quello destro. Ecco che una lesione a sinistra attiverebbe la via di controllo che dall’emisfero destro va all’emispazio destro, sopperendo così allo squilibrio che la lesione aveva causato.
I pazienti con neglect ci hanno dato evidenza di tre possibili rappresentazioni in base alle coordinate spaziali. Lo space-based neglect (il più comune) consiste nella negligenza di una parte dello spazio (ripeto, di solito la sinistra), in rapporto al corpo del paziente. L’object based neglect è invece la sistematica omissione di una metà degli oggetti, indipendentemente dal fatto che questi si trovino nello spazio di destra o di sinistra.
L’object-centered neglect infine, riguarda gli stimoli sequenziali. E’ stato descritto in una paziente che ometteva le prime lettere delle parole, indipendentemente dal fatto che queste fossero orientate da sinistra a destra o dall’alto in basso (Caramazza e Hills, 1990).
Bisogna però aggiungere che numerosi aspetti di questa patologia ci sono ancora sconosciuti. Un esempio potrebbe essere lo studio di Marshall e Halligan (1995) sulla percezione di stimoli a due livelli. Il presupposto iniziale consiste nel fatto che è ormai riconosciuta la superiorità dell’emisfero destro nel trattare le configurazioni complesse e la struttura, e quella dell’emisfero sinistro per i particolari. Nonostante questo dato abbastanza fermo, Marshall e Halligan descrivono un comportamento particolare di un paziente con neglect sinistro da lesione destra. Presentandogli degli stimoli gerarchici costituiti da lettere (ad esempio una grossa “X” formata da tante piccole “H”) il paziente era perfettamente in grado di identificare quale fosse la lettera al livello globale (X). Al tempo stesso però, se gli veniva chiesto di barrare le piccole lettere “H” egli ometteva tutte quelle a sinistra. Questo studio ci dimostra la possibilità di trovare ulteriori dissociazioni in questa patologia (in questo caso la possibilità di elaborazione implicita della struttura di uno stimolo in assenza di consapevolezza totale delle sua parti). Sempre più spesso il neglect non viene descritto come un disturbo unitario ma come un complesso insieme di deficit di consapevolezza, attenzione e rappresentazione spaziale.
Spesso i pazienti con neglect sono completamente anosoagnosici: non hanno cioè consapevolezza del proprio deficit. A questo bisogna aggiungere che spesso il neglect si presenta in associazione con emiparesi sinistra, visto che la corteccia motoria è abbastanza vicina all’”area critica” per il neglect. Ebbene, i pazienti anosoagnosici non solo tendono a negare il neglect, ma addirittura possono arrivare a negare la paralisi, affermando, ad esempio, che non riescono a muovere il braccio o la gamba perché sono “stanchi”. In casi estremi i pazienti possono arrivare a sostenere che l’emisoma paralizzato non appartenga al loro corpo (emisomatoagnosia). Un fenomeno di comune riscontro nei pazienti con neglect è la alloestesia: il riferire stimoli presentati a sinistra come percepiti a destra. Questo fenomeno si può rilevare anche quando i pazienti copiano un disegno riportando a destra le componenti che erano invece presenti a sinistra (allochiria). Da queste osservazioni cliniche potremmo dedurre sia che l’area parietale destra è fortemente implicata nei processi di consapevolezza sia che abbiamo ulteriori prove che l’informazione spaziale viene conservata fino ai processi superiori di elaborazione.
Talvolta il neglect si presenta in una forma più lieve: l’estinzione. In questa patologia, considerata da alcuni un disturbo a sé stante il paziente, se gli vengono presentati due stimoli contemporanei bilateralmente, riferisce di percepire solo quello a destra.Se invece gli si presenta solo uno stimolo a sinistra egli non avrà nessun problema nella sua detezione. L’estinzione non va confusa con la simultanagnosia, in cui il paziente non riesce a percepire contemporaneamente due oggetti diversi, indipendentemente dalla loro lateralizzazione.
La riabilitazione del neglect è fortunatamente facilitata dal fatto che la patologia spesso regredisce spontaneamente. Una delle metodiche utilizzate è l’utilizzo di speciali “occhiali” che deviano lo spazio percepito a destra. Portandoli a lungo, il paziente impara a ristrutturare la propria percezione spaziale spostando maggiormente l’attenzione a sinistra. Una volta tolti, dunque, sarà portato spontaneamente a dirigere l’attenzione verso sinistra.

Fonte http://www.psicolab.net/2003/Il-neglect-e-la-consapevolezza-dello-spazio/

Il deficit dell’attenzione è un problema neurologico che interessa il bambino fin dai primi mesi di vita, che si protrae nell’infanzia, nell’adolescenza e nell’età adulta. Può presentarsi in associazione all’iperattività e in questo caso si parla di deficit dell’attenzione con iperattività. Le caratteristiche distintive sono rappresentate da difficoltà di attenzione, impulsività e iperattività, questi tre elementi possono essere presenti in proporzione variabile. I bambini interessati da questo problema fanno molta fatica a mantenere l’attenzione e a concentrarsi, hanno la tendenza ad agire senza pensare a quello che stanno facendo, hanno delle difficoltà a modificare il loro comportamento sulla base dei loro errori e non riescono a stare tranquillamente seduti per lunghi periodi di tempo.
Per avere rilevanza clinica, la comparsa di alcune di queste manifestazioni deve aver luogo prima dei sette anni ed essere presente da almeno sei mesi. In altri termini, un bambino non sviluppa un problema di deficit dell’attenzione da un giorno all’altro, la presenza dei sintomi deve, infatti, protrarsi per un periodo relativamente lungo.
Non esistono due bambini con deficit dell’attenzione con le stesse identiche caratteristiche, ad esempio, un bambino può avere difficoltà a concentrarsi ed essere impulsivo senza essere iperattivo. Ciò che è essenziale in fase di valutazione iniziale è l’analisi del comportamento del bambino e la sua storia familiare.
Malgrado nella terminologia clinica venga usato il termine “disturbo”, va precisato che buona parte di questi bambini, se aiutata tempestivamente con interventi educativi, riesce ad avere una vita scolastica e sociale adeguata.
Incidenza

L’incidenza non è definibile in maniera univoca poiché si riscontrano in diversi Paesi differenze nei criteri impiegati nella diagnosi e nei metodi di valutazione. Diverse ricerche riportano che il problema da deficit dell’attenzione interessa il 5-6% dei bambini in età scolare. Questa condizione è più diffusa tra i maschi che tra le femmine (rapporto 3:1 nella popolazione generale e 9:1 nella popolazione clinica), nelle bambine è spesso diagnosticata in un’età superiore rispetto ai bambini.
Caratteristiche

Spesso in movimento con le mani o con i piedi, continuamente agitato da seduto (adolescenti e adulti possono riferire senso di irrequietezza

Ha difficoltà a rimanere seduto quando gli viene richiesto di farlo

Si fa facilmente distrarre da altri stimoli

Ha difficoltà ad attendere il proprio turno nei giochi o nelle attività in gruppo

Ha difficoltà a seguire le istruzioni che gli vengono date, per esempio, non riesce a finire un compito assegnato

Non riesce a mantenere l’attenzione nelle attività scolastiche e di gioco

Passa da un’attività ad un’altra senza concluderne una

Fa fatica a giocare in modo tranquillo

Spesso parla eccessivamente rispetto ai coetanei

Interrompe o si intromette in modo inadeguato, per esempio, si mette bruscamente in mezzo mentre altri bambini giocano o degli adulti parlano

Perde o dimentica il necessario per attività a casa o a scuola (giocattoli, matite, libri, tuta, compiti)

Spesso fa cose pericolose senza pensare alle conseguenze (non di proposito o per fare qualcosa di eccitante) come correre in strada senza guardare

Cause

Le cause non sono ancora del tutto chiare, esistono, tuttavia, dati che confermano il ruolo importante di fattori genetici (generalmente in linea maschile), prenatali, fisici ed ambientali.
L’ipotesi maggiormente accreditata sottolinea una disfunzione neurologica causata da sottopresenza neurochimica cerebrale. Le ridotte quantità di neurotrasmettitori cerebrali rallenterebbero la trasmissione dei messaggi intercellulari.
Le ricerche dimostrano che la presenza di questo problema è più facilmente rilevabile in parenti biologici di primo grado.
Effetti

Il deficit dell’attenzione influenza la sfera familiare, scolastica e sociale del bambino.
Sfera familiare

I bambini con queste caratteristiche sono alla continua ricerca di attenzione, dimenticano facilmente le richieste, perdono costantemente le loro cose, sono disorganizzati e sempre in movimento. A volte mangiano e dormono poco, possono presentare forme allergiche e sensibilità alla luce
e ai suoni.
Hanno difficoltà ad andare d’accordo con fratelli e sorelle e con i coetanei, si sentono frustrati con facilità e si oppongono ai cambiamenti delle loro abitudini.
Gli interventi più efficaci nel migliorare la serenità familiare sono basati sull’acquisizione e il miglioramento delle abilità sociali da un lato e sulla modificazione del comportamento dall’altro.
Sfera scolastica

Libro: L’alunno iperattivo in classe Nei bambini con deficit dell’attenzione si evidenziano spesso difficoltà di apprendimento, come deficit di memoria a breve termine, problemi di coordinazione, calligrafia illeggibile, difficoltà di linguaggio, di lettura, ortografia, calcolo, problemi di elaborazione delle informazioni visive e uditive. La memoria a breve termine riveste un ruolo cruciale nell’ apprendimento, la sua compromissione porta a difficoltà di acquisizione di nuove informazioni rendendone problematica la ritenzione e di conseguenza l’apprendimento. Sono comuni in questi bambini difficoltà di elaborazione di informazioni visive ed uditive, causate da un funzionamento inefficace del sistema nervoso centrale. Le informazioni verbali “entrano da un orecchio ed escono dall’altro”, mentre quelle visive si traducono in errori di copiatura ed omissioni delle ultime sillabe di una parola e delle ultime parole di una frase durante la lettura. L’uso di espressioni verbali e scritte molto semplici sono un’ulteriore conseguenza di un deficit nella memoria a breve termine. Più del 60% dei bambini con disturbo da deficit dell’attenzione presenta difficoltà nelle fasi iniziali di produzione del linguaggio, come problemi di articolazione, balbettio, costruzione delle frasi molto semplice (uso improprio della sintassi e della grammatica, dei sostantivi, dei verbi, degli aggettivi, degli avverbi) ed errori nel posizionamento di lettere in una parola o di parole in una frase (per esempio: “psighetti” invece di “spaghetti” o “Io palla prendo” invece di “Io prendo la palla”). La comprensione del linguaggio avviene in modo corretto, ma la capacità di espressione non è ottimale. Difficoltà nella produzione del discorso sono tipiche di bambini in età prescolare, mentre i disturbi del linguaggio sono evidenti in bambini in età scolare. Sono spesso presenti problemi di coordinazione, come nell’equilibrio, postura, lanciare, calciare, afferrare, allacciare le scarpe, abbottonarsi, scrivere e disegnare. Queste difficoltà richiedono un costante esercizio quotidiano per essere contrastate. Il bambino non riesce a mantenere l’attenzione abbastanza a lungo da elaborare e trattenere correttamente le informazioni uditive, per questo sono spesso presenti lacune nell’acquisizione delle abilità di base. Interventi mirati a migliorare il funzionamento del bambino nelle aree considerate sono estremamente importanti per il bambino.
Sfera sociale

I bambini con deficit dell’attenzione sono spesso poco abili socialmente. La scarsa padronanza delle regole esplicite ed implicite della comunicazione impedisce la corretta interpretazione dei messaggi non verbali. Farsi degli amici e mantenere con loro delle relazioni soddisfacenti diventa spesso difficile. La scarsa tolleranza alle frustrazioni è il motivo che spiega il frequente comportamento capriccioso e la facilità con cui il bambino mette il broncio.
Sono spesso presenti inflessibilità ed incapacità di adattarsi ai cambiamenti, tanto pronunciate da impedire la presa di decisioni e la loro attuazione.
In questi bambini i problemi di autostima sono influenzati sia da fattori primari sia secondari. Inizialmente non sviluppano un appropriato concetto di sé ed hanno difficoltà di relazione con i familiari e con i coetanei. La successiva mancanza di successi scolastici, sportivi e sociali peggiora le difficoltà iniziali del bambino aumentando il rischio di essere facilmente influenzato dagli altri durante l’adolescenza. Il farsi guidare e trascinare dal gruppo dei coetanei aumenta la probabilità di trovarsi in situazioni problematiche. Sentimenti di inadeguatezza, ansia e depressione sono, pertanto, conseguenze possibili. Una percentuale pari al 30% evolve in un disturbo della condotta o in un disturbo oppositivo-provocatorio.
Trattamenti

Le ricerche compiute in questo ambito dimostrano che la forma di intervento più efficace deve agire su più fronti e comprendere:

Consulenza e sostegno ai genitori

Terapia del comportamento

Neurofeedback (EEG Biofeedback)

Consulenza alla scuola su strategie comportamentali

Training di abilità sociali

Interventi di potenziamento dell’apprendimento

Interventi cognitivo-comportamentali per incrementare l’autostima

Non esistono soluzioni magiche per questo problema, ma la sua gestione è possibile. Il solo impiego di farmaci non basta a migliorare tutti gli aspetti associati, il trattamento si basa per il 90% su interventi educativi e per il 10% su interventi farmacologici. E’ da evitare il ricorso a sedativi, in quanto peggiorerebbero la situazione sia a livello comportamentale sia cognitivo.
Non è mai stato dimostrato che la psicomotricità sia efficace con questi bambini, anche se nel nostro Paese si tende a farne ancora ampio uso. Lo yoga e la musica si sono rivelate di qualche utilità nel favorire la concentrazione.
Il deficit dell’attenzione, se non trattato, può creare problemi rilevanti nell’autostima della persona interessata. I bambini devono essere incoraggiati a sviluppare il loro potenziale, mettendoli in grado di aumentare la loro efficacia.
La costanza, l’impegno e il tempo unitamente a interventi terapeutici validi che agiscono su tutti gli aspetti del problema permettono a questi bambini di spezzare il circolo vizioso di frustrazione ed insuccesso e di aumentare considerevolmente abilità personali e autostima.

Fonte http://www.educazione-emotiva.it/iperattivita.htm

La gelosia è un fenomeno praticamente inevitabile all’interno di una famiglia. Quasi tutti i bambini desiderano essere il figlio preferito dei genitori, essere considerati i più bravi ed essere i più amati dai familiari.
Nella maggior parte dei casi, la competizione tra fratelli è motivata dal voler ottenere amore, attenzione e approvazione dai genitori. La gelosia non necessariamente riguarda solo il rapporto tra fratelli, anche un amatissimo figlio unico può essere estremamente geloso della relazione che esiste tra i genitori.
In una famiglia con più fratelli, ogni bambino può essere geloso di un altro, ma la causa più comune è la nascita di un fratellino. La rivalità è un fenomeno generalmente presente tra il bambino più piccolo e quello più vicino a lui per età.
L’arrivo di un fratellino

Il bambino più grande può sentirsi messo da parte e sostituito dal nuovo arrivato, è l’unico bambino che fino a quel momento ha avuto mamma e papà solo per sé e si chiede perché, se i suoi genitori lo amavano così tanto, hanno voluto un altro bambino. Sono i genitori che decidono di avere un altro figlio, non il bambino di avere un fratellino.
Manifestazioni tipiche di gelosia

Sono molti i segni che possono essere espressione di un sentimento di gelosia, come per esempio: atteggiamenti ostili, prendere in giro, isolarsi, tenere il broncio, regredire in alcune acquisizioni già consolidate, aggressività, comportamenti crudeli e distruttivi, espressioni di odio, risentimento, invidia, eccessiva dipendenza… insomma, un quadretto non molto positivo.
Un bambino geloso prova paura ed insicurezza, teme di non essere amato e considerato al pari di qualcun altro. Per questo deve essere visto come un bambino che attraversa un momento triste e difficile della sua vita piuttosto che come un bambino che si comporta male di proposito o che all’improvviso è diventato cattivo, dispettoso e fastidioso.
In questo particolare periodo il bambino ha bisogno di essere rassicurato, di sentirsi certo di poter contare sull’amore dei suoi genitori. Punire il bambino per i suoi comportamenti non è una tecnica corretta da usare, non fa altro che confermare in lui l’idea di non essere amato. Le cose di cui ha bisogno sono, piuttosto, l’affetto e la comprensione dei genitori, pur facendo notare che i suoi comportamenti non sono accettabili. E’ importante essere consapevoli ed accettare la gelosia del bambino poiché in questo modo si favoriranno l’espressione e la manifestazione delle sue emozioni negative nei confronti del fratellino. Date al bambino tutto il tempo e l’attenzione di cui ha bisogno e permettetegli di avere comportamenti tipici di quando era più piccolo. Se non affrontata e gestita in maniera corretta, la gelosia può dar luogo ad un periodo estremamente difficile per il bambino.
Un bambino piccolo non è in grado di controllare da solo il suo comportamento poiché non è ancora capace di gestire adeguatamente le sue emozioni, l’unico modo che conosce per esprimerle è quello di manifestarle proprio attraverso il comportamento. In situazioni difficili in cui si sente scoraggiato e triste, ha bisogno dell’aiuto di una persona adulta. Privarlo della possibilità di manifestare la sua gelosia o punirlo per qualcosa che ha fatto, reprime questa emozione e ne impedisce l’espressione, ma solo momentaneamente, è molto probabile che si ripresenti in un secondo tempo in una forma più intensa e pericolosa.
La rivalità tra fratelli è un fenomeno che ha a che vedere con la composizione della famiglia, ma anche con l’ordine di nascita e la differenza di età che esiste tra i bambini. La gelosia è più intensa se tra il primo ed il secondo bambino ci sono tra i 18 mesi ed i 3 anni di differenza, quando invece il distacco è di 4 anni o più, la competizione tende a ridursi via via perché le loro esigenze ed attività sono diverse.
L’ordine di nascita influisce in qualche modo?

Il bambino più grande è l’unico che ha avuto per un dato periodo mamma e papà tutti per sé. In quanto genitori inesperti, con il primo figlio si tende ad attendersi molto, ad avere delle aspettative spesso eccessive nei suoi confronti. I bambini primogeniti ottengono di solito ottimi risultati in quello che fanno, tendono ad essere più maturi e responsabili e non hanno alcuna difficoltà a seguire norme e regole.
Il secondo bambino ha spesso la sensazione che, per quanto duramente possa impegnarsi, non riuscirà mai a raggiungere lo stesso livello di abilità e gli stessi successi del fratello maggiore.
Il secondo di tre bambini risente sia della figura di quello più grande sia di quello più piccolo. Non è né privilegiato quanto il fratello maggiore, né viziato quanto il fratellino più piccolo. Le richieste e le aspettative che i genitori hanno nei suoi confronti sono generalmente meno esplicite e chiare. Il bambino può sentirsi trascurato, cercare in tutti i modi di ottenere attenzione in modo inappropriato, per esempio infrangendo regole, facendo dispetti e stuzzicando i fratelli. Se il secondogenito è una bambina tra due maschi, avrà verosimilmente un ruolo speciale all’interno della famiglia, dato dall’essere l’unica bambina della famiglia.
Il bambino più piccolo è spesso iperprotetto dalla famiglia, con lui si assume di solito un atteggiamento eccessivamente indulgente. Le conseguenze di non dargli abbastanza responsabilità o di prendere tutte le decisioni per lui possono essere una eccessiva dipendenza dagli altri ed immaturità. Può sentirsi poco abile e incapace di fare le cose altrettanto bene rispetto al resto della sua famiglia. Può avere un trattamento diverso per essere il più piccolino e le aspettative dei genitori nei suoi confronti sono di solito inferiori rispetto a quelle per il bambino più grande. Essere il più piccolo della famiglia non significa necessariamente essere il più fragile ed indifeso, specie se quando bisticcia con qualcuno riesce sempre ad ottenere l’appoggio della mamma o del papà. Il bambino più piccolo tende generalmente ad essere molto socievole ed espansivo con gli altri.
I litigi tra fratelli

I litigi tra fratelli e sorelle sono inevitabili e scontati. E’ praticamente impossibile che in una casa ci siano dei bambini che vanno d’amore e d’accordo senza mai litigare. I genitori devono essere consapevoli di questo e non pretendere che non accada, sarebbe aspettarsi troppo dai propri figli. Per esempio, sarebbe irrealistico pensare che un bambino di 2 anni, il cui vocabolario è ancora molto limitato, sia in grado di affrontare e gestire verbalmente i litigi, tuttavia fare smettere di litigare i bambini piccoli non è molto difficile. Ricordate che non sono sempre innocenti come sembrerebbero e che sono benissimo in grado di far arrabbiare e indispettire il fratello più grande. Se non avete visto come si sono svolte le cose e come i bambini sono arrivati a litigare, evitate di prendere le parti di uno dei due. Dite, per esempio: “Non importa chi ha cominciato, la regola in famiglia è che non ci si picchia”. Nel caso che i bambini non riescano a risolvere la questione da soli, separateli per un periodo di “time-out” di non più di 5 minuti per i bambini fino a 4-5 anni e fino a 15 minuti per i bambini più grandi. Quando è possibile, lasciate che i vostri figli risolvano da soli i loro problemi, a meno che la situazione non sia troppo tesa o siano arrivati alle mani. E’ importante evitare che il bambino più grande faccia del fratellino la sua vittima di dispetti e prese in giro, potrebbe ripercuotersi negativamente sulla sua autostima, farlo sentire timoroso ed incapace. Va tuttavia sottolineato che anche un bambino piccolo, nonostante sia fisicamente debole, è in grado di usare diversi modi per rigirare le situazioni a suo vantaggio, per esempio stuzzicando e prendendo in giro il fratello più grande o facendo in modo di metterlo nei guai. Stabilite delle regole chiare su quanto è permesso e vietato quando si litiga, per esempio “ Non ci si lanciano le cose addosso”. Evitate di punire fisicamente i bambini, ne ricaveranno solo l’insegnamento che chi è più grande e più forte picchia di più e fa più male. Incoraggiate i bambini a trovare da soli una soluzione alle loro questioni, con frasi come “Mi dispiace per quello è successo, ma sono sicura che potete risolvere da soli questo problema”. Questo tipo di intervento è particolarmente utile quando i due bambini sono abbastanza vicini di età, se invece la differenza è considerevole la vostra intromissione potrebbe essere inevitabile. Se il motivo per cui hanno cominciato a litigare è un giocattolo o un oggetto, prendeteglielo dicendo “Visto che non riuscite a giocare insieme con questo gioco senza litigare, lo prendo e ci riproverete domani”
In pratica, cercate sempre di trovare una soluzione al problema, non un colpevole.
“Questo non è giusto!”

Quasi tutti i bambini attraversano una fase in cui tengono particolarmente all’idea della giustizia e all’essere considerati in maniera giusta ed uguale, sono preoccupati che un fratello o una sorella riceva un trattamento di favore rispetto a loro. I genitori dovrebbero sforzarsi di evitare che se ne presenti l’eventualità, cercando di essere il più corretti e giusti possibile. E’ un’ottima strategia quella di dare piccole responsabilità ed occasioni ad entrambi i bambini, per esempio uno taglia la torta e l’altro prende la fetta per primo.
Suggerimenti pratici

Evitate di lodare troppo un bambino rispetto all’altro e di essere molto affettuosi con uno e non con l’altro. E’ meglio non confrontare i due bambini tra loro, funziona molto raramente ed ha il solo risultato di aumentare ancora di più la gelosia. Cercate di non dare maggiori privilegi e attenzioni al bambino che “crea meno problemi”, spesso è proprio quello meno approvato che ha più bisogno degli altri di essere incoraggiato e lodato. Cercate di mettervi in relazione con ognuno dei bambini considerando la sua individualità e le sue caratteristiche personali, dedicando tempo ad ognuno di loro. I bambini molto gelosi sono spesso convinti di non piacere a nessuno, mamma e papà devono aiutarli ad aumentare la fiducia nelle proprie capacità mostrando loro affetto, lode e considerazione. Valorizzate le sue qualità positive piuttosto che sottolineare i suoi aspetti e comportamenti negativi.
Non intromettetevi tra i loro litigi tutte le volte che questo è possibile, quando i bambini si rendono conto di dover risolvere da soli i loro problemi smettono di correre da mamma e papà per lamentarsi del fratello o della sorella. Anche i bambini più piccoli sono in grado di trovare soluzioni molto efficaci quando sono nella necessità di doverlo fare. I bambini molto piccoli, in età pre-scolare, spesso sanno gestire le proprie difficoltà solo litigando e picchiando, in questo caso hanno bisogno del vostro intervento per risolvere la situazione. Aiutate i bambini piccoli a trovare una soluzione, suggerendogli frasi come “Parla con lui invece di picchiarlo”, “Che cosa potrebbe avere tuo fratello se lui ti dà il suo gioco?”, “Lascia che giochi un po’ anche tua sorella ora”. Ricordate che è normale per molti bambini fino ai 4 anni stare poco tempo senza litigare, picchiarsi, piangere o rompere giocattoli, questo indica che non è ancora il momento perché possano giocare da soli. I bambini non dovrebbero essere forzati a condividere oggetti e giocattoli con i fratelli, le cose di un bambino dovrebbero essere solo sue. Ha il diritto di essere lui a decidere quando e con chi dividere le sue cose, se i suoi giochi gli vengono presi senza il suo permesso, è molto probabile che diventi ancora più geloso delle sue cose ed egoista. Quando entrambi i bambini fanno qualcosa di sbagliato è necessario riprenderli e correggere tutti e due, non solo quello più grande.
Aiutate i vostri bambini ad avere amici, interessi e sport diversi, li aiuterà ad avere maggiori possibilità di sperimentarsi e favorirà il consolidarsi di una buona autostima.

Fonte http://www.educazione-emotiva.it/gelosia-rivalita.htm

Perché i fratelli pur condividendo gli stessi genitori e lo stesso ambiente familiare sono cosi straordinariamente diversi tra loro?

Lo studio delle differenze tra fratelli è stato possibile a partire dagli anni Ottanta con il superamento della dicotomia ambientalismo e innatismo, in quanto patrimonio genetico e influenze ambientali devono essere connessi per comprendere le differenze tra fratelli (Dunn & Plomin, 1982).
Partendo da questo presupposto sono sorti diversi studi tra cui
- il Sibling Inventory Differential Experience, un questionario composto da item a cui si chiede ai soggetti di rispondere tramite una scala likert da 1 a 5 mettendo a confronto se stessi con il proprio fratello (Daniels & Plomin, 1985);
- il Colorado Adoption Project (Plomin & DeFries, 1983) e il Cambridge Sibling Study (Dunn, 1996), studi longitudinali consistenti in interviste e osservazioni in contesti naturali di interazione familiare;
- lo Swedish Adoption Twin Study of Aging (Plomin e coll., 1990), il più impegnativo progetto di ricerca della genetica comportamentale condotto su un campione di gemelli identici, fraterni, cresciuti insieme e allevati separatamente, con età media di 60 anni, confrontati tra loro.
Gli studi menzionati hanno dimostrato e confermato che l’ambiente condiviso comprende le esperienze comuni responsabili della somiglianza tra fratelli (come il livello di istruzione dei genitori e il numero di libri presenti in casa); mentre l’ambiente non condiviso comprende le esperienze uniche responsabili delle differenze; queste possono essere ricondotte a un ambiente familiare uguale solo in apparenza ma in realtà profondamente diverso per ogni fratello (come il trattamento differenziato dei genitori per i figli, l’ordine di nascita, il rapporto tra fratelli e la rivalità che può caratterizzare tale rapporto). Anche l’ambiente non condiviso extrafamiliare (come la scuola e il gruppo dei pari) comprende esperienze responsabili delle differenze tra fratelli.
Il trattamento differenziato da parte dei genitori nei confronti dei figli è, come ho detto prima,un elemento dell’ambiente familiare non condiviso. Le differenze nel comportamento dei genitori verso i figli sono spesso marcate e dolorose e di solito i bambini sono consapevoli del diverso trattamento, affetto e interesse loro riservati e ragionano su tale disparità. Le madri anche se non si comportano nello stesso modo verso lo stesso bambino nel corso del tempo, assumono un comportamento coerente verso i fratelli quando hanno la stessa età; ma l’assistere al comportamento diverso messo in atto dai genitori nei propri confronti e nei confronti dell’altro bambino è più importante, infatti i bambini sono sensibili non solo al modo in cui i genitori si pongono in relazione con loro ma anche al modo in cui i genitori si pongono in relazione con i loro fratelli. Inoltre il comportamento differenziato dei genitori contribuisce alle differenze nella capacità di adattamento dei figli: dagli studi è emerso che i bambini le cui madri avevano rivolto maggiori manifestazioni di affetto ai fratelli, presentano un più basso sentimento di competenza sociale e di autostima rispetto a quelli che avevano ricevuto maggiore affetto. Ci si è chiesti se le differenze di comportamento potessero essere associate a differenze genetiche tra fratelli, ma tale ipotesi non è stata confermata dagli studi.
L’ordine di nascita è un altro elemento dell’ambiente familiare non condiviso. La posizione del maggiore nella famiglia resta la più specifica per l’unicità di quanto ha vissuto prima dell’arrivo dei fratelli: è lui che fonda la famiglia, assicura la fertilità dei genitori, conserva la memoria familiare ed è un punto di riferimento per i fratelli; può essere investito dai genitori di una certa autorità sui fratelli e assumere questo compito con difficoltà o soddisfazione. Il fratello minore ammira il maggiore che è il suo punto di riferimento idealizzato con cui vorrebbe identificarsi. Il figlio di mezzo tenta di identificarsi con il minore attraverso comportamenti regressivi ma vorrebbe assomigliare al maggiore da cui è scarsamente considerato (Rufo, 2002).
Ma nell’affermare questo bisogna considerare che ogni bambino è unico e la posizione occupata all’interno della famiglia è solo un elemento di influenza.
Il rapporto tra fratelli è un altro elemento dell’ambiente familiare non condiviso. Esperienze differenti all’interno del rapporto tra fratelli contribuiscono a future differenze nel loro sviluppo. I bambini sono consapevoli delle differenze tra sé e i loro fratelli riguardo alla personalità, alla sicurezza di sé, alla capacità e al modo di vivere la stessa relazione fraterna. L’impatto della presenza del fratello è diverso per ogni bambino: ad esempio, per un bambino crescere con un fratello può significare la presenza irritante di un altro che richiede attenzione, rovina ogni gioco, si lamenta ed è sempre sostenuto dai genitori, talvolta ingiustamente; per l’altro implicato nella relazione crescere con un fratello significa provare un desiderio non corrisposto di giocare con un partner ammirato, ripetuti tentativi di catturare la sua attenzione, provare una forte ammirazione e un desiderio di piacere spesso frustrato. Le dimensioni generali del rapporto tra fratelli sono una amichevole-positiva (affetto, cooperazione, supporto) e l’altra negativa-ostile (conflitto, dominanza, controllo) che generalmente evidenziano le differenze nel loro comportamento. Le relazioni tra fratelli sono il risultato di una grande intimità imposta e non voluta; i ricordi comuni, i momenti di complicità , il benessere condiviso spesso si alternano a rivalità gelosie e periodi di crisi. Avere un fratello significa trovarsi di fronte a un rivale: come accettare di condividere l’amore dei genitori? Il modo in cui tale rivalità viene affrontata contribuisce alle differenze tra fratelli.
La scuola e il gruppo dei pari sono esperienze appartenenti all’ambiente non condiviso extrafamiliare. Comprende le differenze nel rapporto con le insegnanti e i compagni, le differenze nell’atteggiamento verso la scuola; tali differenze dipendono dalla capacità di adattamento associate alla esigenze non condivise all’interno della famiglia e da una debole influenza genetica sulla scelta dei pari e da parte dei pari.
In conclusione la domanda “perché i fratelli sono diversi?” sembra aver trovato una risposta, anche se studi permetterebbe un ulteriore approfondimento. E la risposta è che i fratelli sono diversi perché diverse sono le vite che conducono all’interno e all’esterno della famiglia e le differenze nel modo in cui i momenti di transizione (scuola, lavoro, matrimonio..) vengono vissuti hanno un ruolo determinante nel porre i fratelli su traiettorie differenti.
Vorrei concludere citando una delle conclusioni di uno studio di Plomin e coll. (1990) “l’ambiente non condiviso contribuisce in maniera sostanziale a determinare chi siamo a una data età ma è anche la causa principale del perché rimaniamo come siamo”.

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Rufo, M. (2002). Fratelli e sorelle, una malattia d’amore. Milano: Feltrinelli.

Fonte http://www.psicologiaedintorni.com/2007/04/18/fratelli-nati-e-cresciuti-nella-stessa-famiglia-ma-diversi/

Pubblicato da: rolandociofi | 18 febbraio 2012

Il supporto ai modelli parentali di Roberto Carlo Russo

Il bambino nel processo evolutivo struttura la propria personalità in una continua interazione
con i modelli parentali e sociali; lo sviluppo dei suoi comportamenti dipendono da un processo
specie-specifico e da un habitus costituzionale biologico che interagiscono dinamicamente con i
condizionamenti ambientali in un continuo plasmarsi nelle varie fasi evolutive a seguito del tipo di
esperienze.
I modelli parentali, sostenuti a loro volta da un processo genetico specie-specifico e da un buon
senso di realtà, si rapportano, a seconda dell’età del bambino e delle sue capacità, semplificando il
linguaggio, stimolando le acquisizioni, adattando le regole, rinforzando i risultati e permettendo una
autonomia proporzionale alle capacità acquisite. Conquistata e consolidata la propria identità,
separata dall’altro, il bambino procedendo nell’evoluzione deve confrontarsi anche con i coetanei e
con i modelli sociali (educatrici, insegnanti, altri adulti..); affronta in tal modo un primo vivere
sociale esterno al proprio nucleo familiare: nuove regole, adattamento alla vita di gruppo, emergere
delle figure leader, competitività, parziale rinuncia al proprio egocentrismo. I modelli sociali si
affiancano a quelli parentali, ne allargano gli obiettivi, arricchiscono la complessità dei rapporti e
stimolano il bambino a espandersi sempre più verso nuovi orizzonti.
Si assiste ad un continuo divenire di nuovi adattamenti tra la spinta biologica evolutiva del
bambino e gli stimoli e le richieste ambientali in rapporto alle diverse esperienze e situazioni, sia
nell’ambito familiare che sociale. Per un sano processo di sviluppo il bambino deve confrontarsi con
i modelli parentali e sociali adeguati ad un comune indirizzo e tali da non presentare sostanziali
contraddizioni che porterebbero inevitabilmente ad incertezze e confusioni sugli obiettivi da
perseguire con la conseguenza di potenziali problematiche relazionali.
Nella nostra società, diversamente culturizzata, variegata e in continua modifica, i modelli
sociali (rappresentati dalle diverse figure professionali e dai legali tutori dell’organizzazione sociale)
frequentemente incomprensibili, contradditori, eccessivamente variabili e spesso inadeguati ai
bisogni, impostano una risultante confusa e disorientante che si riflette direttamente e
indirettamente sia sul bambino che sul suo nucleo familiare.
Nella struttura nucleare familiare spesso avvengono sostanziali modifiche in rapporto
all’attività lavorativa dei genitori, alle deleghe educative parziali o totali, stabili o instabili, alle
separazioni dei genitori con la costituzione di famiglie monogenitoriali, alla formazione di nuovi
nuclei familiari. In tali situazioni il bambino deve affrontare, sia nell’ambito familiare che sociale,
un complesso e mutevole articolarsi di rapporti affettivi ed educativi, che incideranno sulla sua vita
affettiva, sulla strutturazione della personalità e sul processo di autonomia.
Anche il bambino e l’adolescente vissuti in un sano contesto familiare dovranno affrontare un
difficile processo d’integrazione tra i propri modelli primari e i nuovi modelli sociali.
Se in queste situazioni di presunta norma, il bambino deve affrontare complessi processi
adattativi, spesso non privi di distorsioni, in situazioni patologiche l’interazione dei modelli diventa
decisamente problematica
In tali casi il comportamento specie-specifico e il buon senso dei modelli parentali e socioeducativi
riescono a fatica ad adattarsi alle necessità evolutive, molto spesso risultano inadeguati ed
a volte potenzianti la patologia.
Frequente è il riscontro di tentativi incompetenti per la risoluzione di carenze funzionali, di
accettazione passiva della patologia, di carenza o eccesso di stimoli autonomizzanti, di impostazioni
contrastanti tra i diversi modelli parentali e sociali.
I fattori che entrano in gioco nel processo evolutivo sono numerosi, variamente associati e
commisti in un quadro poliedrico che assume diverse connotazioni a seconda del punto di vista
dell’osservatore. Si assiste spesso ad una conflittualità tra la variabilità di risposte del bambino e la
rigidità dei modelli, oppure la variabilità dei modelli a fronte di una fissità di risposte. Frequente è
l’alternarsi di queste due posizioni nelle diverse fasi di sviluppo, per l’intervento di nuove esperienze
o per l’innesto di nuovi modelli esterni al nucleo familiare o per modifiche delle situazioni
strutturali familiari o sociali. In altri casi o nel susseguirsi di fasi evolutive, si verifica nel
complesso sistema bambino-ambiente una fissità ed invariabilità che porta ad un perseverare della
relazione distorta con la conseguenza di un marcato rallentamento o di uno stop evolutivo.
L’articolarsi di queste variabili determina la difficoltà di comprensione delle manifestazioni e
delle dinamiche che spesso giocano un ruolo perverso che rende difficile l’individuazione dei punti
di aggancio terapeutico per il bambino e di supporto per le figure educative.
Da quanto esposto si evidenzia la necessità di usufruire di una pluralità di conoscenze e di
fattori da valutare per costituire un modello integrato, idoneo ad affrontare i supporti necessari alle
figure di riferimento evolutivo per il bambino affetto da problematiche neuropsichiche. I dati
obiettivi e le conoscenze delle ricerche ne urofisiologiche, neuropsicologiche, psicodinamiche,
psicoanalitiche, sistemiche, comportamentali, etologiche e sociali apporteranno il loro contributo,
non chiuse nelle loro impostazioni, ma integrate tra loro al fine di costituire un nuovo modello
d’intervento “bio-psico-sociale” plasmabile ed adattabile alle diverse situazioni in rapporto alle
potenzialità di risposte individuali e ambientali.
In considerazione di queste difficoltà evolutive, oltre l’eventuale necessità di una terapia
individuale al bambino (psicomotoria o psicoterapica) sarà essenziale l’indispensabile aiuto ai
genitori per collaborare insieme verso gli stessi obiettivi terapeutici.
Il supporto d’aiuto oltre ai genitori dovrebbe anche essere dato a quelle figure parentali che
incidono come modelli evolutivi e che si occupano della cura del bambino (nonne, baby sitter, ecc..)
Se il bambino frequenta strutture scolastiche, tenendo in considerazione i disturbi e il relativo
comportamento, nel rispetto dell’accordo con i genitori, bisognerà prendere in considerazione
l’opportunità di dare un supporto anche alle insegnanti.
L’inizio del supporto alle figure di riferimento richiederà la conoscenza dei componenti il
nucleo familiare, del tipo di organizzazione, delle modalità di relazione con il bambino. La
frequenza dei colloqui di supporto, sia per le figure parentali che per quelle sociali, verrà calibrata e
adattata a seconda delle esigenze, nel rispetto degli obiettivi terapeutici.
L’aiuto ai genitori e la collaborazione con le insegnanti se necessario, permetterà un importante
processo d’integrazione tra l’elaborazione delle problematiche del bambino, l’adattamento
comportamentale nella famiglia, una migliore resa scolastica e un più valido processo di
socializzazione.
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Roberto Carlo Russo è Neuropsichiatra Infantile e Psicoterapeuta. Docente a Contratto presso Univ. di Pavia, Dip. di Clinica Neurol. e Psich.
Direttore Scientifico del CSPPNI. russo@csppi.it
Fonte http://www.csppni.it/Tematiche/SupportoParentale.pdf

Pubblicato da: rolandociofi | 18 febbraio 2012

Veglia – Sonno – Sogno di Nicola Lalli

Fonte Informazione PsicoVeglia, sonno profondo (o sonno NREM), sonno desincronizzato (o sonno REM) sono tre stati diversi, ma strettamente integrati, della complessa attività del S.N.C., e rappresentano il continuum vitale dell’uomo.
Prima di descrivere le loro diversità fenomenologiche e funzionali, debbo sottolineare che questi tre stati sono sottomessi ad una regola fondamentale che si potrebbe definire “della separazione e della non interferenza”.
Nella normalità infatti, questi stati sono nettamente separati l’uno dall’altro, il passaggio avviene in maniera graduale e codificata, particolari meccanismi neurofisiologici, tramite la loro attivazione o disattivazione, impediscono qualsiasi interferenza o sovrapposizione.
Nella patologia questa regola viene meno, tanto da ritenere che la sovrapposizione o l’interferenza tra questi stati, sia un segno patognomonico del disfunzionamento mentale. Ne citerò due per esemplificare. Da una parte la narcolessia; la cui genesi è legata alla netta riduzione del tempo che deve intercorrere tra la fine dello stato di veglia e l’inizio della fase REM: arco di tempo definito “latenza REM” e che nell’uomo ha una durata media di 70′-80′. Questo passaggio nella narcolessia avviene invece d’emblèe creando i tipici segni del disturbo: l’incoercibile sonnolenza e la caratteristica atonia muscolare.
Dall’altra le allucinazioni del delirium tremens che sono dovute ad una sovrapposizione della fase REM nello stato di veglia.

***

Lo stato di veglia è caratterizzato da attenzione, autoconsapevolezza e possibilità di compiere azioni altamente finalizzate. Affinché si realizzino queste funzioni è necessario che il S.N.C. si trovi nelle seguenti condizioni:

a) integrità della corteccia cerebrale, metabolismo cerebrale implicante un maggior consumo di glucosio ed attività elettrica cerebrale rapida e di basso voltaggio (onde alfa e beta);
b) attivazione di tutta una serie di apparati sottocorticali, dal bulbo all’ipotalamo, che sono influenzati ed influenzano la corteccia;
c) contemporanea inibizione di alcuni meccanismi deputati al sonno, in primo luogo il sistema ponto-genicolo-occipitale (PG0).

“Anatomicamente il sistema di veglia è costituito da una rete di neuroni situati nella formazione reticolare mesencefalica. Durante la veglia questi neuroni eccitano la corteccia per mezzo di neurotrasmettitori, in particolare l’acetilcolina: essi stessi ricevono un innervamento noradrenergico che proviene in particolare dal locus coeruleus. Tutto funziona come se numerosi meccanismi di controllo impedissero al sonno di sopraggiungere durante la veglia e l’inizio del sonno. I due meccanismi di controllo più importanti sono posti sia in una parte del sistema di veglia (locus coeruleus), sia al livello del sistema del raphe dorsalis (che è attivo durante la veglia, l’addormentamento e il sonno leggero)” 2.
Comunque affinché avvenga il passaggio dalla veglia al sonno NREM, sono necessarie almeno due condizioni fondamentali: l’attivazione del ritmo circadiano e l’assenza di forti stimolazioni sensoriali. Le caratteristiche del S.N.C. durante il sonno NREM sono:

1) l’attività corticale si modifica fino a costituirsi come un tracciato di onde lente e fusi;
2) una marcata diminuzione del consumo di glucosio e di ossigeno della corteccia cerebrale, mentre le riserve energetiche si accumulano nella glia, sotto forma di glicogeno;
3) l’inibizione dei centri aminergici.Sul piano fenomenologico questo stato comporta una perdita di consapevolezza, una riduzione del tono muscolare ed una riduzione della recettività agli stimoli esterni. Possono comparire attività mentali che sono caratterizzate da un pensiero lucido astratto, in genere privo di immagini. Siamo così arrivati all’aspetto più complesso, che è il sonno desincronizzato o paradosso (o sonno REM) che è così caratterizzato:

1) L’attività corticale è caratterizzata da un tracciato EEG molto simile a quello della veglia.
2) L’attività metabolica cerebrale è aumentata notevolmente.
3) Una serie di parametri biologici fondamentali subiscono profonde variazioni: come l’inibizione del tono muscolare e la caduta della omeotermia.
4) L’ attivazione del sistema PGO.
5) Inoltre è fondamentale, perché si instauri la fase REM, la presenza di una situazione di estrema sicurezza e tranquillità come risulta dagli studi di M. Jouvet.”Si vede che il sogno è possibile solo dopo la verifica di numerosi sistemi di sicurezza: questa protezione sembra molto adeguata, perché il sonno si accompagna ad un aumento della soglia della veglia e ad una paralisi quasi totale. Sordo, cieco, paralizzato, l’animale diventa molto vulnerabile: non può sognare se non è al sicuro”. 2
“Questa nozione di sicurezza è importante ed esplicita in parte le variazioni della durata del sogno in differenti specie: gli animali cacciati, che sono raramente al sicuro, dormono poco, il loro sonno è molto leggero e la durata totale dei periodi di sonno paradosso non eccede i 15-20 minuti nelle 24 ore; invece i cacciatori (carnivori) ed il gatto domestico, quando è perfettamente al sicuro e non deve cacciare per nutrirsi, dormono molto e la durata del sonno paradosso può superare i 200 minuti ogni 24 ore” 2.
E’ utile sottolineare questi due aspetti. Il sonno paradosso è protetto da una serie di passaggi, quasi a significarne l’estrema importanza, ma anche l’estrema vulnerabilità; e che una situazione di sicurezza influenza favorevolmente la durata del sonno REM. Mi sembra interessante e possibile poter collegare quest’ultima peculiarità con la fase endouterina, che sicuramente rappresenta nell’uomo il massimo di sicurezza rispetto a fattori traumatici esterni. Poiché la fase REM è collegata con la produzione onirica, dobbiamo cercare, a questo punto, di comprendere quale può essere il legame tra attività onirica ed evoluzione dell’uomo.

Abbiamo già descritto quali sono i fenomeni caratteristici di questo stadio: attività cerebrale rapida, simile a quella della veglia; completa inibizione del tono muscolare; presenza di rapidi movimenti oculari; recettività per gli stimoli interni, nettamente aumentata rispetto alla fase NREM; incrementa il metabolismo cerebrale; l’attivazione del sistema PGO. Ma il dato più singolare è la caduta della regolazione omeostatica in genere, della omeotermica in particolare.
E’ questo uno dei dati meno comprensibili che fa dire a M. Jouvet: “… non si capisce come il sogno possa costituire un vantaggio evolutivo, dal momento che corrisponde allo stato in cui l’animale è più vulnerabile: lo stato di sogno è in effetti il momento più pericoloso del ciclo a tre tempi sonno-veglia-sogno, poiché il cervello chiude la porta al mondo esterno, e dunque agli eventuali pericoli, per aprirsi ad un programma endogeno”. 2
Questa singolarità, inspiegabile in termini evoluzionistici, deve però essere compresa, altrimenti si rischia di perdere in gran parte il significato della fase REM. Ma soprattutto deve essere compreso perché mai in questa fase, viene meno il meccanismo di autoregolazione della temperatura corporea, che come sappiamo, è un meccanismo fondamentale di sopravvivenza per gli animali omeotermi che, come è noto, sono animali evoluti rispetto a quelli poichilotermi.
Perché mai gli animali omeotermi, durante la fase REM, si trasformano, momentaneamente, in poichilotermi?

Per fornire una possibile ipotesi esplicativa bisogna tenere presente una ulteriore differenza fondamentale: mentre per gli animali poichilotermi, i neuroni continuano a riprodursi, negli animali omeotermi, i neuroni non solo non si riproducono dalla nascita in poi, ma dai 20 anni in poi inizia una loro fisiologica distruzione.
Questa specificità anatomica, sembrerebbe essere penalizzante e comportare, per gli animali omeotermi, una minore capacità di immagazzinare memoria o comunque di modellare funzionalmente la rete neuronale in funzione dell’apprendimento. Invece forse è vero proprio il contrario!

Infatti noi sappiamo che le informazioni si fissano a livello sinaptico: se le cellule nervose si rinnovassero continuamente, inevitabilmente quelle nuove potrebbero trasmettere solo il patrimonio genetico mentre l’informazione acquisita andrebbe perduta. La divisione delle cellule comporterebbe inevitabilmente la perdita dell’informazione con la formazione di nuovi circuiti che sarebbero sì pronti e recettivi a nuove informazioni, ma perderebbero quelle acquisite in precedenza. Dobbiamo dedurne che è di fondamentale importanza la persistenza dei ricordi delle esperienze precedenti che evidentemente ricoprono un ruolo importante rispetto alla continuità ed alla identità dell’individuo. Identità che si identifica non tanto con le strutture, quanto piuttosto con la storia ed il ricordo della storia di ogni singolo individuo. Quindi l’omeotermia, meccanismo evolutivo fondamentale, si è evoluto di pari passo con la fase REM, altro meccanismo evolutivo fondamentale. Ma l’omeotermia si è anche parallelamente evoluta con la non riproduzione dei neuroni. E’ probabile che in questa complessità si dovesse costituire una nuova modalità che permettesse al S.N.C. di “processare” correttamente e continuamente le nuove informazioni. La fase REM potrebbe essere devoluta esattamente a questo compito: l’elaborazione ed il mantenimento dei ricordi o delle tracce mnesiche. Perché mai poi ci sia una contemporanea caduta del meccanismo omeotermico, lo vedremo successivamente.

Ma seguiamo ancora M. Jouvet. “Lo studio dell’omeostasi potrebbe offrire qualche dato ulteriore: esiste in effetti, nel corso del sonno paradosso, una continuità ontogenetica tra i movimenti del feto (di topo o di cavia) in utero, quelli del topolino o del gattino neonato nei quali il sistema di inibizione posturale non è ancora funzionante – ed il comportamento onirico dell’adulto. I movimenti del feto sono senza dubbio l’espressione motrice della formazione di sinapsi preformate geneticamente nel corso della maturazione del S.N.C. Noi sappiamo in effetti che l’ambiente può modificare l’organizzazione funzionale e anatomica del cervello. E’ così che l’attività corticale unitaria e l’organizzazione dei dendriti nella corteccia visiva possono essere modificate nei gattini mediante la occlusione prolungata delle palpebre, o che l’aspetto architettonico o enzimatico della corteccia può essere alterato nel topo dall’isolamento o dalla iperstimolazione sensoriale. Sembra dunque difficile capire come una programmazione genetica definitiva, stabilita al fine di una maturazione, possa essere efficace per organizzare dei futuri comportamenti innati a dispetto delle modificazioni plastiche sinaptiche indotte dall’ambiente. Inoltre la programmazione genetica definitiva di centinaia di miliardi di connessioni sinaptiche richiederebbe un numero di geni ben superiore a quelli che esiste nel genoma. Per questo motivo sembrerebbe più soddisfacente il concetto di una programmazione genetica ricorrente e periodica”. 2
Il meccanismo di questa programmazione ricorrente viene definita da Jouvet “apprendimento filogenetico endogeno”. A riprova di questa sua tesi endogena, Jouvet ha evidenziato nel gatto alcuni comportamenti ottenuti mediante l’ablazione di alcune parti del nucleus coeruleus che è deputato ad inibire l’attività motoria. Durante la fase REM, il gatto può quindi muoversi e si evidenziano comportamenti non finalizzati e ripetitivi: sequenze di esplorazione, di avvicinamento alla preda, di pulizia del corpo etc. La differenza fondamentale tra questi comportamenti in fase REM, e quelli che avvengono nello stato di veglia, è che in quest’ultimo caso, ogni comportamento è sempre diretto verso un oggetto dell’ambiente esterno. Che tutto questo possa servire ad una ripetizione e ad un apprendimento di schemi endogeni, cioè innati è plausibile. Ma temo che questo non sia applicabile all’uomo, visto che in questi comportamenti innati, rispetto a quelli appresi, sono veramente minimi. Ancora una volta l’osservazione in laboratorio ed esclusivamente sugli animali, comporta risultati e teorie che non sono applicabili ed estensibili all’uomo, la cui complessità comporta schemi interpretativi diversi. Nell’uomo dobbiamo ritenere che durante la fase REM, il S.N.C. si esercita con quei residui di memoria a breve termine (derivanti dalle esperienze quotidiane) e che cerca non solo di vagliarle ed approfondirle, ma anche di fare quello che Piaget definisce “il gioco interiore della mente”. Provare cioè nuove soluzioni o nuove associazioni per tentativi ed errori. Cosa resa possibile dal fatto che l’inibizione della motricità impedisce un pericoloso quanto cieco passaggio all’atto. Il fatto che Jouvet abbia dimostrato che in fase REM l’animale è cieco e sordo ad ogni stimolo esterno, testimonia semplicemente la non recettività a stimoli provenienti dall’esterno. Ma è proprio questa situazione che rende possibile e favorisce una maggiore recettività agli stimoli interni, cioè ai ricordi. Che tutto questo debba avvenire in una situazione di estrema protezione, di inibizione motoria e con un massiccio dispendio energetico e metabolico è perfettamente logico e comprensibile e soprattutto è testimonianza dell’estrema complessità ed importanza della fase REM. Ma la domanda che dobbiamo porci, ed alla quale occorre dare una risposta, è perché in questa fase viene meno il meccanismo omeostatico di cui la perdita dell’omeotermia, ne rappresenta l’aspetto più eclatante.

Sembrerebbe poco logico e poco comprensibile: un processo evoluto, come l’omeotermia, viene meno in una fase che abbiamo visto ha bisogno di grande sicurezza e protezione. Sembra veramente paradossale! Credo che sia proponibile una ipotesi che apra ad ulteriori approfondimenti. La caduta dei meccanismi omeostatici nella fase REM, rende questa situazione aperta e non codificata, capace di massima recettività e libertà a differenza della situazione omeostatica che ben sappiamo preservando l’organismo da possibili variazioni serve a mantenerne la stabilità. Stabilità che se è utile sul piano fisiologico lo è molto meno su quello dello sviluppo psichico che implica e necessita di un maggior grado di libertà. Quindi dobbiamo ritenere che la singolarità della fase REM sia proprio quella di essere alla base della creatività e del nuovo e quindi costituisca un momento fondamentale per lo sviluppo e l’evoluzione psichica dell’uomo. La veglia ed il sonno NREM, visti in chiave evoluzionistica, presentano una peculiarità comune che li rende fondamentali per la sopravvivenza. La veglia permette un rapporto con la realtà finalizzato alla difesa, alla ricerca del cibo della sicurezza, del partner ecc. Il sonno NREM (perlomeno per le specie più evolute che ne sono provviste) serve fondamentalmente per la reintegrazione delle energie consumate in questa attività. Ambedue gli stati sono regolati dal principio di omeostasi: cioè la tendenza da parte dell’organismo a mantenere stabili i principali parametri biologici. Aspetto necessario e fondamentale per un corretto mantenimento di un assetto biologico ottimale al fine di un corretto adattamento alla realtà.

La fase REM in questa, ottica sembra essere uno stato regressivo, o comunque non funzionale. Ma se vogliamo dare un senso a questa “singolarità” dobbiamo ritenere che proprio questo liberarsi delle regole omeostatiche, conferisce allo stato REM una peculiarità: quella di poter attendere, non all’adattamento ed alla ripetitività, ma alla novità ed alla creatività.
E perché questo possa accadere è necessario, come ha ampiamente dimostrato M. Jouvet, che ci sia uno stato di sicurezza e di tranquillità. Alcuni AA. 1 hanno definito i sogni come “figli di un cervello ozioso”. Definizione sicuramente affascinante ma che forse rende meno l’idea rispetto al considerare l’attività onirica come “un gioco della mente”. Di quella mente che dopo aver messo in atto le fondamentali funzioni cognitive e razionali, necessarie alla sopravvivenza, ed all’adattamento, può permettersi il lusso di dare spazio ad una attività mentale che abbia sempre più le caratteristiche dello psichico. Ed ove per psichico ovviamente intendo prevalentemente l’attività inconscia. Il sogno: funzione e significato. Ed è in questo contesto che dobbiamo inserire la possibilità di comprendere le funzioni ed il significato del sogno. Il sogno ha caratteristiche di tipo allucinatorio, nel senso che colui che sogna, non è consapevole del suo particolare stato psicologico, ma vive come vere le immagini o le parole del sogno: il sogno è caratterizzato da immagini molto vivide, accompagnate spesso da sensazioni uditive e di movimento: quindi nel sogno sono impegnate la sensorialità visiva, uditiva e cenestesica, meno gli altri sensi come il gusto, l’olfatto o il tatto. Intense invece possono essere le emozioni che variano dalla gioia all’angoscia.

Sul piano fenomenologico il sogno è caratterizzato da tre processi fondamentali (J. Allan Hobson, 1987);
L’attività del S.N.C. che corrisponde appunto alla fase REM.
Il blocco delle afferenze sensoriali tramite una prima inibizione presinaptica del terminali afferenti dei nervi cutanei, e da una ulteriore inibizione dei livelli più elevati dei circuiti sensoriali. Blocco delle afferenze motorie: questo fenomeno è dovuto ad una inibizione post-sinaptica dei motoneuroni della via finale comune situata nel midollo spinale e nel tronco encefalico.
La generazione di segnali interni che vengono vissuti, a causa della interazione sensoriale, come provenienti dall’esterno.

“Sulla base di questi tre processi, il cervello si prepara a processare l’informazione che proviene dal suo interno, ad escludere i dati provenienti dall’esterno ed a non agire in rapporto alla informazione generatasi al suo interno” (J. Allan Hobson, 1987).

Certamente questi dati sono validi, ma la neurofisiologia non può dirci nulla di più circa il significato delle informazioni interne. E’ evidente che le informazioni interne nascono dall’esperienza, dalla memoria dei residui diurni, ma anche e soprattutto dalla organizzazione psichica complessiva del soggetto. Infatti che prevalga una struttura di inconscio rimosso o uno stato di inconscio mare calmo, la produzione onirica è molto diversa (vedi 6).Sulla base delle nozioni di neurofisiologia e delle esperienze cliniche, il sogno può essere considerato come una particolare modalità di pensiero, che permette al soggetto non solo di rappresentarsi la sua situazione interna, ma anche di tentare soluzioni, più o meno incongrue, delle sue problematiche e delle sue conflittualità. Il sogno è un momento di riflessione ed un tentativo di soluzione di problemi o di conflitti mediante la rappresentazione drammatica, come in uno scenario teatrale, delle pulsioni, delle angosce, delle speranze e dei desideri. In una parola con tutta la sua complessa e più profonda struttura psichica del sognatore. E’ quindi il sonno che permette l’emergere del sogno e non viceversa. Già da decenni, sulla base di considerazioni di clinica psicoanalitica, avevamo contestato questa affermazione di Freud, ma se fosse necessario oggi possiamo ultimare anche un dato che ci proviene dagli studi di neurofisiologia del sonno. L’evidenziamento di una specifica funzione neurofisiologica, il CAP (Cyclic Alternative Pattern) (vedi 7) meccanismo che serve a stabilizzare il sonno e che serve solo durante la fase REM, è una conferma ulteriore, su base neurofisiologica, che il sogno non è l’esaudimento allucinatorio dei desideri”, necessario per proteggere il sonno. Le funzioni del sonno sono invece molteplici e non del tutto chiarite. Le più importanti sono. attivare i circuiti cerebrali, attivare il passaggio delle informazioni dalla memoria a breve termine a quella a lungo termine ed inoltre, probabilmente, eliminare una serie di informazioni inutili o superflue. Ma sicuramente il sogno assolve anche una funzione, quella forse da più tempo accertata, di aprire al mondo dell’inconscio, avendo parzialmente chiuso, con il sonno, al mondo esterno. Ma prima di affrontare questo problema, credo sia necessario sottolineare un particolare aspetto del sogno.

Noi sappiamo che il sogno avviene, e probabilmente occupa gran parte della fase REM, che nell’adulto corrisponde circa il 20% del sonno totale, ovverosia circa 80-90 minuti per notte. Sappiamo inoltre che il sogno, per quanto articolato e complesso, può avvenire nell’arco di pochi secondi. Ora, mediamente, a parte rare eccezioni legate ad un sonno molto leggero ed interrotto, al mattino in genere si ricordano solo pochi sogni. Quindi dobbiamo ritenere che di tutta la complessiva produzione onirico, noi riusciamo a ricordarne solo una parte minima. Dobbiamo dedurre che ci deve essere una differenza tra la complessiva attività onirica ed il sogno o i sogni che ricordiamo. Nel senso che probabilmente l’attività onirica nel suo insieme ha funzioni numerose e complesse, il sogno ricordato ha una funzione specifica diversa. I sogni che si ricordano, riguardano esperienze oniriche significative e strettamente collegate con le dinamiche psicologiche conflittuali o comunque più importanti in quel momento, per quella persona. Possiamo pertanto pensare che i sogni che si ricordano, sono tentativi di visualizzare ed a volte tentativi di risoluzione, di conflitti, problemi o di particolari dinamiche psicologiche del soggetto. Il linguaggio del sogno. Il sogno si esprime mediante un linguaggio, la cui caratteristica fondamentale è di essere costituito prevalentemente per immagini. Il bambino conosce il mondo attraverso le sensazioni tattili, acustiche ma soprattutto visive. All’inizio non c’è il verbo, ma l’immagine, che deve essere distinta dalla pura sensazione visiva, perché indice di una capacità di organizzazione psichica più complessa. Il bambino recepisce miriade di sensazioni visive, le seleziona e le elabora soprattutto sulla base della continuità e della ripetitività dell’oggetto. Dal momento che riesce a formare le immagini, il bambino comincia a crearne di nuove ed a giocarci: il sogno può essere visto come continuazione di questa attività ludica. Il linguaggio onirico è un linguaggio prevalentemente per immagini, e di queste conserva due proprietà caratteristiche: la sinteticità e l’ambiguità.

Su un piano evolutivo culturale, possiamo paragonare il sogno alla scrittura ideografica che è più universale, ma meno definita di quella fonetica. L’immagine ci fornisce infatti una informazione più rapida e sintetica, ma in qualche modo anche meno definita e precisa. Ovverosia l’immagine, più della parola, può avere significati multipli, perché l’immagine rende possibili due meccanismi: la condensazione e lo spostamento. In questo modo una immagine può fondersi o sostituirsi ad un’altra, dando luogo al simbolo, che sulla base di connessioni profonde può rappresentare, al di là delle apparenze qualche cosa di diverso. A differenza del segno che indirettamente rimanda alla presenza di una realtà precisa e del segnale che è un indice convenzionale ed esplicito. Sono inoltre caratteristiche del linguaggio onirico altre due modalità, tipiche del processo primario: assenza delle categorie temporo-spaziali e persistenza del principio di contraddizione, per cui possono accadere cose antitetiche ed opposte, senza che questo desti nel sognatore, stupore o incredulità. Quindi la struttura del linguaggio onirico è caratterizzata da spostamento, condensazione, simbolismo, assenza del principio di continuità e contiguità e di quello di non contraddizione. Se questa è la struttura del linguaggio onirico, i contenuti sono immagini che possono derivare da:

a) immagini riguardanti il passato;
b) immagini tratte da situazioni presenti (resti diurni);
c) costituzione di immagini completamente nuove.
Le scene possono essere semplici o molto complesse ed articolate. Normalmente il soggetto vive il sogno come realtà; a volte invece “sa” che sta sognando. Questa evenienza può indicare un tentativo di superamento dell’angoscia, nel senso che se il contenuto del sogno suscita angoscia, pensare che si sta sognando, è un modo per sdrammatizzarlo. L’esperienza onirica viene successivamente, nella veglia, organizzata in un racconto del sogno che ascoltato e recepito dal terapeuta ne rende possibile l’interpretazione.

* Titolare di Psicoterapia. Facoltà di Medicina e Chirurgia Università “La Sapienza” di Roma.

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Pubblicato da: rolandociofi | 18 febbraio 2012

Stati di coscienza Che cos’è la coscienza? di Bruno Severi

Per meglio chiarire questa domanda presento alcune riflessioni del Prof. Emilio Servadio. “Ci sono varie definizioni a seconda del punto di riferimento che assumiamo. È l’avvertire la presenza di qualche cosa allo spirito” ci dice un dizionario enciclopedico. È un’istanza sensoriale, discriminativa di qualità psichiche” ci suggerisce un manuale di psicologia dinamica. È il correlato soggettivo di certe attività encefaliche” ci propone un testo di neurologia. In verità, essere coscienti di qualche cosa è un esperienza che tutti conosciamo, ma di cui non è possibile dare una definizione riduttiva. Possiamo ammettere l’esistenza di un inconscio o di un preconscio, ossia di atti psichici non coscienti: ma non possiamo pensarli o menzionarli o descriverli se non in termini di coscienza. Nei fenomeni di percezione extrasensoriale molto si svolge probabilmente a livelli non coscienti, ma noi ne possiamo parlare solo al momento in cui la coscienza ce li rivela. Altrimenti rimarranno per sempre fuori, appunto, dalla nostra coscienza.
Ma per coscienza normale che cosa dobbiamo intendere? Per un occidentale non troppo nevrotico o pazzo, essa è lo stato psichico in cui ci troviamo abitualmente quando siamo svegli. Essa, inoltre, nel corso della giornata, può subire sensibili oscillazioni di intensità pur rimanendo sempre una coscienza di veglia. Sappiamo che presso certe popolazioni primitive la possibilità di sperimentare stati diversi di coscienza (come ad esempio essere posseduti da un dio o da uno spirito) è considerata del tutto normale, mentre appare abnorme la nostra posizione al riguardo. Questo era opportuno ricordarlo perché non si prenda come ottimale quello stato di coscienza a noi più noto e consueto”.

Lo spettro delle potenzialità umane
Dal momento della nascita ogni uomo trova davanti a sé una gamma vastissima di potenzialità da sviluppare. Ad esempio, la capacità di poter correre i 100 m. in 10 sec. di imparare la matematica e le lingue straniere e probabilmente anche quella di usare certe facoltà psi. Tuttavia, ogni individuo nel corso della sua esistenza svilupperà solo una piccola frazione di ciò che potenzialmente è in grado di fare. Ciò dipende dal fatto di essere nato entro una certa cultura, in un determinato periodo storico, in un posto piuttosto che in un altro, di avere determinati genitori, insegnanti ed amici, ed anche da una vasta serie di fattori casuali.

All’interno di ogni contesto umano si forma un atteggiamento comune secondo il quale è bene sviluppare certe potenzialità e soffocarne invece altre. Un bambino in età scolare avrà già prefissate, entro certi limiti, molte delle sue future mete e aspettative. Chi diverge da questi binari, tacitamente riconosciuti da tutti come invalicabili, verrà emarginato, condannato o curato come un pazzo. Anche le potenzialità della nostra coscienza sono numerosissime, ma soltanto alcune di esse sono favorite ed impiegate, mentre di tante altre non ne fa uso o perché sono inibite, o perché non si sa della loro esistenza, o perché si sono atrofizzate per il disuso. Alcune di esse però sono solo latenti ed aspettano gli stimoli appropriati per emergere (Tart).

Definizione degli Stati Alterati di Coscienza
Si usano diversi sinonimi per indicare gli stati alterati di coscienza (ASC, dall’inglese “Altered States of Consciousness”). Alcuni preferiscono parlare di stati modificati di coscienza perché il termine alterati può dare l’impressione che si tratti di stati patologici. Altri studiosi suggeriscono di parlare di altri stati o di stati attentivi interni. Poiché la definizione più impiegata è quella di stati alterati di coscienza (d’ora in poi ASC) senza implicare, con questo termine, necessariamente alcuna patologia, a questa definizione mi atterrò nella presente trattazione. Anzi, cercherò di evitare di parlare di quelle situazioni che sono chiaramente o prevalentemente patologiche.

Tutti gli ASC hanno avuto un ruolo fondamentale nell’influenzare la nascita e l’affermarsi di movimenti religiosi, filosofici e culturali. Il sogno e tutte quelle esperienze un po’ misteriose come l’estasi, la trance, l’ipnosi, l’uso di sostanze psicotrope, etc., sono conosciuti in tutte le epoche e in tutte le parti del mondo come porta d’accesso verso dimensioni diverse dall’ordinario. Uno ASC per una certa persona è quello in cui essa sente chiaramente uno spostamento qualitativo nel modo di funzionare della sua mente. Ci si accorge che essa opera diversamente dal solito. “In una visione generale della psiche si possono considerare gli ASC come momenti comportamentali dell’attività mentale di tipo temporaneo, non stabili, più o meno volontari. Il tutto senza dovere necessariamente implicare il concetto di patologia. Anzi, taluni ASC sembrano esprimere momenti di massima armonia” (Marabini).

È possibile che una persona che sia in uno ASC possa fare scaturire particolari capacità che non sono presenti nel suo normale stato di coscienza. Ad esempio, un sensitivo potrebbe essere in grado di usare certe facoltà paranormali entrando in un particolare ASC ed usarle in qualche modo, cosa che non riuscirebbe a produrre in condizioni normali.

Caratteristiche e mezzi d’induzione
Sebbene gli ASC abbiano tutti molti punti in comune, le loro caratteristiche possono variare a seconda della presenza di vari fattori (Ludwig):

● background culturale
● motivazioni ed attese personali
● particolare procedura adottata
● ambiente, etc..

Tra le caratteristiche che più frequentemente vediamo essere comuni ai diversi ASC ricordiamo:

● alterazione nel modo di pensare
● alterazione del senso del tempo
● perdita di controllo
● diverso modo di apparire delle emozioni
● diversa percezione del proprio corpo
● distorsioni percettive (sinestesia, etc.)
● modificazione del significato delle cose
● senso dell’ineffabile
● ipersuggestionabilità

Gli ASC possono essere provocati da una grande varietà di agenti e di tecniche che interferiscono con il normale flusso degli stimoli sensoriali, con la normale reazione motoria, con il normale stato emotivo e con la normale organizzazione dei processi cognitivi. Le principali modalità di induzione degli ASC sono ( Ludwig):

● Riduzione della stimolazione esterocettiva e/o dell’attività motoria
● Aumento della stimolazione esterocettiva e/o dell’attività motoria e/o dell’emozione
● Aumentato stato di allerta o di coinvolgimento mentale
● Diminuita allerta o rilassamento delle facoltà critiche
● Presenza di fattori somatopsicologici

Alcuni esempi. Si è parlato, all’inizio, del nostro normale stato di veglia. A questo si oppone il sonno, il secondo più comune stato di coscienza caratterizzato da vari correlati neurofisiologici tra cui la comparsa nell’EEG, all’inizio, delle cosiddette onde alfa e poi, nel sonno profondo, delle onde delta. Tutti ormai sanno del sonno REM e del suo rapporto con i sogni. Ciò che interessa particolarmente menzionare è che, contrariamente a quanto prima si pensava, anche negli stati di sonno profondo e senza sogni, esiste una sia pur limitata attività psichica, e pertanto di coscienza. Ma parlare del sonno e dei sogni ci porterebbe molto lontano perché troppo bisognerebbe dire e per questo rimando all’articolo del Dr. Marabini sui Quaderni di Parapsicologia (marzo 1996).

Accenniamo pertanto agli stati di coscienza lievemente alterata che precedono, o seguono il sonno: sono le fasi di sonno ipnagogico e sonno ipnopompico. In entrambi si osserva un rapidissimo alternarsi di immagini, parole, frasi, melodie, di un caleidoscopio di percezioni con una apparente vita autonoma, e sono possibili eccezionali illuminazioni creative o fenomeni paranormali. In definitiva, si riesce a parlare con l’inconscio. Le voci parlano forte o piano, a volte anche in lingua straniera o in un idioma non comprensibile, sempre però a grandissima velocità. In genere la loro velocità, come anche quella delle visioni, non ci permette di poterle ricordare, tuttavia è possibile esercitarsi ad osservare con maggiore attenzione e a trattenere nella memoria questi fuggevoli fenomeni. Lo studioso Van Dusen afferma: “Altre vite sono componenti inconsce della nostra vita. Per ora basti dire che le esperienze che si compiono in questo stato fanno pensare alla presenza di spiriti che agiscono in noi a livello di sensazioni interiori molto profonde”.

I sogni lucidi. Avere un sogno lucido significa vivere attivamente all’interno del mondo del sogno, avendo la consapevolezza di sognare e avendo un certo grado di controllo volontario sul corso successivo del sogno. Esso si manifesta di preferenza nel primo sonno o prima del risveglio. Nel sogno lucido si possono fare cose che nella vita reale sono impossibili, come volare o passare attraverso i muri o incontrare esseri che sembrano avere tutte le caratteristiche di entità spiritiche. In questo contesto si possono forse spiegare i fenomeni di bilocazione o di viaggio in astrale. L’Ing. Guido Gardini afferma: “Gli sciamani da sempre hanno praticato il sogno lucido per visitare luoghi lontani e comunicare mentalmente”. Il mondo del sogno lucido è un laboratorio interno dove è possibile programmare esperimenti, soluzioni di problemi, costruzioni non ancora tentate. Ci sono varie tecniche per indurre e manipolare i sogni lucidi a nostro piacimento. Chi si è allenato in questa tecnica del sogno lucido giura che i risultati sono entusiasmanti. Si tratta di controllare un proprio stato di coscienza alterato facendone un uso consapevole e, magari, finalizzato.

Nell’ipnosi si provano particolari fenomeni, come percezioni illusorie, amnesie, ipermnesie, e soprattutto uno stato di notevole suggestionabilità rispetto a ciò che viene detto o indicato dall’ipnotizzatore. Secondo certe vedute psicoanalitiche, nell’ipnosi si ha una regressione a stati di dipendenza e di subordinazione di tipo infantile, dovuti a un pronunciato transfert dell’ipnotizzato sulla figura dell’ipnotista. L’ipnosi differisce, anche dal punto di vista neurofisiologico, dal sonno (diverso EEG) e si presta favorevolmente all’induzione di fenomeni extrasensoriali. Può essere auto o etero-indotta.

La creatività. La creatività si accompagna ad uno ASC che sembra invece dipendere da qualità innate di alcune persone. Essa consta in uno modo di vedere, pensare, o agire con il mondo che non solo è nuovo, ma anche migliore di quelli a noi soliti. Quando questi processi inconsci sono creativi possono portare a soluzione difficilissimi problemi che una persona in stato di veglia non riuscirebbe a risolvere. La creazione artistica e letteraria spesso si esprime attraverso intuizioni, visioni ed esperienze che si sviluppano in uno stato modificato di coscienza, oltre che nel sonno e nel sogno. In ogni modo, sembra necessario possedere in modo innato una notevole capacità immaginativa. Anche famosi scienziati hanno fatto notevoli scoperte in uno di questi stati.

La trance da possessione o medianica. Traggo da “Il libro di Ruth” di M. Schatzman una fedele descrizione di questo tipo di trance. Quando un medium si prepara ad una seduta con un cliente, in genere comincia con il chiudere gli occhi standosene tranquillo sulla sua sedia. Poco dopo comincia a respirare profondamente, a russare leggermente e a dimenarsi, e in generale a comportarsi come una persona addormentata in un sonno profondo ma agitato e turbata da un sogno alquanto angoscioso. Nel giro di pochi minuti, di norma, diventa più calmo e spesso si sente una specie di bisbiglio continuo, come se stesse parlando con se stesso. Poco dopo comincia a parlare in modo udibile, spesso con una voce e una forma diversi, e a volte anche con un vocabolario differente da quelli che sono caratteristici della sua normale conversazione da sveglio. Manifestamente la personalità normale del medium ha smesso di controllare i suoi organi vocali, e una nuova personalità ne ha assunto il controllo. La nuova personalità può portare avanti una conversazione di un’ora e anche più con il cliente. Alla fine dice che deve andare e dà l’ arrivederci. Il processo con cui la seduta era iniziata viene allora ripetuto in ordine inverso. In qualche minuto, dopo una certa dose di contorcimenti, di gemiti e di bisbigli, gli occhi sono di nuovo aperti e il medium riassume la sua voce e i suoi modi normali. In genere ignora ciò che è accaduto durante la seduta, come una persona che ha parlato nel sonno ignora quello che ha fatto e detto. Da uno studio di Nelson (1970), durante lo stato di trance 9 medium su 12 mostrarono all’EEG alterazioni focali del lobo temporale del cervello. Tali alterazioni, di solito, sono comuni negli attacchi epilettici e nella schizofrenia, ma questo non implica che i medium ne siano affetti.

La meditazione. Per svolgere le nostre normali attività quotidiane abbiamo bisogno di un costante e determinato corredo di stimoli sensoriali. Se veniamo privati di questa soglia minima percettiva, allora possiamo fare esperienza di ASC. È come se la mente creasse la sua realtà nel momento in cui la realtà esterna viene esclusa. Gli asceti, e coloro che si vengono a trovare, volontariamente e non, per un certo tempo in condizioni di basso livello di stimolazione sensoriale, possono sperimentare il processo della meditazione.

La meditazione è il tentativo di sospendere temporaneamente l’attività concettuale, di escludere ogni elaborazione delle varie informazioni che arrivano al cervello, di evadere dal mondo esterno. Il risultato di questo processo è che quando ritorniamo al nostro stato normale vediamo le cose in modo diverso, rinnovato rispetto a prima .

La maggior parte delle tecniche meditative comporta una stimolazione monotona favorita da una posizione fissa e da un pensiero reiterato (su una parola o un mantra, un’immagine visiva, la concentrazione sul proprio respiro, etc.). Lo stato meditativo può essere raggiunto anche assumendo un atteggiamento passivo e recettivo, cercando di svuotare la mente da ogni pensiero. Qualunque cosa accada, non bisogna lasciarsi coinvolgere da niente ma occorre mantenere un atteggiamento distaccato e lontano. Si entra così in uno stato di attenzione conscia non legata ad alcun pensiero che ci porta a vedere ciò che succede fuori da noi come se fossimo solo degli spettatori distanti. Con entrambe le tecniche si ottiene, dopo un certo allenamento, un isolamento sensoriale che può indurre visioni allucinatorie o una percezione del nostro corpo del tutto anomala.. Al punto estremo viene a mancare la distinzione tra io e non io Perdita del senso di identità). Questa situazione può comportare una identificazione con l’oggetto della meditazione o un senso di fusione con l’universo o un senso di assorbimento in Dio. Si può anche fare l’esperienza dell’OBE. Anche altre pratiche diverse dalla meditazione sembrano a volte indurre gli stessi effetti.

Estasi mistica ed estasi chimica. Lo psichiatra Abraham Maslow condusse uno studio su individui che avevano avuto esperienze mistiche che lui indicò come “peak experiences” (esperienze di picco). Nella psichiatria tradizionale le esperienze mistiche di ogni genere sono solitamente trattate nel contesto di una psicopatologia grave. Nel suo studio, Maslow dimostrò che le persone che avevano avuto “peak experiences” di solito ne traevano vantaggio e dimostravano una netta tendenza ad autorealizzarsi. Esse erano in grado di affrontare le avversità in modo molto più creativo e costruttivo, si mostravano maggiormente distaccati dagli aspetti più materiali della vita (guadagno, carriera, gelosie, invidie) e più aperti verso i valori fondamentali. Anche la morte perdeva buona parte della sua carica di paura. Egli suggerì che tali esperienze potevano essere supernormali, invece che anormali, e su queste considerazioni gettò le basi di una nuova psicologia (la psicologia transpersonale).

Tra i fattori che possono indurre l’esperienza mistica importanti sono:

● le droghe
● il digiuno
● la febbre elevata
● l’eccitazione
● la fatica
● l’alterazione della respirazione
● intense emozioni, etc..
● Si producono anche quando il normale stato di attenzione conscia viene sostituito da:

sogno ad occhi aperti

● fantasticherie
● meditazione
● sonnolenza
● sogni onirici
● preghiera intensa

Differenze con la trance da possessione (Rouget G.)
ESTASI TRANCE

immobilità movimento
silenzio rumore
solitudine compresenza
senza crisi con crisi
privazione sensoriale sovrastimolazione sensoriale
ricordo amnesia
allucinazione assenza di allucinazione

Nell’estasi si sperimenta un rapporto molto intimo e nuovo con l’universo (estasi cosmica), o con Dio (estasi mistica). Si sente che tutte le cose sono tra loro collegate, si scoprono nuovi significati nel mondo attorno a noi. Perdono valore i fatti che fino a quel momento ci erano sembrati importanti. Si prova un estremo senso di euforia e di gioia incontenibile sino a farci piangere copiosamente. Spesso sparisce la paura della morte. Si percepisce il mondo come attraverso nuovi organi di senso. I colori, i suoni, etc, sembrano più vividi e penetranti, con nuove caratteristiche mai prima sperimentate.

Nel corso delle loro pratiche ascetiche, i cultori dello yoga possono sospendere i battiti del loro cuore, contrastare la peristalsi intestinale ed altri movimenti involontari, e ridurre quasi a zero il loro metabolismo, sino a giungere a stati comatosi. Anche gli stati mistici, in passato considerati come espressione di grave patologia mentale, iniziarono ad essere guardati con occhio più benevolo dagli uomini di scienza.

Le sostanze come l’LSD, la psilocibina e la mescalina sono chiamate in America psicolitiche (che liberano la mente) e, in Europa, psichedeliche (che aprono o dilatano la mente). Esse non sono narcotici, sedativi o stimolanti, ma hanno l’unico effetto sulla psiche umana di renderla consapevole di forme di coscienza e di contenuti che di solito sono nascosti o inconsci.

Secondo lo psichiatra cecoslovacco S. Grof, i contenuti dei viaggi psichedelici da droghe (in particolare da LSD) sono di 4 tipi:

1. estetici, costituiti in genere da visioni di tipo geometrico o paesaggistico;
2. biografici, in quanto ci riportano alla coscienza avvenimenti, spesso angosciosi e dimenticati, del nostro passato;
3. perinatali, che ci ripropongono in forma simbolica le fasi e i traumi della nostra nascita;
4. transpersonali, che sono quelli a contenuto più ricco e sconvolgente perché sembrano portarci in una nuova dimensione esistenziale.

Ricordiamo, però, che gli esiti di queste esperienze psichedeliche non sono mai costanti e prevedibili, ma risentono moltissimo dei condizionamenti psicologici, culturali e ambientali a cui è sottoposto il soggetto che assume la droga. Gli effetti sperimentati dipenderanno pertanto da:

● la sua cultura di base
● la sua personalità
● le sue aspettative
● la sua vulnerabilità fisiologica verso quella determinata droga
● le sue precedenti esperienze
● la sua disponibilità a lasciarsi andare
● come è stata predisposta la seduta
● con chi, etc.

Come già ricordato, le sostanze psichedeliche ci possono portare nei meandri più nascosti della nostra mente e del nostro inconscio. E quello che laggiù incontreremo potrà essere di celestiale bellezza o popolato di terrifichi mostri, e tutto questo dipenderà in gran parte da noi.

Considerazioni psicofisiologiche
Lo psichiatra americano Roland Fischer, in uno splendido articolo comparso sulla rivista Science nel 1971 dal titolo: “A Cartography of the Ecstatic and Meditative States”, collega gli stati di coscienza a livelli di attivazione del sistema parasimpatico ed ortosimpatico. L’elemento determinante per il passaggio da uno stato di coscienza all’altro è espresso dalla velocità di elaborazione del cervello. In altri termini, cambiare la velocità di lavoro del cervello significa cambiare stato di coscienza. Per cui, come lo stato ordinario di coscienza è rappresentato da un equilibrio ottimale tra le informazioni che il cervello riceve e quelle che elabora, così, se tale equilibrio viene a mancare, ecco che si possono manifestare stati non ordinari di coscienza. Se la velocità di elaborazione aumenta, lo stato coscienziale si colloca lungo un continuum percezione-allucinazione che comprende: lo stato di veglia normale; lo stato di creatività; l’ansia; uno stato schizofrenico acuto simile a quello patologico senza essere per niente patologico; la catatonia (quando tutto il sistema si blocca); l’estasi mistica. L’estasi, nello schema di Fischer, è lo stato di massima velocità di lavoro del cervello. In questo stato la coscienza non riceve più dati sensoriali dall’esterno per cui, non avendo più alcun materiale in arrivo, essa può analizzare, in un certo senso, se stessa. Se invece la velocità di elaborazione diminuisce, la gamma degli stati di coscienza si sposta verso un continuum di percezione-meditazione comprendente: lo stato di veglia rilassata; lo stato di rilassamento profondo intenzionale e, dopo un ampio intervallo, i vari gradi della meditazione sino al Satori del buddhismo Zen e al Samadhi dello Yoga. Questa parte della mappa comprende importanti aspetti della religiosità orientale. Entrambi i percorsi sono caratterizzati da una graduale interiorizzazione, passando da una dimensione fisica (immagini sensoriali in ingresso) ad una mentale o interiore. Dalla rilevazione dei parametri fisiologici e biochimici si può dire in quale stato si trovi il soggetto in esame o, almeno, su quale dei due percorsi indicati da Fischer esso sia localizzato. Dallo schema che compare nell’articolo di Fischer, si vede come i due percorsi, partendo dal medesimo punto che è lo stato di veglia, si dividano per seguire due direzioni diametralmente opposte. Alla fine di ciascun percorso, si arriva comunque alla stessa meta dove ognuno di noi può, se si realizzano certe condizioni, venire a contatto con il proprio Sé.

ASC e ESP
Gli ASC rappresentano un importantissimo campo di interesse per i parapsicologi perché molti dei cosiddetti casi spontanei suggeriscono che i fenomeni paranormali possano operare in modo efficace quando il soggetto si trova in uno di tali stati. A quanto pare, l’ESP è un processo inconscio e le impressioni che in un primo momento riceviamo inconsciamente devono farsi strada verso la coscienza e ciò avviene principalmente sotto forma di presagi, sogni, visioni e perfino di allucinazioni. Queste sono le modalità più importanti di cui si serve l’inconscio per portare i suoi contenuti alla mente e ciò avviene particolarmente con l’ipnosi, il sogno e l’isolamento dei sensi. Infatti, solo dopo aver chiuso fuori il mondo esterno e il suo costante assalto ai nostri sensi (Ganzfeld), ci accorgiamo della presenza di messaggi ESP. Le sostanze stupefacenti sono state usate a questo scopo da secoli. In particolare, le sostanze psichedeliche ci avvolgono in visioni ed emozioni che sgorgano molto in profondo. È veramente possibile che gli allucinogeni potenzino l’ESP? Diversi resoconti di esploratori e di studiosi presso popoli primitivi e numerosi risultati sperimentali farebbero pensare di sì, ma tale rapporto è ancora insufficientemente studiato.

Significato degli ASC
Da alcuni gli ASC sono considerati come l’ultima spiaggia per molte e diverse forme dell’espressività e dell’esperienza umana, siano esse forme di adattamento che di disadattamento. In alcuni casi la regressione psicologica riscontrata risulterà dannosa per l’individuo e la società, mentre in altri casi la stessa regressione sarà al servizio dell’Io e servirà all’uomo per trascendere i limiti della logica e del formalismo, o per esprimere necessità e desideri repressi in una maniera socialmente riconosciuta e costruttiva. Con la dizione forme di disadattamento si intende tutta la gamma dei comportamenti psiconeurotici e psicopatici (Ludwig).

Lettura consigliate

AA.VV.: La fenomenologia della coscienza normale e alterata. Theta Pubblicazioni

Aiazzi. P.L.: ESP e modificazione della coscienza. Il Giornale dei Misteri, N. 122, 51-52

Cavanna, R.: Aspetti scientifici della parapsicologia. Ed. Boringhieri, 1973

Fischer, R.: A cartography of ecstatic and meditative states. Science, 174, N. 4012, 1971

Gardini, G.: L’esperienza del sogno lucido. Quaderni di Parapsicologia, N. 2, 1996

Garzia, P.: La trance sciamanica e medianica. Luce e Ombra, N. 3, 268-276, 1993

Grof, S.: Oltre il cervello. Cittadella Ed. Assisi, 1988

Heintschel-Heinegg, A.: Prima del sonno, dopo la veglia…. Gli Arcani, N. 3, 1981

Hurst, L.A.: Gli stati alterati di coscienza. ESP, N. 15, 1976

Huxley, A.: The doors of perception (Le porte della percezione). Harper, New York, 1954

Ludwig, A.M.: Altered states of consciousness. Arch Gen Psychiatr, 15, 225-234, 1966

Marabini, E.: Fenomeni parapsicologici. Nuova Libra Editrice, 1994

Marabini, E.: Il sogno: uno degli enigmi dell’Uomo. Quaderni di Parapsicologia, N. 1, 1996

Margnelli, M.: La droga perfetta. Neurofisiologia dell’estasi. Riza Scienze, N. 3, 1984

Neher, A.: La psicologia della trascendenza. MEB, 1991

Nelson, F.K.: Studio preliminare su elettroencefalogrammi di medium. Parapsychologica, 4, 1970

Rouget, G.: Musica e trance. Einaudi, 1986

Sassone, R.M.: I sogni lucidi. Il Giornale dei Misteri, N. 48, 49-51

Severi, B.: Medium e sciamani. Luce e Ombra, N. 2, 1996

Severi, B.: Ayahuasca, medicina dell’anima. Quaderni di Parapsicologia, N. 1, 1996

Servadio, E.: Coscienza alterata e coscienza iniziatica. Quaderni di Parapsicologia, N. 9, 1977

Snyder, S.H.: L’illuminazione in una pillola. In: Farmaci, droghe e cervello. Zanichelli, 1993

Tart, C.: Stati di coscienza. Astrolabio, 1977

Thalbourne, M.:The psychology of mystical experience. Exceptional Human Experiences, 9, 1991

Wallace, R.K. & Benson, H.: Fisiologia della meditazione. Le Scienze, 45, 1972

font: http://digilander.libero.it/cspbologna/csp-new1/Speciali/severi-staticosc.htm

Pubblicato da: rolandociofi | 18 febbraio 2012

Sonno e Sogni di Aurora Smeriglio, adattamento di Alan Perz

Sommando le ore che nell’arco di tutta una vita dedichiamo al sonno, ne risulta che complessivamente trascorriamo 23 anni a dormire e ne impieghiamo ben quattro sognando.

Dormire non è tempo perso, ma un processo, biologico e psicologico assieme, utile per il nostro benessere e per la nostra salute.

Come il cibo e la sessualità, il sonno è una necessità istintuale dell’uomo. Un terzo della nostra vita lo passiamo dormendo. Un buon sonno è sempre legato a molte abitudini: un determinato letto, una certa posizione, un determinato orario, ecc. Un cambiamento di queste abitudini porta spesso a turbative del sonno.

Il sonno è un fenomeno particolare. Tutti siamo capaci di dormire senza aver imparato, e tuttavia non sappiamo come funziona la cosa. Desideriamo il sonno, e tuttavia a volte abbiamo la sensazione che qualcosa ci minacci dal mondo del sonno e del sogno. Da dove viene il convincimento che la vita che conduciamo di giorno sia più vera e più reale della nostra vita onirica? Chi ci autorizza a dire che si tratta soltanto di sogni? Ogni esperienza che fa la coscienza è sempre vera, sia che la si chiami realtà, sogno o fantasia. Sogno e veglia, coscienza notturna e diurna sono polarità e si compensano reciprocamente. La voce popolare definisce il sonno come il fratello minore della morte. Ogni volta che dormiamo ci esercitiamo a morire. Addormentarsi presuppone allentamento da ogni controllo, da ogni intenzione, da ogni attività, richiede da noi disponibilità e fiducia, capacità di abbandonarsi a ciò che è sconosciuto. Non è possibile addormentarsi attraverso la costrizione, l’autocontrollo, la volontà e lo sforzo. Ogni volontà attiva è il modo più sicuro di impedire il sonno. Noi possiamo solo creare le premesse più favorevoli per il sonno, ma poi dobbiamo aspettare pazientemente che il sonno decida a scendere su di noi. Tutto ciò che il sonno (e la morte) esigono da noi, non rientra nelle abilità dell’uomo.
Abbiamo paura del sentimento, dell’irrazionale, dell’ombra, dell’inconscio, del male, del buio, della morte. Ci teniamo spasmodicamente aggrappati al nostro intelletto e alla nostra coscienza diurna, con cui crediamo di poter vedere tutto. Se poi arriva il comando di “abbandonarsi”, emerge la paura. Così come la notte fa parte del giorno, anche l’ombra fa parte di noi e la morte fa parte della vita. Il sonno ci porta quotidianamente a questa soglia tra aldiquà e aldilà, ci conduce nelle zone d’ombra e notturne della nostra anima, ci fa vivere nel sogno quello che non abbiamo vissuto e ci rimette di nuovo in equilibrio.
Chi soffre di insonnia, o meglio di difficoltà ad addormentarsi, ha difficoltà e paura di lasciare il proprio controllo consapevole e di affidarsi al proprio inconscio. L’insonne manca di fiducia e di capacità di abbandonarsi, si identifica troppo con il suo ruolo di persona attiva e non riesce ad abbandonarsi. Sogno e orgasmo sono piccole morti e vengono vissuti come pericolo dall’uomo che ha una forte identificazione col proprio Io. Ogni monotonia annoia l’emisfero sinistro e l’induce ad abbandonare il suo predominio. Tutte le tecniche di meditazione utilizzano questa regola: la concentrazione su un punto o sul respiro, la ripetizione di un mantra, portano al passaggio dell’emisfero sinistro a quello destro, dal lato diurno a quello notturno, dall’attività alla passività.
Un eccessivo bisogno di dormire indica una problematica opposta. Chi, sebbene abbia dormito a sufficienza, ha difficoltà a svegliarsi e ad alzarsi, dovrebbe prendere atto della propria paura ad affrontare il giorno, l’attività e di doveri quotidiani. Svegliarsi e cominciare una nuova giornata significa diventare attivi, agire e assumersi delle responsabilità. Come l’addormentarsi è in rapporto con la morte, lo svegliarsi è una piccola nascita. Il problema è sempre nell’unilateralità, la soluzione è al centro, nell’equilibrio, nel sia-sia. Soltanto qui si capisce che la nascita e morte sono una cosa sola.

Domande da porsi nel caso d’insonnia:
1) Fino a che punto sono dipendente da potere, controllo, intelletto?
2) So abbandonarmi?
3) Mi preoccupo del lato oscuro della mia anima?
4) Come è grande la mia paura della morte?
Domande da porsi nel caso di eccessivo bisogno di dormire:
1) Rifuggo dall’attività, dalla responsabilità e dalla presa di coscienza?
2) Vivo nel mondo dei sogni e ho paura di destarmi alla realtà?

Tratto da Malattia e Destino il valore e il messaggio della malattia Thorwald Dethlefsen Ed. Mediterraneevai a inizio pagina / top of page

Il Sogno come esplorazione degli abissi dell’anima
Il sonno, dona all’uomo il ristoro del corpo e la magia dei sogni. Imparando ad ascoltare la voce del sogno, che proviene dai livelli più profondi della nostra anima, è possibile raggiungere un’autoconoscenza. In altre parole, apprendere informazioni su di noi che celiamo a noi stessi. I sogni, anche quelli più angosciosi, costituiscono un importante patrimonio interiore.

Il merito storico di Sigmund Freud fu di assegnare al sogno un significato psicologico, individuabile attraverso il lavoro analitico dell’interpretazione, concependo il sogno come il risultato di un processo psichico.
Secondo Freud è dall’inconscio dell’ individuo che si originano i sogni. L’inconscio esprime essenzialmente desideri, che nel sogno trovano una loro “realizzazione allucinatoria”. Il sogno è quindi la rappresentazione dell’ appagamento mascherato di desideri repressi in un modo tale, e tramite immagini, che assicurano che loro intima natura non sia svelata.

Secondo, Carl Gustav Jung, i sogni potevano essere letti col metodo prospettico, con uno sguardo sul futuro, il che consentì a Jung di osservare nel vissuto onirico, le linee di sviluppo della crescita psicologica, a partire dalla potenzialità che nel sogno si manifestino “cose non ancora realizzate”.

Un’altra differenza rispetto al modello freudiano, sta nel fatto che, secondo Jung, il sogno può rappresentare oltre che contenuti dell’inconscio personale, anche temi propri dell’ inconscio collettivo, intesi come parte della nostra psiche che conserva simboli universali detti archetipi che non provengono da acquisizioni personali, ma che sono ereditati dalla specie, come risultato della storia dell’umanità a partire dalle origini. Secondo la concezione junghiana all’ inconscio collettivo vanno ascritte la produzione dei miti, delle idee religiose, delle visioni e dei sogni, poiché persone di culture differenti possono spontaneamente attingere da un comune immaginario simbolico. Jung scrive trattarsi di “grandi sogni”, ossia di sogni ricchi di significato che provengono da questo strato più profondo della psiche.

E’ necessario puntualizzare che Jung fu particolarmente interessato al Buddismo e alle filosofie orientali, tanto da indurlo a scrivere la prefazione alla prima traduzione occidentale del classico buddista “Il libro tibetano dei morti “ (Il Bardo Thodol). Da questa prima traduzione, ricca purtroppo di termini impropri, quale quello di “mente unica” al posto di “natura della mente pura dalle origini”, Jung giunse ad un’interpretazione erronea associata all’incoscio, da cui appunto “inconscio collettivo”.
Potremmo quindi definire il sogno di tipo Junghiano come “sogni del Sé”, e di “sogni dell’ Io”, freudiani. Il “sogno del Sé” di solito è un tipo di sogno che compare a colori, che ha un’ evidenza netta, non si fa fatica a ricordarlo al risveglio; ma, è il sogno che si impone alla coscienza. Invece i sogni dell’ Io hanno a che fare con la pulsionalità, col desiderio, con l’aggressività. In questi compaiono anche figure importanti della nostra vita ordinaria, figure genitoriali, amici, parenti, … in questo caso però, per quanto il sogno possa essere significativo, non ha mai quel valore di orientamento che hanno i sogni del Sé, e non hanno soprattutto quell’evidenza sensoriale, quel vero e proprio effetto numinoso di cui parla Jung.

Il sogno può anche servire per trovare risposte originali a dei problemi: il metodo dell’ “incubazione onirica” consiste nel formulare in modo chiaro la domanda al nostro inconscio e al risveglio annotare i contenuti emersi dal sogno.
Ogni singolo individuo è creatore di un personalissimo “dizionario dei simboli”, pur considerando che esistono dei simboli comuni a tutti gli individui. Se ne citano un paio, come ad esempio:
AUTOMOBILE E MEZZI DI TRASPORTO= rappresentano il desiderio di guidare la nostra vita; complicazioni nella guida o nello sterzo esprimono ansia circa l’autocontrollo; problemi con i fari o i tergicristalli difficoltà relative al conoscere dove si sta andando.
CASA= rappresenta la psiche del sognatore: consiste di stanze e piani con funzioni differenti; la facciata sarebbe la nostra maschera sociale, l’apparenza; la cantina rappresenta l’inconscio; la cucina i processi di trasformazione e di “digestione psichica” delle esperienze; la soffitta il piano spirituale; il tetto la coscienza.

C’è un particolarissimo tipo di esperienze psicologiche che si verificano durante lo stato di sonno, che implicano una conoscenza per via extrasensoriale di pensieri o avvenimenti esterni al sognatore. La percezione extrasensoriale, come il sogno, è un processo intrinseco alla natura umana: rivela la conoscenza inconscia che l’uomo ha di se stesso e del suo rapporto col mondo. Lo “stato mentale” nel quale più frequentemente si manifestano facoltà di tipo extrasensoriale, è il sogno. Si tratta di esperienze, che dimostrerebbero la possibilità che i sogni rivelino eventi che si svolgono a distanza, e che non si sarebbero potuti immaginare basandosi sulla logica o sul buon senso.
Le persone riconoscono questi sogni differenti da quelli ordinari, in ragione di una loro peculiare vividezza, impressione ed intensità; il sognatore sente che essi hanno un significato importante e si sente spinto a raccontarlo; sono vissuti onirici facilmente rievocati al risveglio, frequentemente segnalano episodi inattesi o tragici ed infine non presentano quella bizzarria e quella dinamicità da una scena all’altra tipici dei sogni comuni.
Si potrebbe supporre che questo sia il mezzo originario, arcaico, di comunicazione fra gli individui, e che, nel corso dell’evoluzione filogenetica, esso sia stato soppiantato dal metodo migliore di comunicazione, che si avvale dei segni che gli organi di senso sono in grado di captare, ma il metodo arcaico potrebbe rimanere, in fondo, conservato, e farsi ancora valere in date condizioni. Questa tipologia di sogni rivelerebbero le vestigia di questa modalità originaria di comunicazione fra gli uomini, superando la barriera delle separate individualità.

I sogni hanno ispirato anche importanti progressi scientifici. Il più celebre fra tutti è la scoperta della struttura molecolare del benzene da parte di Kekule, che in uno stato di dormiveglia vide gruppi di atomi di grandezze diverse contorcersi come serpenti. Da questo sogno-intuizione ne risultò appunto la sua scoperta scientifica.
Anche la teoria della relatività di Albert Einstein ebbe parzialmente origine in sogno.
I sogni possono annunciare in anticipo, in maniera più o meno simbolica, l’insorgenza o lo sviluppo delle malattie, o di altri processi fisiologici. Questi sogni, però, non rappresentano presagi di malattie future, ma segnalano disturbi già esistenti – ma, non avvertiti dalla coscienza.
Già Ippocrate, Aristotele e Galeno credevano a questi sogni prodromici e li spiegavano dicendo che il sogno è come se amplificasse le sensazioni. Se pensiamo agli studi sul sonno che ci derivano dalla medicina taoista, o da quella ayurveda, scopriamo che il loro grande segreto era come far parlare coscientemente l’organo. Molto spesso si scopre con stupore una netta corrispondenza tra il vissuto del corpo e l’analogo psichico, nel sogno. Nella medicina cinese abbiamo la legge dei cinque elementi: fegato, cuore, milza, polmone e rene, dove ad ogni organo è associato uno stato psichico corrispondente. Così per esempio possiamo dire che i sogni dominati dall’elemento-archetipo cuore, sono tutti sogni che hanno una fisionomia di questo tipo: sono sogni in cui compaiono elementi associati al tema archetipico del calore, o eventi legati a fantasie-immagini del fuoco; all’opposto i sogni del rene sono dominati dal tema delle acque, come il sognare di fare bagni nell’acqua buia, eccetera.

Addentrandoci in altre culture, come per esempio per i nativi americani appartenenti alle tribù, Crow, Blackfoot, Kwakiutl e Winnebago, essi riportano descrizioni di sogni nei quali un animale, un uccello, o un serpente insegnavano metodi di cura che, al risveglio, una volta applicati, si erano dimostrati efficaci per la guarigione.
All’interno delle culture animistiche, non è netta la distinzione fra la realtà del vivere quotidiano e il sogno. Ad esempio, gli aborigeni australiani parlano del “tempo del sogno”, come di una dimensione che ha valore, tanto quanto ciò che noi definiamo “la realtà”, e tutta quella dimensione onirica acquisisce un significato più forte di quanto possa assumere all’interno della nostra cultura occidentale.

Il fenomeno dei “sogni lucidi” esiste nella letteratura, da migliaia di anni. Aristotele ad esempio, fece la seguente affermazione: “perché spesso quando si dorme c’è qualcosa nella coscienza che ci dice che quello che è presente davanti a noi è solo un sogno”.

Nelle cosiddette mistiche superiori, riscontriamo che in uno dei più vecchi testi della tradizione induista, come le Upanishad, sia fatto specifico riferimento alla condizione di sonno-sogno, attraverso cui l’essere si trasferisce dal mondo manifesto a quello immanifesto o dei .

Degno di attenzione quanto espresso nella “Brihad-Aranyaka Upanishad” a proposito dello stato di sonno-sogno:

- Ajatasatru disse: <>

Da millenni appunto, nell’Induismo, nel Buddismo, nel Taoismo e nelle culture tradizionali di tutto il mondo è stata dimostrata l’esistenza di una classe di esperienze oniriche che hanno favorito l’evoluzione del progresso culturale e religioso dell’umanità. Sempre da tempi molto antichi, inoltre, sono ben documentate sia la possibilità di sviluppare la consapevolezza del sogno, per ottenere esperienze profonde e ispirazione, sia la capacità di controllare il sogno stesso.

L’insegnamento del Dzogchen è molto interessato alle esperienze del sogno e a tutti i fenomeni ad esso correlati nonché la prescienza (preveggenza). Alcuni metodi, tra cui anche lo “Yoga del sogno” sono impiegati per sviluppare una maggiore consapevolezza allo scopo ultimo di conseguire la liberazione.
Secondo l’insegnamento Dzogchen i sogni possono essere raggruppati in due categorie: i sogni di tipo più comune, causati dalle tracce karmiche – “sogni karmici” – e i sogni che rilevano un’opportunità di accesso alla dimensione spirituale – “sogni di chiarezza”.
I sogni di tipo karmico possono risalire ad una vita passata, alla giovinezza e al passato più recente della persona.
Nella tradizione della medicina tibetana, un medico che indaga le origini di una malattia considererà anche a quale di questi tre stati di esistenza si riferiscono i sogni del malato. A volte, se una persona è affetta da una grave malattia molto difficile da curare, ciò può essere dovuto a cause karmiche risalenti all’infanzia, o persino a una vita passata; ma, una malattia può anche scaturire da una causa karmica maturata in base ad azioni recenti. Perciò, in questi casi, l’esame dei sogni è uno dei mezzi più importanti per analizzare e individuare le cause primarie e secondarie del problema.
Nei sogni condizionati dalle tracce karmiche, possono apparire cose sconosciute delle quali non si è avuta esperienza in questa vita, come visioni di altri paesi, o di gente dalle usanze e dalla lingua ignote.

Per alcuni individui, i “sogni di chiarezza” sorgono spontaneamente dalla limpidezza della mente, senza la necessità di applicare metodi secondari per rilassare il corpo, o controllare l’energia.

Lo “Yoga del sogno” riguarda fondamentalmente lo stato che precede il sogno. Se siete persone di natura agitata, prima di andare a letto potete fare alcuni esercizi di respirazione profonda per regolare il flusso del respiro e calmarvi. Quindi concentratevi sulla lettera -A-, immaginandola di colore bianco, in modo che, visualizzandola automaticamente, riconosciate il suo suono. Questo simbolo rappresenta l’unificazione dello stato di coscienza di tutti i vostri maestri.
Se non riuscite a concentrare e a visualizzare questa lettera, il problema può essere che non siate in grado di ; in questo caso, scrivete una -A- su un foglio di carta, ponetela di fronte a voi e fissatela un po’. Quindi, chiudete gli occhi, e questa -A- apparirà immediatamente alla vostra mente. Cercate di rilassarvi senza mai abbandonare la -A- sino a che non ci si addormenta.
Con questa visualizzazione si utilizza l’attività mentale allo scopo di raggiungere, infine, uno stato che trascende la mente. E’ ugualmente molto importante ricordare la pratica della -A- bianca nel momento in cui vi svegliate al mattino.
Se possibile, intonate subito il suono -AAAA-. Se non potete farlo perché qualcuno dorme accanto a voi, è sufficiente esalare il respiro con il suono -AAAAA- in modo da potervi udire e sentire la presenza della -A- bianca. Ricordando la -A- bianca al mattino e poi concentrandola di nuovo alla sera, si viene a creare una specie di connessione, o continuità di presenza.
La visualizzazione della -A- nella gola, è particolarmente adatta per ricordare i sogni, e ha la specifica funzione di controllare l’energia e la chiarezza. Quando si visualizza la -A- bianca nel cuore, si lavora nel principio della luce naturale.

Se avete avuto una giornata particolarmente faticosa e, tornati a casa, vi è rimasta solo l’energia per mangiare e andare a letto, cadrete in un sonno pesante, e molto difficilmente si manifesteranno sogni di chiarezza. A causa del sonno pesante, inoltre, potrà risultare difficile persino ricordare i sogni. Tuttavia, avvicinandosi all’alba, appena prima del risveglio, i vostri sogni possono diventare più chiari.
Un sogno associato alla chiarezza può avere un significato particolare per il sognatore. Può indicare molte cose.
Quando si sviluppa la chiarezza è molto facile avere particolari manifestazioni durante il sogno, come per esempio scoprire qualcosa riguardante il futuro.
I sogni di chiarezza sono legati alla nostra saggezza innata, ai semi karmici che abbiamo prodotto attraverso l’esperienza della meditazione e alle azioni positive svolte anche nella nostra attività quotidiana. Vi sono altri sogni legati alla chiarezza nei quali è possibile fare molte cose, come studiare, leggere, o apprendere. Una persona che riceve una “trasmissione”, anche se in quel momento non ha la capacità di comprendere, in futuro prima o poi scoprirà il significato dell’insegnamento.

I sogni, in conclusione, sono parte della nostra vita. Nella vita abbiamo il giorno e la notte. Di notte abbiamo confusione nei sogni; di giorno abbiamo confusione nella mente; giudichiamo, pensiamo, creiamo tante cose. Mantenere la consapevolezza nello stato del sogno, significa continuare la stessa presenza che abbiamo durante il giorno, e, con la pratica, farla progredire.
Ritornerà così ad essere unica la relazione originaria all’interno dell’individuo, o lo stato della relazione fra il maschile e il femminile, soggetto e oggetto, luce e ombra, verità e amore.

Fonte http://www.marcostefanelli.com/subliminale/sonno.htm

E’ ormai abbastanza diffusa presso la comunità scientifica la consapevolezza delle difficoltà psicologiche che accompagnano la condizione di infertilità, riconosciuta come una “crisi di vita” (Menning, 1975) che coinvolge, su diversi piani esistenziali, sia l’individuo che la coppia, dando luogo a vissuti di frustrazione, stress, senso di inadeguatezza e perdita.

Gli studiosi, tuttavia, sono lontani dal consenso nel determinare il contributo che i fattori psicologici possono apportare all’infertilità, per ciò che riguarda l’eziologia, le conseguenze e l’eventuale risoluzione. Alcuni autori sostengono l’ipotesi secondo cui disturbi emozionali cronici e problemi psicosociali giocano un ruolo fondamentale nel determinare l’infertilità in almeno la metà dei casi; altri ipotizzano che la stessa esperienza dell’infertilità, associata alle lunghe indagini diagnostiche e all’intrusività dei trattamenti possano provocare un forte disagio psicosociale e sessuale e contribuire al mantenimento, se non al peggioramento, dell’infertilità; altri ancora ritengono che non si possa operare una netta separazione tra cause ed effetti, tra fattori somatici e psichici, in quanto essi interagiscono tra loro in un complicato intreccio di variabili (Wright et al., 1989).

Il problema degli aspetti psicologici dell’infertilità pone quindi alla clinica e alla ricerca una vasta serie di domande alle quali si è tentato di rispondere fin dagli anni ’30, ma è soltanto negli ultimi decenni che sono stati messi a fuoco precisi ambiti di indagine intorno ai quali organizzare ricerche sistematiche e controllate.

In relazione alle diverse ipotesi di ricerca, dalla letteratura recente sul rapporto tra fattori psicologici e infertilità emergono tre linee di studio centrali che riguardano: 1) i fattori psicologici nell’etiologia dell’infertilità; 2) l’impatto dell’infertilità sul funzionamento psicologico; 3) le strategie di adattamento all’infertilità (coping strategies) e gli aspetti della consulenza psicologica alle coppie infertili (Edelmann e Connolly, 1986). Inoltre, in seguito allo sviluppo delle moderne tecnologie di fecondazione assistita, si sta evolvendo una linea di studio sui correlati emotivi di tali trattamenti.

I primi due filoni di ricerca riconoscono tra loro un rapporto dialettico e a volte contrapposto nel cercare di stabilire se una specifica condizione psicologica preesistente possa indurre infertilità o se piuttosto non sia l’esperienza stessa dell’infertilità a produrre una specifica condizione psicologica. Si tratta di dare un senso ai risultati di molte ricerche del passato che rilevavano una maggiore incidenza di disturbi psicologici (ansia, depressione, stress, nevrosi, immaturità) nelle persone in cura per problemi di fecondità (Pasini, 1978).

Negli ultimi anni è stato sollevato il problema del rigore metodologico nella maggior parte delle ricerche del passato, in quanto consideravano le coppie infertili come un gruppo omogeneo indipendentemente dalla durata dell’infertilità e dal diverso momento dell’iter diagnostico e terapeutico che i soggetti stavano attraversando (Wright et al., 1989; Connolly et al., 1992; Morse e Van Hall, 1987). Può essere ben diverso, infatti, lo stato d’animo di coloro che si presentano alla prima visita per un sospetto di infertilità, da quello di una coppia che ha già ottenuto il verdetto di sterilità, dopo una lunga serie di indagini estenuanti e invasive.

I ricercatori moderni considerano quindi l’infertilità come una condizione che si svolge nel tempo e che ha una sua evoluzione psicologica in concomitanza con le varie fasi dell’iter diagnostico e terapeutico, di cui si deve tener conto al momento della valutazione psicometrica e clinica. A questo punto la distinzione tra cause ed effetti, (in questo ambito sempre relativa in quanto la coppia arriva all’attenzione dei medici e dei ricercatori in una condizione psicologica già problematica), può avere valore scientifico soltanto con una maggiore precisione delle ipotesi e con la scelta di campioni omogenei. In tal senso per avere un quadro completo della situazione si dovrebbe ricorrere a misurazioni longitudinali secondo una sequenza cronologica in cui le coppie vengano seguite dal primo approccio agli accertamenti diagnostici, attraverso le varie indagini, fino all’acquisizione della diagnosi, ai conseguenti trattamenti e agli esiti dei trattamenti. Inoltre sarebbero auspicabili degli studi sulle coppie con problemi di fertilità a livello di medicina di base, cioè ancor prima che la coppia decida di intraprendere un programma di indagini specialistiche, il che ridurrebbe la confusione tra condizione iniziale e condizione secondaria (Wright et al., 1989).

E’ stata inoltre rilevata la difficoltà e l’imprecisione delle categorizzazione diagnostica dei soggetti, in particolare per ciò che riguarda le definizioni di infertilità funzionale, psicogena, idiopatica, inspiegata etc. La confusione diagnostica rende difficile la differenziazione e la comparazione tra i diversi gruppi da studiare.

Molti autori raccomandano quindi un maggiore rigore nelle ricerche future in modo da poter mettere a punto gli strumenti di valutazione più idonei e trarre delle conclusioni più accurate di cui possa giovarsi la pratica professionale sia per ciò che riguarda la diagnosi che il trattamento. Disponendo di parametri affidabili, potrebbe essere più agevole, per esempio, individuare all’interno delle coppie infertili quelle più a rischio, così da orientare i clinici verso una prevenzione o un supporto psicologico più incisivo di quanto non si faccia usualmente (Benazon et al., 1992).

In tal senso si può comprendere come i filoni di ricerca sopra citati, nonostante i limiti metodologici, con la loro diversa accentazione del disagio psicologico ipotizzato da una parte più come causa dall’altra più come conseguenza della crisi di infertilità, possano comunque essere inscritti nei diversi momenti del percorso della coppia infertile. Infatti le ricerche che cercano di identificare i fattori psicologici che causano infertilità possono rivelarsi importanti nel complesso processo di definizione della diagnosi. Le ricerche sulle conseguenze psicosociali e psicosessuali possono orientare gli interventi di supporto durante i lunghi accertamenti diagnostici, mentre le ricerche del terzo filone, riguardante le coping strategies, possono indirizzare un intervento più specifico nel fornire alla coppia gli strumenti per affrontare l’iter diagnostico e terapeutico, dopo aver rilevato eventuali meccanismi disadattivi.

Fattori psicologici nell’eziopatogenesi dell’infertilità.

Per ciò che riguarda i fattori psicologici come causa di infertilità, mentre un tempo le percentuali di casi ritenuti a eziologia psicogena o inspiegata (sine causa) raggiungevano anche il 50%, oggi, l’affinamento delle conoscenze e delle tecniche diagnostiche hanno ridotto tali percentuali a una media del 5% (Seibel e Taymor, 1982; Capitanio e Curotto, 1993) e sembra che la stima massima non superi il 18% (Edelmann e Connolly, 1986). Tuttavia ciò non esclude che anche nelle infertilità organiche e funzionali non siano implicati, tramite meccanismi psicosomatici, fattori emozionali, come nelle disendocrinie, nello spasmo delle tube, nell’ovaio policistico, nelle alterazioni della motilità uterina, nell’alterazione del biochimismo cervicale e nell’oligospermia. Si è visto, per esempio, che in alcuni casi anche dopo la rimozione della causa organica (tramite intervento chirurgico alle tube), la sterilità persiste (Morse e Van Hall, 1987).

Sebbene le conoscenze sui meccanismi psicosomatici coinvolti nelle funzioni gonadiche siano ancora poco conosciuti, l’ipotesi che gli stress emozionali possano influenzare l’ovulazione e la spermatogenesi è supportata da osservazioni condotte sia in campo animale che umano (Pasini, 1978). La maggior parte dei dati raccolti dalle ricerche endocrinologiche depone per l’esistenza di un effetto soppressivo operato dallo stress sulla funzione gonadica, che dà luogo a determinati squilibri. Per esempio, ad endocrinologi e ginecologi è nota l’esistenza di una condizione patologica, l’amenorrea a genesi ipotalamica, per la quale viene spesso utilizzato il termine di “amenorrea da stress”. Inoltre sembra che un’iperattivazione del sistema catecolaminergico e ipofiso-surrenale, prodotta dallo stress, possa influenzare l’ovulazione, il trasporto dell’ovulo e il suo impianto, nella donna, e nell’uomo indurre una diminuzione delle gonadotropine responsabili della spermatogenesi (Seibel e Taymor, 1982; Frasoldati et al., 1992; Levine et al., 1989; Pancheri, 1980). Un ruolo non trascurabile, nell’impossibilità di avere figli, giocano, poi, le disfunzioni psicosessuali, come l’impotenza e il vaginismo.

La componente psico-emozionale può incidere, quindi, sulla fertilità con meccanismi diversi, attraverso il sistema neurovegetativo e neuroendocrino, creando disfunzioni acute e croniche, e a volte vere e proprie alterazioni d’organo. Probabilmente in molti casi le componenti somatiche e quelle psicologiche sono inseparabili e ciò induce sempre più spesso a considerare una multifattorialità di cause nella eziopatogenesi dell’infertilità (Graziottin, 1989; Morse e Van Hall, 1987).

Si comprende così la difficoltà di una delimitazione diagnostica dell’infertilità psicogena, che può essere posta con un certo margine di sicurezza soltanto a posteriori nei casi di risoluzione in seguito a psicoterapia o allo sblocco spontaneo in seguito all’adozione di un figlio o dopo l’interruzione di un lungo iter terapeutico senza risultati. Resta comunque il fatto che se una coppia diagnosticata infertile riesce ad avere un figlio sembra che per il 60% dei casi ciò non possa essere attribuito alle terapie mediche (Hubert et al. 1985) e che tra le coppie con infertilità inspiegata, circa la metà riesce a concepire entro tre anni dalla prima diagnosi senza alcun tipo di trattamento (Edelmann e Connolly, 1986).

Ciò spiega il grande interesse che la ricerca tradizionale ha posto nell’identificare quali componenti e predisposizioni psicologiche possano essere chiamate in causa nell’eziologia dell’infertilità.

Gli studi del passato riguardavano soprattutto il tentativo di delineare la personalità della donna infertile, arrivando a delineare fino ad otto tipi di personalità specifiche, tra cui la donna immatura-dipendente, la donna mascolino-aggressiva, quella cronicamente tesa etc. (Pasini, 1978).

In una analisi della letteratura che va dal 1935 al 1963, Noyes e Chapnick (1964) mostrano come una grande quantità di fattori psicologici siano stati identificati come possibili fattori di infertilità. Molti di questi studi si basavano su resoconti di casi psicoanalitici e spesso erano poco sistematici e vaghi, tanto che, secondo i due autori, non emerge una chiara evidenza che specifici fattori psicologici possano alterare la fertilità in normali coppie infertili.

Negli ultimi anni studi più rigorosi hanno tentato di stabilire se le coppie infertili differiscono dalle coppie fertili o se le coppie con infertilità organica differiscono da quelle con infertilità inspiegata o funzionale, in riguardo di una varietà di caratteristiche psicologiche.

In una ricerca del 1972 Mai, utilizzando il metodo dell’intervista psichiatrica semistrutturata ha confrontato un gruppo di coppie infertili e uno di coppie fertili per altri versi simili e ha riscontrato che le donne infertili mostravano, in misura significativa, disordini della personalità di tipo isterico e aggressivo più spesso dei controlli e una maggiore ambivalenza e difficoltà nei confronti della sessualità. Nonostante ciò le differenze rilevate possono definirsi relative, in quanto, nell’insieme delle coppie infertili, non è risultata una maggiore tendenza alla nevrosi o alla psicosi.

In una indagine sulla condizione psicologica di donne infertili alla loro prima visita, Downey e McKinney (1992) non hanno trovato differenze significative con il gruppo di controllo per ciò che concerne sintomatologia psichiatrica, depressione, autostima e funzionamento sessuale. Comunque un’alta percentuale di pazienti percepiva un cambiamento in negativo dell’umore e del senso del proprio valore in seguito all’insorgere di problemi di fertilità.

Platt (1973) ha studiato un campione di coppie infertili (durata media dell’infertilità di tre anni) in alcune dimensioni della personalità e ha riscontrato che sia i maschi che le femmine percepivano uno scarso controllo sulla loro vita (locus of control esterno) e mostravano una marcata discrepanza tra concetto di sé attuale e sé ideale. Inoltre le donne mostravano più nevroticismo, ansietà e disturbi emozionali rispetto ai controlli.

In un confronto tra donne con infertilità psicogena e donne con infertilità meccanica che erano state sottoposte ad un intervento correttivo alle tube, le pazienti psicogene non mostravano segni di maggiore nevrosi (Neuroticism Scale) rispetto al gruppo di controllo, mentre mostravano notevoli difficoltà rispetto ad alcune dimensioni del ruolo femminile, quali l’accettazione e l’identificazione col ruolo femminile e con la maternità (Kipper et al. 1977). Slade (1981), non ha trovato, in donne con infertilità inspiegata, maggiori difficoltà per ciò che riguarda il ruolo sociale femminile, mentre ha riscontrato un minor adattamento sessuale, con sensi di colpa e abitudini sessuali restrittive L’Autore, comunque, mette in guardia rispetto alla possibilità che tali risultati non siano l’effetto di una sessualità finalizzata esclusivamente al tentativo di procreare.

In uno studio sistematico della grafologia di donne con infertilità sine causa, i soggetti hanno riportato punteggi più elevati, rispetto ai controlli, nelle dimensioni di “resistenza” e “attesa”, cioè nella tendenza alla chiusura, alla rigidità, all’autocontrollo e ad atteggiamenti di statica difesa (Deragna et al., 1994).

Un gruppo di donne diagnosticate infertili è stato sottoposto ad una serie di test per misurare tratti di personalità, ansia, depressione, concetto di sé e locus of control. I risultati, contraddicono le ipotesi sui tratti specifici di personalità e sullo stress concernente la sterilità in quanto non hanno riscontrato differenze significative con il gruppo di controllo (Paulson et al., 1988).

Alcuni autori mettono in dubbio l’utilità delle valutazioni psicometriche nell’indagare sull’infertilità funzionale e psicogena in quanto raramente si riscontrano disturbi psichiatrici, mentre emergono in primo piano i conflitti motivazionali nel desiderio di avere un figlio. In tal senso ritengono che il colloquio clinico sia lo strumento più adeguato per chiarire la natura del conflitto (Astor e Pawson, 1985).

Come si può notare dalle ricerche citate non sembrano emergere risultati chiari e univoci sulle caratteristiche di personalità e sugli atteggiamenti motivazionali della donna infertile (per gli studi sull’infertilità maschile Cfr.. Morelli). Sembra piuttosto emergere una scarsa considerazione per eventuali disturbi relazionali della coppia preesistenti, che potrebbero influire sulla fertilità.

Le conseguenze psicologiche dell’infertilità.

Mentre gli studi riguardanti i fattori psicologici nell’eziologia dell’infertilità sono discordanti e richiedono approfondimenti futuri, pochi dubbi ci sono invece sugli effetti, sulle conseguenze psicologiche dell’infertilità, in termini di ansia, stress psicosociale, frustrazione, disadattamento coniugale, etc.

Menning (1975) descrive una serie di reazioni che vanno dalla sorpresa e shock iniziali, al rifiuto, alla collera, all’angoscia, ai successivi sensi di colpa, di dolore, e di perdita.

L’infertilità può essere vissuta come un trauma narcisistico, il superamento del quale dipende non solo dalle possibilità concrete di risoluzione del problema, ma anche dalla struttura caratteriale dell’individuo e dall’equilibrio che la coppia riesce a mantenere o ristabilire. Il compito intrapsichico include l’accettazione del problema, il far fronte alle pressioni sociali, il lavoro di lutto rispetto alla perdita dell’ideale di sé e della propria immagine corporea, il riflettere sull’importanza della genitorialità e sulla propria motivazione ad avere un figlio, decidendo poi se affrontare il lungo iter diagnostico-terapeutico.

A livello di coppia la “crisi di infertilità” può inficiare le sfere della comunicazione, dell’attività sessuale e dei progetti futuri e dare luogo a una condizione di conflitto e di isolamento sociale. Qualunque fosse la condizione emotiva e relazionale prima dell’emergere di un problema di infertilità, il suo insorgere può esacerbare o attivare ex-novo conflitti individuali e di coppia.

Lo stress emozionale che ne consegue può a sua volta avere un effetto sulle funzioni biologiche, particolarmente sull’equilibrio endocrino e sulle funzioni sessuali, tale da creare un circolo vizioso.

Per questo diventa importante da parte dei ricercatori lo studio sistematico delle reazioni all’infertilità e l’esame dei fattori implicati, tra cui l’impatto delle procedure diagnostiche e terapeutiche, in modo da approntare dei programmi che minimizzino le conseguenze e forniscano un contenimento allo stress (Bresnick, 1981).

Gli effetti dell’infertilità sul funzionamento psicologico sono quindi una complessa materia di studio influenzata da molte variabili che includono la durata dell’infertilità, le procedure diagnostiche, il sesso dei soggetti, il fatto che l’infertilità sia attribuita all’uomo o alla donna, la natura della diagnosi e la prognosi.

Mentre le ricerche più recenti tengono conto delle diverse variabili, di tempo, sesso o diagnosi, gli studi precedenti sembrano viziati dai limiti metodologici di cui abbiamo riferito sopra, quindi i loro risultati debbono essere valutati con cautela.

In un’ampia rassegna degli studi condotti tra gli anni ’70 e ’80, Wright (1989) ha riscontrato che nella maggior parte delle ricerche i soggetti infertili sono risultati più stressati dei gruppi di controllo. Le comparazioni tra soggetti con diversa diagnosi di infertilità (organica, funzionale, inspiegata) non hanno mostrato differenze significative per quanto riguarda i livelli di stress, pur con una leggera prevalenza nei soggetti con diagnosi di infertilità inspiegata, seguiti dai pazienti organici e poi dai funzionali. Un dato rilevante è che le donne riportano maggiore disagio psicologico, in particolare nelle dimensioni dell’ansia, dell’adattamento sessuale, dell’autostima e della depressione e sembrano risentire di più dell’impatto dei trattamenti.

Successivamente questo Autore (Wright, 1991) ha condotto una vasta ricerca per verificare la differenza di risposta tra uomini e donne e, in accordo con le precedenti ricerche, ha riscontrato che le donne mostravano maggiore difficoltà dei loro partner sia nelle misure psichiatriche globali sia nelle sottoscale riguardanti ansia, stress, autostima, depressione, ostilità e disturbi cognitivi. Inoltre sia gli uomini che le donne mostravano sintomi psichiatrici in misura leggermente superiore alla norma, senza, però, raggiungere livelli psicopatologici.

In un campione di donne infertili esaminato da McEwan (1987), le donne più giovani e quelle con diagnosi di infertilità inspiegata sembravano risentire di più della loro condizione. Inoltre riportavano livelli più elevati di stress quelle pazienti che, pur non mostrando segni di depressione, erano pessimiste sulle loro effettive possibilità di concepire in seguito a trattamento, nonostante prognosi medica favorevole.

In uno studio longitudinale per valutare gli effetti dell’infertilità e l’influenza delle indagini e dei trattamenti medici sul funzionamento coniugale e sessuale, è emerso che man mano che le indagini procedevano lo stress aumentava e il funzionamento coniugale diminuiva. L’ansia sembrava particolarmente evidente nelle donne, anche a causa dell’aspettativa di trattamenti invasivi e traumatici. Nonostante ciò non apparivano cambiamenti nella percezione soggettiva della soddisfazione coniugale. Inoltre un più alto livello di stress è stato rilevato in quelle coppie per le quali il trattamento non ha avuto successo ad un anno dalla prima visita (Benazon et al., 1992).

Risultati diversi sono stati ottenuti da un’altra ricerca longitudinale (Connolly et al., 1992) in cui i dati relativi ad ansia, depressione, adattamento coniugale e identità di ruolo sono addirittura migliorati dopo mesi di indagini diagnostiche. Soltanto nei partner che sono risultati portatori di sterilità, in particolare negli uomini, sono state rilevate difficoltà in seguito alla conoscenza della diagnosi. Le coppie sono apparse in generale ben adattate e non sono state rilevate particolari patologie psichiche rispetto ai gruppi di controllo. Gli autori ipotizzano che questi risultati siano dovuti anche ad una sorta di autoselezione, per cui soltanto le coppie più stabili si impegnano attivamente sottoponendosi fino alla loro conclusione ai processi diagnostici.

In una ricerca precedente sulla soddisfazione personale, coniugale e sessuale di coppie in trattamento è stato rilevato che le mogli erano in generale meno soddisfatte della loro vita rispetto ai mariti e in particolare quelle donne i cui mariti non avevano voluto rispondere ai questionari mostravano più alti livelli di stress e segni di depressione clinica (Link e Darling, 1986). Callan ed Hennessey (1988) hanno rilevato che le donne sterili riportano minore soddisfazione nella loro vita complessiva, vissuta come meno interessante, vuota e solitaria.

Per ciò che riguarda la vita sessuale, in relazione all’enfasi che la valutazione e il trattamento dell’infertilità pongono sul rapporto sessuale, tale sfera può subire un condizionamento negativo, con diminuzione della frequenza e della spontaneità dei rapporti e insorgenza di disfunzioni sessuali transitorie, quali difficoltà nel raggiungere l’orgasmo, calo del desiderio, eiaculazione precoce, impotenza secondaria, incapacità di portare a termine il coito o azoospermia transitoria come risposta alla richiesta di rapporti per l’esame post-coitale (Capitanio e Curotto, 1993; Di Francesco, 1990).

In un’ampia ricerca condotta in Italia (D’ottavio et al., 1991) l’inadeguatezza sessuale nell’uomo ipofertile aumentava in maniera significativa in seguito alla medicalizzazione. Infatti l’incidenza delle disfunzioni sessuali passava dal 6,57% della prima consultazione al 15,8% alla fine dell’iter diagnostico-terapeutico e consisteva soprattutto in precocità eiaculatoria e caduta del desiderio.

Kedem (1990), comparando maschi con sospetta infertilità e maschi fertili non ha trovato differenze significative per ciò che riguardava il sentimento soggettivo di adeguatezza sessuale, sebbene si evidenziasse calo dell’autostima e ansia. Inoltre ha riscontrato che l’incidenza di disfunzioni sessuali era correlata sia alla diagnosi di infertilità maschile, sia al fatto che anche la moglie avesse problemi di fecondità e dovesse sottostare a particolari prescrizioni sessuali ai fini del trattamento, quali per esempio l’assunzione di precise posizioni coitali.

Le informazioni disponibili suggeriscono quindi che l’infertilità ha un impatto sul funzionamento psicologico, coniugale e sessuale, e sembra che l’esperienza dell’infertilità possa essere più o meno patogena in relazione ad una quantità di fattori, individuali e di coppia, cognitivi ed emotivi, medici e sociali. In particolare alcune coppie mostrano di adattarsi e di saper far fronte alla crisi di infertilità, attivando nuove risorse, meglio di altre (Edelmann, 1986). In tal senso la ricerca sta rivolgendo la sua attenzione allo studio delle modalità messe in atto dalle coppie infertili nell’affrontare la loro condizione, al fine di differenziare le modalità più adattive da quelle potenzialmente patogene e di poter quindi intervenire nell’indirizzare le coppie verso risposte più adattive.

Gli studi in proposito si fondano su diverse ipotesi interpretative, e si focalizzano su alcuni concetti di base nell’individuazione dei meccanismi responsabili della vulnerabilità o del buon adattamento personale e coniugale durante la crisi di infertilità. In particolare gli studi che si rifanno a modelli cognitivi esplorano i diversi stili di risposta e le strategie di adattamento e gestione dello stress (coping styles, coping strategies) (Callan ed Hennessey 1989; Wright, 1991), le aspettative e il significato attribuito alla genitorialità (Edelmann et al., 1994), la percezione del proprio controllo sugli eventi (locus of control) (Platt, 1973; Paulson, 1988) e i diversi tipi di rappresentazione di sé (Kikendall, 1994).

Gli studi ad orientamento psicoanalitico studiano la personalità di base, i conflitti intrapsichici e motivazionali, i meccanismi di difesa (Mahlstedt, 1985; Gentili, Franzese1991). I modelli psicosociali mettono in evidenza le variabili sociodemografiche quali età, sesso, religione, status socioeconomico, le relazioni con l’ambiente medico e parentale-sociale nel determinare la risposta all’infertilità (Mc Ewan, 1987).

Da una ricerca (Gentili e Franzese, 1991) è stato messo in evidenza come alcuni meccanismi di difesa (aggressività rivolta verso l’esterno, rovesciamento, formazione reattiva etc.) vengano utilizzati dalla coppia sterile, in particolare dalla donna, per impedire la presa di coscienza di ogni conflittualità personale e di coppia e per mantenere un alto livello di autostima. Gli autori sottolineano che, mentre l’uso di efficaci meccanismi difensivi permette di vivere in maniera compensata la situazione di infertilità, la presenza massiccia e rigida di questi meccanismi non è un indice di buon adattamento e può impedire l’indagine e l’intervento sulle difficoltà psicologiche.

Sebbene la ricerca in questo ambito sia allo stato nascente, ognuno di questi diversi approcci può rivelarsi fruttuoso nell’orientare la consulenza psicologica della coppia infertile.

I correlati emotivi delle tecniche di fecondazione assistita.

Negli ultimi venti anni circa si sono sviluppate e sono andate sempre più affinandosi le tecniche di fecondazione assistita, che permettono di aggirare l’ostacolo della mancata fertilità, allorché i consueti trattamenti medici non si siano rivelati utili a ottenere un concepimento.

I mezzi terapeutici oggi disponibili, e in continuo perfezionamento, sono essenzialmente rappresentati da: 1) inseminazione artificiale omologa ed eterologa; 2) GIFT o Gamete Intrafalopian Transfert; 3) Fertilizzazione in Vitro/Embrio Transfert o FIVET. In particolare l’inseminazione artificiale eterologa (con seme di donatore – AID) viene utilizzata nei casi di azoospermia, oligospermia grave e sterilità immunologica; la FIVET viene utilizzata nelle patologie tubariche non risolte da microchirurgia, nelle sterilità inspiegate, nelle endometriosi, nelle sterilità immunologiche e nelle oligoastenospermie. La GIFT ha le stesse indicazioni della FIVET, salvo le patologie tubariche (Cagnazzo, 1988).

Ognuna di queste tecniche finalizzate ad ottenere una gravidanza, comporta specifiche problematiche psicologiche, in relazione alla peculiarità ed inusualità del trattamento, al tipo di procedure da utilizzare, ai tempi del trattamento, al coinvolgimento di terze persone in una sfera tanto intima (medici, donatore), alle probabilità di successo, che a volte sono esigue (nella FIVET non oltre il 15%), e quindi alla prospettiva di un eventuale fallimento.

Il percorso di riproduzione assistita, con il suo rituale complesso, l’alta frequenza dei controlli, il grande numero di variabili (vissute come incontrollabili) che sembrano condizionarne l’esito esaspera l’attesa e sottolinea, ad ogni intervento, la perdita, simbolica o reale, che la frustrazione del desiderio di un figlio comporta (Graziottin et al., 1993). Inoltre l’attenzione ossessiva ai propri processi corporei, indotta dalla medicalizzazione, ingenera paure e tensioni che possono alterare i parametri fisiologici. Può, per esempio, verificarsi anovulazione in donne in trattamento di inseminazione artificiale e difficoltà da parte dell’uomo di produrre il seme quando richiesto dai medici, o alterazione dei valori seminali (Dennerstein e Morse, 1988).

Come è stato sottolineato da Link (1986), l’infertilità non può essere trattata al pari di ogni altra “malattia”, in quanto va a toccare l’essenza della femminilità e della mascolinità e l’intrusività fisica e psicologica che accompagna il trattamento può mettere in discussione l’immagine di sé e dar luogo a squilibri emozionali e psicosessuali.

In particolare, le tecniche con maggiori implicazioni psicologiche e morali, sono l’inseminazione artificiale eterologa, e la FIVET. La GIFT, che prevede l’incontro dei gameti dei due partner, precedentemente manipolati, nella loro sede naturale cioè nelle tube materne, sembra comportare minori problematiche morali, pur essendo, al pari delle altre, altamente stressante, a causa delle lunghe e invasive procedure (Simonelli, 1987).

Sebbene stia crescendo, in ambito clinico la consapevolezza dello stress implicito nel percorso di riproduzione assistita, la ricerca psicologica in questo ambito è allo stadio iniziale e i dati disponibili sono ancora insufficienti e incerti.

Un dato che sembra emergere è che le coppie che si sottopongono ad un concepimento indotto siano quelle più solidali e con maggiore ottimismo e determinazione personale. Ciò probabilmente è dovuto al fatto che coloro che si risolvono per tale decisione hanno avuto modo di elaborare e superare le difficoltà inerenti alle fasi precedenti e di saggiare la consistenza della propria motivazione (Venturini et al., 1986).

Alcune ricerche hanno tentato di misurare il profilo psicologico delle donne in pre-trattamento FIVET e dei loro partners, e di studiare i successivi effetti psicologici dell’iter terapeutico. In generale, nelle donne sono state riscontrate caratteristiche di ambizione, creatività, indipendenza, forza dell’Io, buona tolleranza allo stress, estroversione e autostima. A fronte di ciò è stato rilevato un alto livello di ansia di stato e di tratto (Dennerstein e Morse, 1988; D’Ambrogio et al, 1993; Callan e Hennnessey, 1988). Freeman (1985) ha trovato soltanto nel 20% dei soggetti disfunzioni emotive, stress e difficoltà di personalità. Manara e Boscia (1988) hanno esaminato da un punto di vista psicodinamico donne in fase di induzione del concepimento e hanno riscontrato una carica di aggressività repressa mitigata da meccanismi di difesa quali lo spostamento e la rimozione.

Uno studio riguardante cento donne esaminate prima e dopo un tentativo fallito di fecondazione in vitro ha registrato un peggioramento nelle misure della depressione, autostima e fiducia in sé rispetto all’inizio del trattamento, inoltre ha rilevato che le donne che utilizzavano una modalità evitante di far fronte all’insuccesso riportavano un minore livello di adattamento (Hynes et al., 1992) rispetto a quelle che adottavano una modalità orientata alla risoluzione del problema.

In un’altra ricerca di tipo longitudinale (Leiblum et al., 1987) le coppie all’inizio del trattamento FIVET ritenevano che il loro matrimonio fosse migliore della media e si dichiaravano molto ottimiste sulle chances di ottenere una gravidanza (40%), a dispetto delle previsioni mediche che erano circa del 10%. Le donne riportavano punteggi più alti nelle misure della depressione rispetto ai mariti, i quali mostravano una maggiore sicurezza. In seguito al fallimento del trattamento l’umore delle coppie virava significativamente verso sentimenti di rabbia, depressione, vuoto, tristezza, colpa. In alcuni casi l’esperienza di ripetuti fallimenti dà inizio al processo di elaborazione del lutto, e all’accettazione della realtà, nella convinzione di aver fatto tutto il possibile, in altri casi prevale la disperazione e il senso di essere stati traditi dal proprio corpo (Dennerstein e Morse, 1988).

Questi dati testimoniano della grande carica emotiva coinvolta nei trattamenti e nel loro fallimento e inducono a riflettere sulla necessità di individuare quei casi in cui massicce difese, quali la negazione e la rimozione, e l’attenzione esclusiva verso la meta agognata portano ad eccessive aspettative, rendendo poi più difficile fronteggiare la delusione del fallimento, col rischio di esserne sopraffatti. In tal senso viene sottolineata l’importanza di intensificare gli sforzi da parte dei clinici nella fase preparatoria al programma, tramite una informazione più chiara e un sostegno psicologico costante, volto all’esplicitazione e all’elaborazione dell’ansia e delle paure sottostanti (Dennerstein e Morse, 1988; Callan e Hennessey, 1989).

L’esigenza di una informazione accurata e di un supporto rassicurante emerge anche nelle ricerche riguardanti i programmi di inseminazione artificiale eterologa, in cui i dubbi e le fantasie si moltiplicano in rapporto all’inclusione di un terzo estraneo, il donatore anonimo, come vettore di fertilità, che viene vissuto come una figura misteriosa, a volte benevola, a volte persecutoria e onnipotente. In tal senso è stata registrata una pressante richiesta di informazione sul conto del donatore e sulle modalità delle procedure, da parte delle coppie, e soprattutto dei mariti, volta probabilmente a razionalizzare e ridimensionare le ambivalenze e i fantasmi relativi all’utilizzo del seme di un estraneo (Micioni, 1993). Inoltre il ricorso al donatore è un evento investito di tali tabù sociali e familiari che da una indagine su 830 coppie sottoposte ad inseminazione artificiale eterologa è risultato che molte di esse l’avevano tenuto totalmente segreto a entrambe le famiglie di origine e che soltanto un uomo su 830 aveva avuto il coraggio di rivelare al proprio padre di essere il responsabile dell’infertilità (Graziottin et al., 1993).

L’AID offre alla partner femminile della coppia sterile la possibilità di vivere la maternità biologica, ma è necessaria una profonda presa di coscienza dei coniugi sui fattori in essa implicati. Sebbene le casistiche riportino dati rassicuranti sull’incidenza di alterazioni psichiche in soggetti che hanno sperimentato l’AID, i potenziali effetti negativi sul partner maschile non possono essere ignorati (Struzziero e Corbo, 1987).

Le problematiche relative al donatore di seme riportate dal partner maschile vanno quindi attentamente vagliate in quanto riconducibili a dinamiche inconsce riguardanti l’angoscia di castrazione, i conflitti edipici, la vergogna e la dialettica potenza-impotenza, che devono essere elaborate al fine di prevenire ambivalenze, sensi di colpa e di inadeguatezza verso il bambino che dovrà nascere (Venturini et al., 1986; Simonelli, 1987). Come è stato sottolineato, l’inseminazione con donatore non può rappresentare da sola la risposta all’infertilità maschile, perché, tale metodica, isolata dal contesto emotivo, può diventare un evitamento piuttosto che un trattamento del problema (Edelmann et al., 1994; Carmeli e Birembaum-Carmeli, 1994).

Appare allora desiderabile una consulenza psicologica che offra la possibilità di analizzare serenamente le fantasie e le aspettative della coppia e che identifichi precocemente i soggetti più vulnerabili in modo da metterli in condizione di affrontare i propri conflitti o di prendere la decisione più appropriata (Connolly et al., 1992).

La consulenza psicologica alle coppie infertili.

Le crescenti conoscenze intorno alle implicazioni psicologiche dell’infertilità indicano come la componente medica e quella psicologica non possano essere separate, sia per ciò che riguarda la diagnosi che il trattamento. In tal senso molti clinici e ricercatori sollecitano ad un approccio olistico all’infertilità, in cui la consulenza psicologica rappresenti parte integrante dei programmi diagnostico-terapeutici.

In questo contesto la consulenza non si pone soltanto come contenimento dell’ansia e della frustrazione della coppia che arriva all’attenzione medica, né come risposta ultima, dopo il fallimento dei trattamenti medici, bensì come uno strumento di diagnosi e mezzo di prevenzione delle sequele psicologiche e psicosessuali (Link e Darling, 1986).

Sebbene gli studi su quale sia la forma più adeguata o efficace di consulenza nell’ambito dell’infertilità siano molto limitati e poco sistematici (Edelmann e Connolly, 1986; Wright, 1989), l’esperienza clinica suggerisce alcuni obiettivi e funzioni della consulenza alla coppia infertile

In primo luogo un accurato esame della situazione psicologica e relazionale (condotto sia sulla coppia che sui singoli) è opportuno per valutare la presenza di eventuali componenti psicogene e può concorrere alla definizione della diagnosi, se non addirittura a sbloccare una situazione di tensione e ansia che interferisce con la fertilità (Pasini, 1978).

In secondo luogo, un importante obiettivo della consulenza dovrebbe essere quello di minimizzare l’impatto degli eventi medici e fisici che la coppia deve affrontare, tramite una costante informazione e presa di coscienza sugli esami specialistici da fare, sulle loro finalità, nonché una serena valutazione dei risultati e dei conseguenti trattamenti. Ciò per ridurre i sentimenti di ansia, solitudine e di perdita di controllo sulla situazione esperita dai pazienti. L’informazione-educazione intorno agli aspetti medici può fornire una base per la comunicazione e il coinvolgimento di entrambi i partner. Una volta avviata la comunicazione, si può tentare di aiutarli ad esplorare gli aspetti emozionali più profondi, a confrontarsi sul desiderio di avere un figlio e sul significato della frustrazione di questo desiderio (Bresnick, 1981). L’accoglimento e il riconoscimento di sentimenti quali tristezza, rabbia, colpa, dà un senso alla sofferenza e restituisce al paziente il senso della sua integrità, minacciata dalla condizione di infertilità.

Un altro obiettivo della consulenza è quello di identificare le situazioni a rischio, selezionando per ogni singola coppia l’intervento più appropriato. Mentre per alcuni casi è sufficiente un semplice intervento supportivo, per altri può rivelarsi opportuno un trattamento psicologico più specifico. In particolare dagli studi precedentemente citati sembra che le coppie più a rischio siano quelle con infertilità inspiegata e che le donne siano l’elemento della coppia che risente di più della condizione di infertilità e dei conseguenti trattamenti (Wright, 1989, Dennerstein e Morse, 1988). In relazione alle esigenze individuate, gli approcci terapeutici indicati possono essere diversi: un trattamento psicodinamico individuale o di coppia, tecniche di rilassamento e di riduzione dello stress, terapie cognitivo-comportamentali, terapia sessuale di coppia, gruppi di sostegno, etc. (Kikendall, 1994). Il fine di questi interventi terapeutici non è di ottenere un concepimento ma piuttosto di facilitare la risoluzione della crisi di infertilità e di contenere l’insorgere di situazioni di scompenso in soggetti con potenziale psicopatologia sottostante (Bresnick, 1981).

Inoltre la consulenza può fornire un prezioso aiuto nell’affrontare i trattamenti di fecondazione assistita e il loro eventuale fallimento. In particolare il verificarsi di ripetuti fallimenti induce la coppia a confrontarsi in modo realistico con l’impossibilità di avere figli biologici e in tal caso il supporto psicologico può facilitare l’elaborazione del lutto e la reinterpretazione della situazione, che può sfociare nell’adozione o nel prefigurarsi e progettare una vita senza figli (Dennerstein e Morse, 1988; Hynes et al, 1992).

Sebbene la consulenza psicologica venga considerata dalla letteratura scientifica come un aspetto integrante del trattamento dell’infertilità, nella pratica la possibilità di fornire un tale servizio è ancora scarsa. Mentre in alcuni Paesi, quali gli Stati Uniti e la Gran Bretagna la legislazione prevede l’intervento psicologico di sostegno alle coppie infertili (Edelman e Connolly, 1986), in Italia, a causa della carente regolamentazione legislativa, manca un indirizzo comune sulle modalità di intervento e la necessità della presenza di un operatore psicologo nei centri per la sterilità, pubblici o privati, sembra non essere ancora pienamente riconosciuta, con la conseguenza che, nel migliore dei casi, la presa in carico psicologica dei pazienti è affidata al medico specialista, al quale si richiede una preparazione psicologica e sessuologica (Tavaglini e Rifelli, 1985; Capitanio e Curotto, 1993).

* Psicologa.

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Fonte Pubblicato in: Informazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria, n° 28/29, giugno-dicembre 1996, pagg. 37 – 44

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